A Corso d’Italia, a Roma, il potere non alza mai la voce.
Di solito sussurra, convoca, rinvia, media.
Per questo, quando una frattura diventa pubblica, non è mai un dettaglio di colore.
È un segnale che qualcosa, dentro, non regge più.
Negli ultimi giorni la sensazione è che attorno a Maurizio Landini si sia incrinata la regola non scritta che tiene insieme le grandi organizzazioni: i dissensi si gestiscono in casa, non in piazza e non sui giornali.
A rompere quel muro, secondo quanto rilanciato e discusso nel circuito politico-mediatico, sarebbe stata Susanna Camusso, ex segretaria generale della CGIL e oggi senatrice del Partito Democratico.
Il fatto, in sé, non è una banale divergenza tra due personalità.
È un cortocircuito simbolico, perché Camusso non è un’avversaria esterna, non è una commentatrice qualsiasi, e soprattutto non è un nome che si possa liquidare come “provocazione”.
Quando parla chi ha lasciato la guida a chi viene dopo, la politica capisce che non è più solo dialettica, ma giudizio.

Il contesto che ha acceso la miccia, per come viene raccontato, è una manifestazione in cui si sarebbero viste bandiere e posizioni legate al Venezuela, con la presenza di esuli che denunciano repressione e sofferenze.
Su quel terreno, ogni ambiguità pesa doppio, perché non si discute di una sfumatura programmatica, ma di democrazia e diritti umani.
Ed è proprio lì che, sempre secondo la ricostruzione circolata, Landini sarebbe stato accusato di silenzio, o quantomeno di mancanza di una condanna netta.
Camusso, intervenendo pubblicamente, avrebbe scelto parole chiare: si può criticare l’azione e l’influenza americana nel mondo, ma questo non può diventare un alibi per sorvolare su una dittatura.
È una frase che, nella logica sindacale, suona come una cesura.
Perché costringe tutti a rispondere a una domanda elementare e allo stesso tempo devastante: qual è la linea morale, prima ancora che politica, di chi pretende di rappresentare i diritti.
Se il sindacato nasce per difendere chi non ha potere, allora non può permettersi zone grigie quando i diritti vengono schiacciati.
Questo è il punto che rende l’uscita di Camusso una “sentenza” più che una critica, almeno nella percezione di chi osserva.
Non perché stabilisca verità giudiziarie, ma perché separa il campo in due categorie emotive: chi condanna e chi “non abbastanza”.
E in politica la categoria “non abbastanza” è spesso letale, perché diventa sospetto, caricatura, etichetta.
Da quel momento, l’immagine di una CGIL monolitica, capace di parlare con una sola voce, si è appannata.
Non necessariamente nei rapporti di forza interni reali, che solo gli organismi e i congressi misurano.
Ma nella percezione pubblica sì, che oggi vale quasi quanto la sostanza.
Landini, nel racconto di queste ore, appare intrappolato tra due esigenze incompatibili.
Da una parte la necessità di tenere insieme una base plurale, dove convivono sensibilità molto diverse sulla politica internazionale.
Dall’altra il bisogno di non perdere credibilità morale agli occhi del Paese, soprattutto quando si chiede di essere ascoltati su giustizia sociale, lavoro, salari, sicurezza.
Perché l’opinione pubblica accetta il conflitto sindacale, ma fatica a comprendere l’ambiguità sui regimi.
È in questo snodo che molti commentatori descrivono la reazione di Landini come una scelta di spostamento del baricentro.
Se il fronte estero divide, allora si torna al fronte interno, dove l’opposizione al governo può ricompattare più facilmente.
E infatti, nella ricostruzione proposta da chi legge questa fase come “faida”, Landini avrebbe rilanciato con forza su riforma della giustizia, premierato, autonomia differenziata e decreti in materia di sicurezza.
È una mossa politicamente comprensibile: cambiare campo di battaglia quando sul primo ti stanno chiudendo le vie di fuga.
Ma è anche una mossa rischiosa, perché può apparire come diversione se il pubblico percepisce che si sta evitando la domanda iniziale.
Quando un leader appare in fuga, anche se non lo è, gli avversari hanno già vinto metà della partita comunicativa.
Sul merito delle riforme, poi, lo scontro è destinato a restare duro e lungo, perché la separazione delle carriere, il premierato e l’autonomia differenziata non sono slogan.
Sono architetture istituzionali che cambiano pesi e contrappesi, e dunque accendono reazioni identitarie.
Landini le descrive da tempo come un attacco alla Costituzione e alla democrazia sostanziale, e su questo chiama la piazza.
