Doveva essere un processo mediatico, con ruoli già scritti e un verdetto scontato.
Donatella Di Cesare entra in studio come una vestale della democrazia, avvolta in una giacca scura dal taglio severo, le mani giunte sul tavolo lucido, l’aria di chi porta sulle spalle un presagio funesto.
Giorgia Meloni, appoggiata allo schienale, tamburella ritmicamente una penna, lo sguardo a metà tra incredulità e impazienza, la calma provocatoria di chi ha imparato a fiutare il momento dell’affondo.
L’aria è talmente densa che le luci sembrano tremolare, quasi incapaci di reggere il peso di due visioni del mondo inconciliabili sedute a pochi metri di distanza.
Non c’è bisogno di introduzioni, né di un moderatore: la scena è occupata interamente dallo scontro visivo e fisico tra due idee di Paese, due linguaggi, due gerarchie dei valori.
È la filosofa a rompere il silenzio, con una voce che sembra arrivare da una cattedra lontana, carica di pathos sofferente.

Non guarda la premier negli occhi, la fissa quasi attraverso, come se osservasse un fenomeno storico più che una persona.
Dice che dietro i sorrisi di facciata e la “maschera di efficienza performativa” il Paese sta sprofondando in un baratro che il governo finge di ignorare.
Parla di un “sottosuolo emotivo”, di un humus deliberatamente avvelenato, di una paura “coltivata” nei corridoi del potere.
Racconta di essere appena rientrata dalla Germania, di colloqui con osservatori internazionali che guarderebbero all’Italia con orrore, orrore che a Roma sarebbe colpevolmente taciuto.
Non è una questione di numeri, dice, è una questione ontologica.
Accusa la premier di aver trasformato l’angoscia esistenziale dei cittadini in metodo di controllo, di spegnere il dissenso non con la violenza, ma con l’atrofia delle coscienze.
Il terreno della discussione è chiaro: la democrazia come corpo vivo e la comunicazione come anestetico.
La reazione di Meloni è immediata, fisica prima ancora che verbale.
Una risata secca, un movimento deciso della testa come a scacciare una mosca molesta, poi il busto in avanti che invade lo spazio visivo dell’interlocutrice.
Il tono è tagliente, chirurgico: “Professoressa, ma lei si ascolta davvero quando parla?”
Confessa sarcasticamente di essersi persa nell’immagine di lei che gira per Palazzo Chigi con un annaffiatoio, chiede dove siano posizionate le “serre della paura”, se sul terrazzo, se coltivino pomodori o terrore.
Smonta l’intera architettura retorica definendola “iperuranio accademico”, scollegata dalla vita di chi si alza alle sei per lavorare.
Afferma che la gente non ha paura perché qualcuno innaffia le coscienze, ha paura di non arrivare a fine mese, e lì si misura il governo.
Bolla l’analisi della filosofa come spocchia di chi, privo di agenda concreta e incapace di accettare una sconfitta elettorale, inventa narrazioni complesse per negare il verdetto delle urne.
Il colpo va a segno: lo studio avverte un ribaltamento, le pause si allungano, gli sguardi scendono sui fogli.
Di Cesare incassa con un sussulto indignato, le labbra serrate, ma vede nella risposta della premier la conferma esatta delle proprie teorie.
Punta l’indice tremante e accusa la rivale di seguire il manuale del populismo: ridurre la complessità a slogan, delegittimare la critica con sarcasmo da avanspettacolo, costruire nemici per tenere mobilitata la base.
Paragona esplicitamente la premier a Trump, parla di “polarizzazione permanente”, rivendica la sua apparizione sulla rete pubblica tedesca come dovere civile di denuncia.
È qui che Meloni trova la vena.
Lo sguardo si fa gelido, l’indice picchia sul tavolo come una sentenza.
“La Germania”, esclama, come se avesse scovato l’arma del delitto.
Accusa la filosofa di aver gettato fango sul proprio Paese in prima serata all’estero, non per analisi ma per delegittimazione.
Rivendica di aver ridato credibilità internazionale all’Italia, di non andare più col cappello in mano, e punta l’affondo: “Chiedete pagelle a Berlino perché a Roma non prendete voti.”
La parola “tradimento” svetta tra i neon dello studio, e la platea trattiene il fiato.
Di Cesare tenta il recupero sul piano alto.
Spiega che il patriottismo costituzionale non è nazionalismo becero, che denunciare all’estero è legittimo quando i media interni sono conformisti, che le minoranze sono disprezzate, le ONG criminalizzate, il mare lasciato al suo destino.

