A volte la politica italiana non sembra muoversi nei palazzi, ma nelle tavole apparecchiate.

Non perché una cena basti a cambiare un partito, ma perché le cene sono il luogo perfetto in cui le ambizioni si dicono a mezza voce e poi diventano “retroscena”.

Negli ultimi giorni, attorno a una presunta cena bolognese attribuita a Romano Prodi, è nata una di quelle narrazioni che in rete crescono come edera: rapida, avvolgente, quasi impossibile da staccare dal muro delle percezioni.

Il cuore del racconto è esplosivo: un incontro di fine anno che non sarebbe stato un momento conviviale, ma un laboratorio politico per “fare fuori” Elly Schlein e preparare una nuova architettura centrista.

È una storia che funziona benissimo per un motivo semplice: dà un volto a un disagio reale, cioè la frizione permanente dentro il Partito Democratico tra identità progressista e ansia di centro.

Prima di tutto, però, serve una premessa di igiene mentale.

Schlein e l'investitura di Prodi: la fine della vocazione maggioritaria del Pd

Una cosa è discutere di dinamiche interne, correnti, posizionamenti e possibili scenari, che sono fisiologici in ogni grande partito.

Un’altra cosa è trasformare ipotesi e voci in un “piano segreto” già eseguito, con tanto di regia, colpevoli e vittime, come in un thriller natalizio.

La politica non è innocente, ma raramente è così lineare come i racconti virali la dipingono.

La figura di Romano Prodi, in questo tipo di narrazione, è perfetta perché è il “grande vecchio” per eccellenza.

Prodi è il simbolo di un centrosinistra di governo, di una cultura politica che privilegia coalizioni ampie, compatibilità istituzionali e linguaggi moderati.

Per questo, ogni sua frase, ogni suo gesto e ogni sua presenza vengono letti come una manovra, anche quando potrebbero essere semplicemente opinioni o incontri normali tra persone che si conoscono da decenni.

Dire che Prodi “blocchi” qualcuno, o che sia stato “bloccato”, è una formula che accende l’immaginazione, ma che spesso confonde due piani diversi.

Il primo piano è il potere formale, quello delle cariche, dei voti e degli organismi dirigenti.

Il secondo piano è il potere informale, quello dell’autorevolezza, dei contatti e della capacità di orientare conversazioni.

Prodi oggi pesa soprattutto nel secondo piano, che è reale ma non è un joystick con cui spostare a piacimento le pedine.

Al centro della storia c’è Elly Schlein, descritta come una segretaria “troppo a sinistra” per diventare credibile come candidata di governo.

Questa critica non nasce su internet e non nasce ieri, perché il PD è attraversato da anni dalla stessa domanda: essere un partito di identità o un partito di coalizione.

Schlein ha scelto con chiarezza il registro dell’identità, puntando su temi sociali, diritti e una collocazione più netta rispetto al governo Meloni.

Quella scelta rafforza una parte del popolo progressista e contemporaneamente irrita l’area che teme l’isolamento elettorale nei collegi e nelle periferie moderate.

Questa tensione, da sola, spiega perché qualsiasi voce su “congiure” anti-Schlein trovi subito terreno fertile.

Nel racconto che circola, alla cena sarebbero comparsi nomi che, messi insieme, fanno subito “trama”: amministratori pragmatici, ex ministri, personalità considerate più centriste, e perfino giornalisti descritti come detonatori mediatici.

Il meccanismo è narrativamente irresistibile: se metti intorno a un tavolo persone che l’opinione pubblica percepisce come “moderate”, la conclusione diventa automatica, cioè che stiano preparando una scissione o una sostituzione.

Ma in politica la vicinanza non equivale automaticamente a un patto.

A volte significa solo che quel mondo si parla, perché è abituato a farlo, e perché la politica italiana resta un ecosistema piccolo, ripetitivo, relazionale.

Il passaggio più citato, quello che fa scintille, è l’attribuzione a Prodi di una frase perentoria su Schlein, una sentenza del tipo “non governerà mai”.

Anche qui, senza una citazione verificabile, il punto non è stabilire se la frase sia stata detta esattamente così.

Il punto è capire perché una frase del genere, vera o deformata, appare credibile a molti osservatori.

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Appare credibile perché la storia del centrosinistra italiano è piena di leader “di testimonianza” che funzionano dentro il partito ma faticano a trasformarsi in candidati premier vincenti.

Appare credibile perché la coalizione avversaria, oggi, è guidata da una destra che ha trovato un centro di gravità e un messaggio riconoscibile, mentre l’opposizione vive ancora un’identità frammentata.

Appare credibile perché il PD ha un trauma elettorale ricorrente: la paura di apparire troppo radicale e quindi non governabile.

In questa cornice si inserisce l’idea della “costituente centrista”, una formula che torna ciclicamente in Italia come una cometa.

Quando la polarizzazione cresce, il centro si presenta come soluzione razionale, come luogo del buon senso, come ponte tra sensibilità diverse.

Il problema è che il centro, per diventare forza politica reale, ha bisogno di tre cose che non si improvvisano: leadership, base sociale e narrazione autonoma.

