C’è un momento in cui un’organizzazione smette di preoccuparsi di convincere gli altri e inizia a doversi spiegare ai propri.
Ed è in quel momento, non quando arrivano gli attacchi dall’esterno, che si misura la vera solidità di un sindacato.
Negli ultimi giorni il dibattito attorno alla CGIL e alla leadership di Maurizio Landini è tornato a incendiarsi con toni da resa dei conti, complice una narrazione social che parla di “fuga di iscritti”, di base disillusa e di una frattura che non sarebbe più ricomponibile.
A dare benzina a questo racconto è anche la lettura proposta da Tommaso Cerno, che in vari interventi pubblici viene descritto come uno capace di fiutare i punti di rottura nei palazzi e di trasformarli in una storia che cammina da sola.
Il punto, però, non è decidere chi “ha ragione” in una guerra di tifoserie, ma capire perché questo tema, oggi, attecchisce così facilmente.
Se una parte di opinione pubblica è pronta a credere che la CGIL stia “perdendo pezzi” e che il sindacato sia diventato troppo politico, significa che esiste una domanda di rappresentanza che non si sente più coperta come prima.
La domanda è brutale e quotidiana, e non ha nulla di astratto.
Chi lavora chiede protezione concreta, tempi rapidi, risposte pratiche e una sensazione elementare: non essere lasciato solo quando serve davvero.
Dentro questo bisogno, ogni messaggio percepito come distante diventa una miccia, e ogni battaglia simbolica rischia di sembrare una fuga dal problema anziché una soluzione.
È in questo spazio che si inserisce il racconto dell’“esodo delle tessere”, amplificato da commenti online, testimonianze individuali e accuse che rimbalzano tra social, video e talk show.
Va detto con chiarezza che i commenti e le esperienze personali non equivalgono automaticamente a un quadro statistico completo, perché la realtà dei numeri richiede dati ufficiali, serie storiche e confronti omogenei.
Ma anche quando non sono una prova definitiva, le testimonianze sono un termometro della fiducia, e la fiducia è il capitale più delicato per un sindacato.
Il cuore della contestazione, così come emerge da questa ondata di contenuti, è un’accusa di scollamento culturale prima ancora che organizzativo.
In molti sostengono che la CGIL non parlerebbe più “la lingua del lavoro”, e che al posto della tutela si percepirebbero slogan, bandiere, posizionamenti e comunicazione da campagna politica permanente.
È un’accusa ricorrente nella storia sindacale italiana, ma oggi pesa di più perché il lavoro è cambiato più in fretta delle sue forme di rappresentanza.
Il lavoro è diventato frammentato, intermittente, ipercontrattualizzato e spesso individualizzato, e in un contesto così la promessa di protezione collettiva deve essere ancora più credibile, non meno.
Quando questa credibilità vacilla, la reazione non è soltanto “me ne vado”, ma “non mi fido più del meccanismo”, che è una cosa molto più profonda e difficile da recuperare.
La figura di Landini, in questa fase, viene descritta dai critici come quella di un leader fortissimo sul palco e più fragile nella gestione della percezione quotidiana.
È la differenza tra l’impatto mediatico e la capillarità territoriale, tra il comizio e la pratica, tra il comunicato e la risposta all’iscritto che bussa alla porta di una sede.
Se la base sente che il sindacato è presente solo quando c’è da fare una battaglia nazionale e assente quando c’è un problema personale, la frattura si allarga anche a prescindere dalle intenzioni reali della leadership.
In questa narrazione, l’elemento più tossico non è la critica politica, ma l’idea che il sindacato sia diventato un “partito sindacale”, cioè un soggetto che usa l’energia della base per obiettivi che la base non riconosce più come propri.
È un’accusa che funziona perché fa leva su un sentimento molto diffuso in Italia: la stanchezza verso le strutture percepite come autoreferenziali.
