A Roma non servono urla per far tremare un racconto, perché a volte basta un atto istituzionale per cambiare l’aria.
Mentre nelle piazze e nei talk show si alzavano toni da “allarme democratico”, il Quirinale faceva ciò che fa sempre quando la politica si scalda: restava dentro le regole, e proprio per questo diventava il punto che molti non potevano ignorare.
Il centro della scena, in queste ore, non è una battuta ben riuscita o un comizio ben montato, ma un gesto sobrio e formalissimo: la promulgazione di un provvedimento legato alla riforma della giustizia, associata al ministro Carlo Nordio e alla maggioranza guidata da Giorgia Meloni.
È qui che nasce il cortocircuito politico che sta mettendo in difficoltà la sinistra, perché quando la narrazione è “siamo davanti a una deriva”, il primo bersaglio implicito diventa chi ha il compito costituzionale di vigilare.
E il garante, in Italia, ha un nome e un cognome che pesano più di qualsiasi hashtag: Sergio Mattarella.
Il problema, per chi costruisce una campagna emotiva, è che Mattarella non è un personaggio di contesa quotidiana, ma l’architrave del linguaggio istituzionale.
Quando il Presidente firma, non sta “approvando politicamente” una linea, ma certifica che l’atto ha seguito un percorso e che, entro i limiti del suo ruolo, non presenta profili tali da bloccarlo con un rinvio alle Camere.
Questa distinzione, che ai giuristi appare ovvia, nel dibattito pubblico viene spesso compressa fino a diventare una sola frase urlata: “ha firmato, quindi va bene”.
Ed è proprio su questo scarto tra tecnica e percezione che la politica si gioca la partita più sporca.

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha impostato da tempo una linea di mobilitazione dura contro le riforme dell’esecutivo, con un lessico che richiama “allarme”, “resistenza” e “difesa”.
È una strategia comprensibile sul piano del consenso, perché l’opposizione vive anche di segnali forti, e perché la parola “giustizia” in Italia è un detonatore emotivo.
Ma la stessa strategia diventa fragile quando si appoggia su un presupposto assoluto, cioè l’idea che il sistema sia a un passo dalla cattura autoritaria.
Perché se davvero fossimo a un passo dalla cattura autoritaria, la prima frizione dovrebbe emergere proprio dove le istituzioni di garanzia hanno gli strumenti per segnalare il problema.
Il Quirinale, quando ritiene necessario, non resta muto per vocazione, perché può rinviare una legge alle Camere con un messaggio motivato.
E questo dettaglio, spesso dimenticato, è la prima crepa nel racconto apocalittico.
Non serve inventare scene notturne o thriller da corridoio, perché la vera potenza del Quirinale è la normalità procedurale.
La normalità procedurale è un linguaggio freddo, ma proprio per questo è devastante contro chi vive di toni incandescenti.
Se il Presidente rinvia, lancia un segnale pubblico, e la politica è costretta a fare i conti con una contestazione formale.
Se il Presidente promulga, il messaggio implicito è più sfumato, ma non meno rilevante, perché dice che non si è ritenuto di bloccare quell’atto in quella fase.
A questo punto la domanda diventa inevitabile, anche per molti elettori non schierati: se si sta gridando al “regime”, dove si colloca il garante della Costituzione in questa storia.
È qui che il racconto rischia di collassare, perché o si ammette che la parola “regime” è un’esagerazione politica, oppure si finisce per suggerire che anche le istituzioni di garanzia siano parte del disegno.
E insinuare questo, senza prove e senza atti, significa aprire una frattura che non colpisce solo il governo, ma la fiducia complessiva nelle regole comuni.
Il “gesto silenzioso” di Mattarella, dunque, non è una mossa contro Schlein, ma diventa politicamente un limite invalicabile per chi prova a trasformare ogni riforma in una soglia di emergenza democratica.
Perché l’emergenza democratica, per definizione, non può essere raccontata come un film e ignorata nei canali istituzionali che esistono proprio per segnalarla.
