Gentili telespettatori di Pulsazione Politica, l’appello iniziale a iscrizioni e campanelle scivola via come un rito, ma già dai primi secondi qualcosa non torna: collegamenti che saltano, immagini a intermittenza, una regia costretta a rincorrere i protagonisti.
Maria Elena Boschi è in studio, Roberto Vannacci entra con qualche secondo di ritardo, e quell’avvio confuso diventa la metafora perfetta di un confronto che, invece, si rivelerà lucidissimo nelle intenzioni e durissimo nei toni.
Il conduttore sceglie di partire dalla scintilla più fresca: la provocazione del generale sulla “flottiglia” diretta a Gaza.
Vannacci ammette la dose di provocazione, ma la riancora a una tesi “di realtà”: gli aiuti italiani, dice, sono già arrivati, e ci sono canali logistici ben più efficaci di piccole barche civili nel Mediterraneo.

Non una vittoria politica, non un rischio di scontro, salvo atti violenti degli attivisti; il blocco navale israeliano è legittimo sul piano del diritto internazionale, la Marina ha capacità operative che non vanno sfidate con gesti simbolici.
Boschi rovescia l’ottica.
Se l’iniziativa è pacifica, è legittima a prescindere: non si tratta solo di far arrivare aiuti, ma di impedire che una tragedia venga normalizzata e rimossa.
Evoca il dovere dello Stato di tutelare chi parte, richiama Parlamento e diplomazia, parla di cessate il fuoco e “giorno dopo” con una transizione sotto egida ONU e paesi arabi moderati.
La condanna del 7 ottobre è netta, la richiesta di liberazione degli ostaggi ovvia, ma la sproporzione della risposta militare – dice – non può diventare un tabù.
Il dibattito cambia marcia quando viene citata la vicenda Iacchetti, pretesto per parlare di piazze e conseguenze.
Vannacci liquida con durezza, denuncia comportamenti indecorosi e i “due pesi e due misure” nel giudicare la violenza.
Boschi prende le distanze da ogni giustificazione degli scontri, difende le forze dell’ordine e distingue i manifestanti pacifici dai teppisti.
Il confronto rientra nel perimetro interno, ma per alzare la temperatura.
Si parla di “Lega vannaccizzata”, dell’accoglienza a Pontida, di presunti malumori.
Boschi ridimensiona: gli attacchi al generale arrivano soprattutto dal centrodestra, con prese di distanza leghiste e forziste.
Vannacci ribatte secco: Pontida come prova di compattezza sotto Salvini, stampa colpevole di una narrativa di frattura inesistente.
Sul tavolo arriva il caso Ilaria Salis.
Per il generale, l’idea di un’immunità parlamentare su fatti estranei all’attività politica è inaccettabile.
Boschi replica ricordando i rilievi europei sullo stato di diritto in Ungheria e l’esigenza minima di un processo equo per una cittadina italiana.
Il paragone con altri casi internazionali amplifica la faglia dei “due pesi e due misure”.
L’Europa, chiamata in causa anche da un tweet di Ursula von der Leyen – “Buona giornata per l’Europa, grazie a chi ha dato fiducia” – entra come cornice implicita di inclusioni ed esclusioni.
Vannacci coglie il gancio: il Parlamento conta ancora, dice, e lo prova citando la normativa sulla deforestazione fermata da una maggioranza risicata nonostante il favore della Commissione.
La parola “lotte” fa capolino, il registro si fa bellicoso, un sorriso ironico in studio non basta a smorzare.
Poi succede la cosa che sposta la serata dal dibattito allo scontro di visioni.
Boschi alza il livello, chiama l’asticella dei principi: legalità, proporzione, responsabilità istituzionale, il dovere di proteggere vite senza cedere al cinismo del “sono solo percezioni”.
“Due pesi e due misure” diventa un’accusa precisa.
Il pubblico aspetta una risposta diplomatica, un giro di parole.
Invece arriva una reazione secca.
Vannacci rivendica l’idem sentire: realtà contro percezione.

Ribadisce che la politica non può piegarsi all’emotività, che le regole non sono variabili comunicative, che la sicurezza ha priorità rispetto al gesto simbolico.
È una lama fredda.
Lo studio si gela.
La cornice si riconfigura in pochi secondi: non è più una discussione su strumenti, è un urto frontale tra etica dell’intenzione ed etica della conseguenza.
Boschi insiste sul “chi protegge chi”.
La pacificità della flottiglia come linguaggio politico legittimo, la tutela dello Stato come obbligo, la sproporzione come problema morale prima che giuridico.
Vannacci rilancia la cartografia del reale: canali efficaci, blocchi legittimi, attivisti avvertiti.
Percezione e realtà entrano in collisione e, per un istante, il silenzio vale più delle parole.
Quando si torna a respirare, il copione ha perso i binari.
Boschi apre il capitolo delle minacce e dell’odio.
Il generale racconta striscioni, messaggi, inviti negati in ambienti accademici.
Boschi difende la libertà di espressione, accusa la destra di vittimismo strumentale e invita ad abbassare i toni.
La chiusura, surreale e necessaria, arriva con un vecchio video del “pesce” di Vannacci che diventa pretesto per una sfida ironica sulle regionali toscane: sorrisi, promesse di cene, saluti.
Sotto la superficie, però, restano le linee di frattura.
Due visioni inconciliabili del ruolo delle istituzioni, della guerra, del linguaggio politico.
Un’Europa che appare al tempo stesso debole e inevitabile, un Parlamento che resiste per colpi di maggioranza, una piazza che alterna pacifismo e attrito.
La serata consegna tre effetti.
Il primo: la formula “percezione vs realtà” non è più un vezzo del conduttore, è diventata il criterio con cui il pubblico misura la credibilità di chi parla.
Il secondo: Boschi ha spostato la sfida sul terreno dei principi, costringendo il generale a mostrare l’ortopedia del suo “noi” tra partito, Paese e ruolo europeo.
Il terzo: Vannacci ha consolidato il profilo di combattente istituzionale, a rischio di irrigidirsi proprio quando l’empatia potrebbe aprire spazio politico.
La viralità fa il resto: clip, reazioni, hashtag che semplificano e polarizzano.
Ma in controluce resta una domanda non negoziabile.
Quante decisioni possiamo accettare in nome del “reale” quando il “reale” non viene condiviso con prove, tempi e responsabilità?
E quanta indignazione possiamo tollerare in nome della “percezione” se non si traduce in proposte e garanzie?
Il confronto Boschi–Vannacci ha congelato lo studio proprio perché ha mostrato il punto cieco del nostro dibattito: si confonde la prova con la narrativa, si scambia la sensibilità per strategia.
Da qui in avanti, chi vorrà convincere dovrà portare entrambi.
Fatti e voce.
Regole e immaginario.
E accettare che “due pesi e due misure” non sia solo accusa, ma invito a calibrare meglio la bilancia.
Noi continueremo a seguire questa linea sottile, perché è lì che, in tv come nella politica reale, si decide quanto pesa davvero una parola detta in diretta.
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