Quando un’organizzazione appare concentrata sulla propria identità e sui propri simboli, e meno sulla propria efficacia, scatta un riflesso quasi automatico di rigetto.
Da qui il linguaggio apocalittico del “crollo”, della “notte fonda”, della “sala che si svuota anche se le luci restano accese”, che sui social diventa una metafora semplice e condivisibile.
Il rischio, per chi guida, è che la metafora sostituisca la complessità e diventi realtà percepita prima ancora di essere dimostrata dai numeri.
E quando la percezione si consolida, rimetterla in discussione richiede più energia di quanta ne sia servita per crearla.

Un altro punto che ha infiammato la discussione, in queste ricostruzioni, è la dimensione internazionale e l’effetto boomerang di alcune prese di posizione.
Qui bisogna essere prudenti, perché spesso i messaggi circolano tagliati, decontestualizzati o riassunti in modo polemico, e la distanza tra una dichiarazione reale e la versione virale può essere enorme.
Ma il meccanismo emotivo resta chiaro: una parte di iscritti e simpatizzanti non tollera che un sindacato venga associato, anche solo per suggestione, a simpatie verso governi stranieri percepiti come autoritari o repressivi.
In quel caso, non si discute più di contratti o salari, si discute di identità morale, e l’identità morale è il terreno più scivoloso perché non ammette mezze misure.
Se la CGIL viene percepita come pronta a spendere capitale simbolico su cause lontane mentre sul territorio le persone si sentono scoperte, la critica diventa feroce anche in chi non è politicamente ostile.
È qui che nasce la frase che più di tutte produce danno reputazionale, cioè l’idea che “si difendano battaglie e non persone”, o peggio che “si difendano leader e non lavoratori”.
Non importa quanto sia giusta o ingiusta questa percezione, perché nel circuito mediatico la percezione si comporta come un fatto.
E il lavoro della leadership diventa allora un lavoro di riparazione narrativa oltre che organizzativa.
Nel racconto che circola, tornano anche vecchie ferite della politica sindacale recente, come campagne referendarie considerate fallimentari o iniziative percepite come molto rumorose e poco efficaci.
Anche qui la valutazione dipende dai parametri, perché una campagna può essere un fallimento elettorale e allo stesso tempo un successo di mobilitazione, oppure il contrario.
Ma nell’opinione pubblica la misura più semplice è sempre la stessa: “cosa è cambiato per me”.
Se dopo mesi di mobilitazione la risposta è “niente”, l’energia si trasforma in disillusione e la disillusione diventa rabbia, perché chi si mobilita investe fiducia, tempo e spesso denaro.
Un passaggio particolarmente destabilizzante, in questa narrativa, riguarda la coerenza tra parole e contratti, cioè il tema dei salari e dei livelli retributivi.
Quando si sostiene una battaglia pubblica per il “salario minimo” e contemporaneamente circolano esempi di accordi o contratti percepiti come insufficienti, l’effetto non è una semplice critica.
L’effetto è un’accusa di doppio standard, che è la cosa più corrosiva per una struttura che vive di legittimità morale.
A quel punto, anche chi sarebbe disposto a concedere buona fede inizia a pensare che il problema non sia un errore, ma un’abitudine.
Ed è esattamente il tipo di pensiero che un sindacato non può permettersi di lasciare crescere.
In mezzo a tutto questo, c’è un elemento che i contenuti più polemici tendono a usare come colpo finale: l’idea del “paracadute politico” di Landini, cioè la suggestione che la traiettoria sindacale sia orientata a una futura carriera istituzionale.
È una voce ricorrente nella politica italiana, e proprio per questo va trattata con cautela, perché spesso non è una notizia ma un frame, uno stampo narrativo che si applica a molti leader per spiegarne ogni scelta.
Tuttavia, anche quando non è dimostrata, questa suggestione funziona come sospetto generalizzato, perché parla a un’ansia diffusa: che chi rappresenta il lavoro finisca per rappresentare soprattutto se stesso.