La riforma della giustizia, nel dibattito, viene spesso ridotta a uno slogan, e lo slogan che divide di più è quello della separazione delle carriere.
È un tema tecnico, ma non è un tema piccolo, perché tocca la percezione di terzietà del giudice e il modo in cui il cittadino vive il processo.
In Italia, da anni, una parte dell’opinione pubblica chiede più chiarezza tra chi accusa e chi giudica, mentre una parte del mondo giudiziario e politico teme che qualsiasi modifica possa indebolire l’indipendenza della magistratura.
In mezzo, come sempre, c’è la realtà: l’indipendenza non è uno slogan, è un equilibrio di regole, organi e controlli, e ogni intervento va letto in concreto, articolo per articolo.
È per questo che “Mattarella ha firmato” pesa più di una polemica televisiva, perché riporta la discussione nel perimetro dove la parola “Costituzione” non è una clava, ma un testo da applicare.
Smascherare, in questo contesto, non significa “umiliare” un avversario, ma costringerlo a fare i conti con la coerenza logica delle proprie affermazioni.
Schlein può e deve criticare una riforma se la ritiene sbagliata, ma quando la critica diventa una profezia di controllo politico delle toghe, deve anche spiegare con precisione quale meccanismo produrrebbe quel controllo.
Perché l’Italia non è un Paese senza anticorpi, e la magistratura non è un ufficio del governo, né lo diventa per suggestione.

Chi parla di “asservimento” deve dimostrare dove, come e con quali leve, altrimenti sta facendo propaganda con un tema che tocca la libertà di tutti.
Il paradosso, infatti, è che una retorica eccessiva sulla “fine della democrazia” rischia di ottenere l’effetto opposto: banalizzare i veri allarmi quando arrivano davvero.
In questo clima, l’opposizione tenta spesso di tenere insieme pezzi diversi con un collante unico, e il collante più facile è il nemico assoluto.
Quando il nemico assoluto è “la destra al potere”, ogni differenza interna può essere sospesa, ogni incoerenza può essere coperta dal richiamo all’emergenza.
Ma più l’emergenza viene evocata, più cresce la domanda su chi la certifica, e Mattarella, volente o nolente, è il nome che torna sempre.
Il Quirinale, con i suoi uffici, le sue verifiche e i suoi strumenti, è un filtro reale, non un accessorio scenico.
Questo non significa che una legge promulgata sia intoccabile o perfetta, perché esiste il controllo della Corte costituzionale e perché la dialettica parlamentare resta il luogo della revisione.
Significa però che l’idea di una “trappola” autoritaria a vista, fatta passare davanti a tutti senza reazioni istituzionali, è un racconto troppo comodo per essere credibile senza elementi solidi.
E qui si arriva alla “verità scomoda” che parte della sinistra fatica a dire chiaramente: non basta gridare al pericolo per sostituire un’analisi, e non basta evocare il fascismo per evitare la fatica di spiegare perché una riforma concreta sarebbe dannosa.
Il Paese reale, quello che aspetta una sentenza civile per anni o vede procedimenti penali consumarsi tra rinvii e prescrizioni, non vive la giustizia come un simbolo, la vive come un tempo di vita che se ne va.
Quando la politica trasforma la giustizia in un referendum permanente sulla legittimità dell’avversario, sta giocando con la frustrazione dei cittadini.
E una frustrazione lunga, in Italia, non ha mai prodotto moderazione, ma solo sfiducia, rabbia e disaffezione.
Se davvero la riforma introduce novità come un diverso assetto disciplinare o un diverso equilibrio tra organi di autogoverno, il dibattito serio dovrebbe misurarsi su quello, e non su immagini da incubo.
Perché un sistema disciplinare più credibile può essere letto come garanzia per i cittadini, ma può anche essere letto come rischio di pressione, e la differenza sta nei dettagli, non nelle urla.