Il governo, dal canto suo, le racconta come modernizzazione, efficienza, chiarezza di responsabilità, e come risposta a un sistema percepito lento o bloccato.
In mezzo, come spesso accade, ci sono cittadini che non entrano nei dettagli tecnici ma giudicano un’altra cosa: chi sembra parlare dei loro problemi quotidiani.
Se il sindacato appare concentrato solo sulle grandi cornici istituzionali, rischia di lasciare scoperto il terreno più sensibile, quello del potere d’acquisto e della precarietà.
Se il governo appare concentrato solo su regole e procedure, rischia di sembrare distante dalla fatica reale di chi lavora.
Il punto politico, però, è che la frattura Camusso-Landini non nasce su un contratto o su una piattaforma salariale, e proprio per questo fa più rumore.
Perché mette in discussione l’identità, non una tattica.
E quando l’identità vacilla, ogni iniziativa successiva viene letta con sospetto: scioperi, manifestazioni, appelli, tutto può essere interpretato come scelta genuina oppure come operazione di copertura.
È un meccanismo brutale, ma è il meccanismo del tempo presente.
A rendere il quadro ancora più tagliente c’è il fatto che Camusso oggi siede anche dentro una dinamica partitica, quella del PD, che a sua volta è attraversato da correnti, posizioni internazionali differenti e strategie spesso non allineate.
Quindi l’effetto è doppio: la critica non riguarda solo la CGIL, ma rimbalza sulla sinistra politica, come se qualcuno avesse deciso di dire ad alta voce ciò che prima si diceva sottovoce.
In questo scenario, la domanda “È finita per Landini” è potente, ma rischia di essere fuorviante.
Non perché Landini non possa essere in difficoltà, ma perché “finita” suggerisce un crollo immediato che raramente esiste in strutture grandi e complesse come un sindacato confederale.
I sindacati non cadono in una notte, però possono perdere centralità in modo progressivo, e quello sì può cambiare il sistema paese.
La centralità si perde quando non si riesce più a rappresentare un blocco sociale ampio, quando si parla solo a chi è già convinto, quando la conflittualità diventa rituale e non produce risultati percepibili.
Se la base sente che le battaglie sono simboliche e non migliorano la vita concreta, l’adesione si assottiglia.
E se l’adesione si assottiglia, la politica impara a negoziare altrove, con altre sigle, con altri tavoli, o direttamente con l’opinione pubblica.
È qui che, al di là dei toni drammatici di molte narrazioni online, c’è un nodo reale e serio: la rappresentanza dei lavoratori sta cambiando forma, e chi non si adatta rischia di diventare una voce tra le altre.
La pressione del lavoro frammentato, delle partite IVA, della gig economy, dell’automazione e dell’intelligenza artificiale richiede strumenti nuovi, linguaggi nuovi e alleanze nuove.
Se il sindacato resta percepito come un fortino ideologico, perde presa su chi vive il lavoro come instabilità quotidiana più che come appartenenza di classe.
La sortita di Camusso, letta in questa chiave, suona anche come un tentativo di “normalizzazione” culturale.
Come a dire: possiamo essere radicali sul lavoro, ma non possiamo essere ambigui sui diritti umani, perché altrimenti la radicalità diventa caricatura e si auto-squalifica.
Per Landini la risposta è complicata, perché se replica duramente rischia di aprire una guerra interna visibile, e se non replica rischia di far sembrare vera l’accusa.
In entrambi i casi, paga un costo.

E quando un leader paga costi da entrambe le parti, la leadership viene testata nel modo più duro: non dalle piazze, ma dai propri confini interni.
Intanto, sullo sfondo, il governo osserva e sfrutta ogni segnale di divisione, perché la divisione dell’interlocutore è sempre un vantaggio negoziale.
Se il fronte sindacale appare frammentato, l’esecutivo può scegliere tempi, modalità e interlocutori, e può presentarsi come l’unico “adulto nella stanza” agli occhi di un elettorato moderato.
Questo non significa che il governo abbia automaticamente ragione sul merito delle riforme, significa che ne guadagna sul piano della rappresentazione.
E la rappresentazione, oggi, è spesso la metà più visibile della politica.
La vicenda, in conclusione, somiglia meno a un colpo di teatro e più a una resa dei conti di lungo periodo che finalmente affiora.
Non è solo Camusso contro Landini, ma una domanda sul futuro della sinistra sociale e politica in Italia: conflitto o proposta, identità o coalizione, testimonianza o governo della complessità.
Se questa domanda resterà senza risposta, la bussola non si romperà soltanto per un leader.
Si romperà per un intero campo, e quando un campo perde orientamento, non perde solo voti o iscritti.
Perde la capacità di essere necessario.
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