La premier allarga le braccia e ride amaramente, elenca gli epiteti ricevuti in diretta — “coltivatrice di paura”, “postfascista”, “trampiana” — e ribalta la narrativa del silenzio: “Accendete la TV, aprite i giornali: trovate intellettuali di sinistra che spiegano ogni giorno quanto siamo cattivi.”
Poi affonda sul “disprezzo antropologico”: chi vota a destra, dice, non è atrofizzato né plagiato, è stanco di prediche.
“Chi le dà il diritto di sentirsi moralmente superiore a milioni di cittadini?”, chiede con voce ferma.
La filosofa scuote il capo e rilancia su Egel, sulle categorie, sull’analisi che la premier “banalizza” sistematicamente.
Accusa Meloni di usare il consenso come clava plebiscitaria, preludio all’autoritarismo.
La premier non arretra.
L’ironia diventa scalpello: “Professoressa, vive su Marte o in una sezione del PD degli anni Settanta?”
Denuncia la liturgia di parole inerti — fluidità, intersezionalità, patriarcato climatico — contrapposte a madri, padri, lavoro, tasse.
“Se Dio, patria e famiglia sono concetti vuoti, è perché lei ha svuotato la realtà per riempirla di teorie.”
Scatta il cortocircuito.
Di Cesare abbandona la flemma accademica, alza il tono, parla di “serra dell’egoismo” che la premier innaffierebbe col “prima gli italiani”.
Meloni batte il palmo sul tavolo e rompe l’incantesimo: “Ancora con la Germania?”
La stoccata non è un applauso, è una chiusura di diaframma.
La premier incardina il tema del rispetto nazionale, accusa l’interlocutrice di complessi di inferiorità, rivendica la propria prossimità alla piazza, al mercato rionale, alla people’s grammar.
Lo scontro scivola sul piano dei simboli e dei casi.
Meloni cita candidature controverse — Ilaria Salis, la vicenda di Mimmo Lucano — e le usa come prova della “politica dei simboli” che sostituisce le idee.
Di Cesare accusa la premier di personalizzazione ignobile, difende i “simboli” come resistenze, parla di disumanità politica.
Meloni ridicolizza, dice “modello Riace”, “business creativo”, racconta cittadini che chiedono meno spaccio sotto casa.
La percezione del pubblico è netta: la discussione ha cambiato gravità.
È allora che la filosofa gioca l’ultima carta.
Abbandona l’arco corto della polemica e torna all’architettura istituzionale: “Il disegno eversivo è il premierato.”
La voce si fa profetica, parla di “sudamericanizzazione”, di Parlamento ridotto a passacarte, di Presidente-notaio, di fine della mediazione, di capo unico.
Meloni ascolta con una finta compassione, poi assume un tono quasi didattico.
Dice che la riforma ha un obiettivo semplice: garantire che chi vince governi cinque anni, che il voto conti davvero, che finiscano ribaltoni e governi tecnici.
Accusa la sinistra di amare la democrazia solo quando le piace il risultato, di temere il premierato perché toglie al “Palazzo” l’arte del rovescio.
Di Cesare ribatte che la sovranità popolare non è tirannia della maggioranza, che la Costituzione nasce per proteggere le minoranze, che la stabilità si costruisce con dialogo, non con imposizione.
Meloni alza gli occhi al cielo, teatralizza la stanchezza: “La Germania è in crisi, noi corriamo.”
La frase è brutale nella sua semplicità, e chiude un capitolo.
La filosofa tenta l’ultimo argine: “Il populismo è una droga, la sbornia passerà e resteranno le macerie.”
La premier chiude la cartellina con un colpo secco.
Si alza, domina la scena, indirizza l’uscita come un sipario.
“Chiudetevi nelle ZTL, fate i vostri convegni sull’apocalisse,” dice, “noi intanto costruiamo l’Italia del futuro.”
“Buonanotte, professoressa,” e un sorriso che non cerca consenso, solo superiorità di agenda.
Lo studio esplode, ma non in applausi.

Esplode in un silenzio imbarazzato, quello che segue i ribaltamenti troppo bruschi, quando la regia non ha una clip pronta e il pubblico cerca appigli nella propria coscienza.
Di Cesare resta seduta, riordina meccanicamente appunti inutilizzati, l’espressione di chi ha visto crollare il mondo e non capisce perché nessuno stia piangendo.
La scena, a riguardarla al rallentatore, mostra l’essenza della serata: i grandi concetti non reggono se non si accompagnano a opere, e le opere, in TV, prendono la forma di esempi concreti.
Meloni ha scelto di non combattere sul terreno dell’astrazione, ha costretto l’avversaria a inseguirla tra “come” e “quando”, tra cosa si fa il lunedì mattina e cosa si misura il venerdì sera.
Di Cesare ha scelto di rilanciare sempre più alto, come a voler obbligare lo studio a respirare nella rarefazione delle idee.
Lo studio, però, vive di gravità.
Quando scarseggiano i ponti tra principio e prassi, la discussione cade dove pesa di più.
Il caso TV nasce proprio lì.
Non è un match tra destra e sinistra, è un urto tra narrativa e amministrazione, tra memoria assoluta e gestione quotidiana, tra parole che vogliono salvare e mani che vogliono fare.
La televisione non perdona gli squilibri di linguaggio.
Se una parola assoluta viene usata come arma generica, perde potenza, e l’avversario la ribalta in abuso semantico.
Se una riforma viene descritta come catastrofe senza offrire alternative praticabili, l’immagine suona come paura, non come proposta.
E quando la paura sembra venire dai salotti, il popolo si irrigidisce.
In questo senso, la serata consegna un promemoria fastidioso a tutti: il linguaggio non è neutro, ma è una responsabilità.
Se tutto diventa “fascismo”, il fascismo smette di essere riconoscibile.
Se tutto è “sicurezza”, la sicurezza smette di essere misurabile.
Se tutto è “tradimento”, la parola tradimento si svuota e non protegge più nulla.
Il gelo che ha avvolto lo studio nel finale è il risultato di questa inflazione semantica.
La narrativa preparata è crollata sotto il peso delle sue contraddizioni, e l’assenza di un’alternativa concreta ha trasformato l’attacco in un eco.
La politica, però, non vive di echi.
Vive di sequenze: priorità, tempi, strumenti, responsabilità.
Quella notte la televisione ha smesso di essere protagonista e ha lasciato campo alla verità elementare che non si monta e non si taglia.
Che il Paese non è un’aula di seminario, né un feed social.
È una somma di vite che chiedono ordine e direzione, senza catechismi e senza scorciatoie.
Quando le luci si sono abbassate, la platea non ha applaudito.
Ha pensato.
E nel pensiero, per una volta, si è sentito perfino il rumore del presente.
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