Se una parte della base arriva a crederlo, il rapporto fiduciario si spezza in un modo che non si ricuce con un comunicato o con un intervento televisivo.
Si ricuce solo con una sequenza di azioni coerenti e verificabili nel tempo, cioè con la prova che la priorità resta la tutela quotidiana.
Il punto più interessante, e anche più scomodo, è che questa crisi di credibilità non riguarda solo la CGIL, ma il sindacato come forma storica in un Paese che ha cambiato pelle.
L’industria pesante non è più l’unico centro simbolico del lavoro, la precarietà è diventata normalità, e moltissime persone vivono un rapporto con il lavoro in cui l’identità collettiva è più debole.
In quel mondo, il sindacato deve reinventare la propria utilità percepita, perché senza utilità percepita il tesseramento diventa abitudine, e l’abitudine prima o poi muore.
Quando i critici dicono “è la fine”, spesso stanno esagerando per ottenere attenzione, ma stanno anche indicando un rischio reale: la trasformazione della rappresentanza in rituale.
Un rituale è qualcosa che si ripete anche quando non produce più effetti, e proprio per questo, a un certo punto, diventa irritante.
La rivolta di base, quando esiste, non nasce dall’ideologia, ma dalla sensazione di essere invisibili.
E l’invisibilità, nel lavoro contemporaneo, è già altissima, perché molte professioni sono solitarie, molte carriere sono discontinue, molti contratti sono fragili e molte tutele dipendono da regole che cambiano spesso.
Se anche il sindacato viene percepito come distante, allora la persona non si sente solo senza protezione, si sente solo senza voce.
È questo che rende il tema così esplosivo, perché quando la voce non c’è, la rabbia cerca un bersaglio e lo trova nel leader più visibile.

Landini, quindi, non è soltanto un segretario generale in difficoltà d’immagine, ma diventa il simbolo di una domanda più grande: a cosa serve oggi un sindacato, e quanto deve essere politico per essere efficace senza diventare un partito.
È un equilibrio difficile, perché un sindacato che non fa politica rischia di diventare un ufficio pratiche, ma un sindacato che fa solo politica rischia di perdere il terreno.
La frattura di cui si parla, quella “che fa paura a tutti”, nasce esattamente qui, nel punto in cui il sindacato deve decidere se parlare soprattutto al Paese o soprattutto ai suoi iscritti, sapendo che senza iscritti non c’è forza, e senza forza non c’è ascolto.
Se la CGIL è davvero davanti a un bivio, lo si capirà meno dai video virali e più da tre cose concrete: capacità di presenza territoriale, coerenza tra messaggi e risultati contrattuali, e qualità della risposta ai casi individuali.
Quando queste tre cose funzionano, la polemica si sgonfia anche se continua la battaglia politica.
Quando non funzionano, anche il migliore discorso dal palco suona come un rumore lontano.
La sensazione che oggi attraversa questo racconto è quella di un’organizzazione storica che sta combattendo su due fronti contemporaneamente, quello esterno contro un contesto economico duro e quello interno contro la perdita di fiducia.
Il secondo fronte è più pericoloso del primo, perché il contesto economico è un nemico inevitabile, mentre la fiducia è una risorsa che si può perdere per errori piccoli e ripetuti.
E quando si perde la fiducia, la vera punizione non è l’attacco dell’avversario politico, ma il silenzio di chi smette di partecipare.
In quel silenzio non c’è solo disaccordo, c’è l’idea che non valga più la pena.
Ed è proprio l’idea che “non valga più la pena” che, se dovesse radicarsi, renderebbe questa crisi qualcosa di più di una polemica stagionale.
A quel punto non sarebbe più una discussione su Landini, ma la domanda definitiva sulla capacità del sindacato di rappresentare un’Italia del lavoro che nel frattempo è diventata più povera, più frammentata e più impaziente di quanto lo fosse anche solo dieci anni fa.
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