Il “gesto silenzioso” del Presidente costringe tutti a una scelta comunicativa che molti vorrebbero evitare: abbassare il tono e salire di livello, cioè parlare di architettura istituzionale e non di apocalisse.
È un passaggio difficile, perché la politica contemporanea è addestrata al contrario, cioè a cercare lo scontro emotivo che genera attenzione immediata.
Ma l’attenzione immediata non è governabilità, e nemmeno credibilità.
Quando Schlein parla al suo pubblico più mobilitato, il linguaggio della minaccia funziona come collante, ma quando parla al Paese più largo, quel linguaggio rischia di suonare come una scorciatoia.
E le scorciatoie, in un clima già teso, si pagano, perché generano un sospetto generalizzato che non si ferma al bersaglio di giornata.
Se tutto è “regime”, allora nessuno crede più a nulla, e l’istituzione perde la sua capacità di essere ponte.
La sinistra, in questa fase, sembra voler giocare una partita identitaria, e l’identità è un carburante potente, ma non può sostituire un progetto che parli di salari, sanità, scuola, investimenti e amministrazione.
Quando manca la proposta, la tentazione è trasformare il voto in un plebiscito morale, e la giustizia diventa lo strumento perfetto per farlo.
Il problema è che la giustizia non è un giocattolo morale, è un sistema che produce effetti economici e sociali misurabili.
Le imprese investono o non investono anche in base alla prevedibilità del diritto, e i cittadini vivono meglio o peggio anche in base ai tempi di una causa.
Se il dibattito politico si riduce a una guerra di etichette, i tempi restano quelli che sono, e il Paese continua a pagare il costo dell’inefficienza.
Il silenzio del Quirinale, in questo quadro, pesa come un richiamo implicito alla responsabilità, perché ricorda che le istituzioni non sono un ring, e che esistono filtri, procedure, controlli, e perfino linguaggi che non si possono violentare senza conseguenze.
La “smascheratura” di cui molti parlano, allora, non è un colpo di teatro, ma l’effetto di un fatto semplice: quando un garante non segnala una deriva con gli strumenti che ha, chi grida alla deriva deve alzare la qualità della prova.
Non perché il garante sia infallibile, ma perché la democrazia si regge su passaggi verificabili, non su suggestioni.

Questo è il punto che sta mettendo in difficoltà la narrazione più estrema, perché obbliga a scendere dal palco e a entrare nel testo.
E quando si entra nel testo, le parole grosse perdono volume, mentre i dettagli diventano decisivi.
La politica italiana, oggi, sembra spesso incapace di questa disciplina, perché preferisce l’onda emotiva alla lettura integrale.
Eppure è proprio lì che si misura la serietà di un’opposizione: nella capacità di dire “qui c’è un rischio concreto” indicando la leva, la procedura e la conseguenza, senza chiedere al pubblico un atto di fede.
Se Schlein vuole davvero guidare un’alternativa credibile, non può fondarla soltanto sulla paura dell’avversario, perché la paura non costruisce riforme, costruisce soltanto fronti.
E i fronti, quando passano le elezioni, lasciano macerie e non lasciano soluzioni.
Il gesto discreto di Mattarella non è un lasciapassare politico per il governo, ma è un promemoria istituzionale per tutti: la Costituzione non è un set, e la credibilità non si ottiene con l’eco, ma con la precisione.
Chi continua a parlare di “fine della libertà” senza dimostrare la catena giuridica che porterebbe a quel risultato sta facendo una scelta di marketing politico, non una scelta di tutela democratica.
E il marketing politico, quando usa la paura come materia prima, finisce sempre per avvelenare la fiducia comune, cioè l’unica cosa che permette alle istituzioni di reggere anche quando i governi cambiano.
Se c’è una lezione che emerge da questo passaggio, è che il potere non parla solo con i discorsi, ma anche con i rituali che resistono alla propaganda.
E quando un rituale costituzionale smentisce la narrazione di una catastrofe imminente, non è il Quirinale a fare politica, è la politica a essere costretta a fare finalmente i conti con la realtà.
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