Se manca una di queste tre, il centro resta un progetto da salotto, utile per fare pressione sul partito principale, ma debole alle elezioni.

Eppure il solo parlare di un centro in costruzione ha già un effetto politico: serve a mettere Schlein sotto ricatto strategico.

Il ricatto non è necessariamente un complotto, può essere un semplice messaggio.

Il messaggio è: o ti sposti, o ti superiamo; o allarghi, o ti aggiriamo; o ci includi, o creiamo un’altra casa.

Questo messaggio pesa soprattutto sulla classe media, perché è lì che si gioca la credibilità di governo.

La classe media italiana, oggi, non è una fotografia tranquilla ma un territorio ansioso, impoverito e spaventato dalla mobilità sociale inversa.

Ha paura di perdere status, di non garantire ai figli ciò che aveva dato per scontato, di essere schiacciata tra inflazione, tasse percepite come ingiuste e servizi pubblici che non reggono.

Quando la politica offre solo identità e poca gestione, la classe media scivola verso chi promette ordine, protezione o semplicemente chiarezza.

Ecco perché una guerra interna al PD non è un gossip per addetti ai lavori.

Se il PD appare instabile, litigioso e incapace di decidere chi è, la classe media lo registra come un rischio, non come una nuance.

Per questo l’ipotesi di una “nuova casa moderata” agita tanto, anche se restasse solo un’ipotesi.

In rete, però, il racconto non si limita a dire “c’è tensione”.

Il racconto vuole il colpo di scena, e quindi introduce la categoria del tradimento, del complotto natalizio, dell’operazione chirurgica per “eliminare” la segretaria.

Qui conviene essere chiari: parlare di “eliminare” politicamente qualcuno è linguaggio sensazionalistico, utile per un video, molto meno utile per capire davvero cosa accade.

I leader di partito non vengono eliminati con una cena, ma con numeri, sondaggi interni, risultati elettorali, gruppi parlamentari che cambiano umore, amministratori che smettono di spendere capitale politico.

La politica reale è più lenta, e proprio per questo spesso più crudele.

Se esiste una pressione su Schlein, è plausibile che arrivi da due direzioni.

La prima è la pressione esterna, cioè l’esigenza di presentare un’alternativa credibile a Meloni su economia, sicurezza, politica estera e gestione dei conti pubblici.

La seconda è la pressione interna, cioè la necessità di tenere insieme mondi che nel PD convivono ma non si amano: riformisti, ex renziani, cattolici democratici, ecologisti, sinistra sociale.

Quando questi mondi sentono che la traiettoria identitaria li mette in un angolo, reagiscono come reagisce qualunque gruppo umano: cercano alleanze e costruiscono opzioni.

Il fatto che alcuni di questi mondi si parlino, anche attorno a una tavola, non è automaticamente un golpe.

È spesso la fase preliminare di un negoziato interno, che può finire in due modi: o la segretaria incorpora parte delle richieste e disinnesca la mina, oppure la mina esplode in una rottura più formale.

La parte più “esclusiva” della storia, quella che promette di “scuotere l’intera classe media”, non è quindi una frase rubata o un retroscena colorito.

È la conseguenza politica di un PD che non riesce a presentarsi come forza di governo compatta mentre il Paese cerca risposte concrete su salari, sanità, scuola, casa e produttività.

Se il centrosinistra rimane un arcipelago, la classe media non aspetta che si unisca, perché nel frattempo deve pagare mutui, affitti e bollette.

E se la classe media non aspetta, la politica cambia asse, e lo cambia senza chiedere permesso.

Resta la domanda più delicata: Prodi è davvero il regista di una sostituzione, o è l’alibi perfetto per raccontare una frattura che esiste già.

La seconda ipotesi è spesso la più realistica, perché i “grandi vecchi” in politica vengono usati come simboli.

Simboli del moderatismo, della prudenza, dell’establishment, o al contrario della saggezza e dell’unità possibile, a seconda di chi racconta.

Attribuire a Prodi un piano segreto serve a rendere personale una dinamica collettiva, e rende più facile scegliere un colpevole invece di affrontare un problema strutturale.

Il problema strutturale è che l’opposizione italiana non ha ancora trovato una formula stabile di coalizione, e il PD vive in bilico tra essere perno o essere parte.

Schlein, per reggere, deve dimostrare due cose contemporaneamente, e sono quasi contraddittorie.

Deve dimostrare coerenza identitaria per non perdere la sua base motivata.

Deve dimostrare ampiezza e pragmatismo per non essere percepita come leader di minoranza.

Ogni voce su cene, costituenti e centri alternativi serve a spingerla verso un errore di equilibrio.

Se si sposta troppo al centro, rischia di perdere la sinistra sociale e di apparire come l’ennesima metamorfosi del PD.

Se resta troppo identitaria, rischia di perdere pezzi di classe dirigente territoriale e di apparire inadeguata al governo.

In questo spazio strettissimo, i retroscena diventano armi, e chi li diffonde non sempre lo fa per informare.

A volte lo fa per condizionare, per accelerare processi interni, per costringere qualcuno a reagire pubblicamente e quindi a scoprirsi.

È il vero “piano”, più che la cena: creare una pressione narrativa che spinga la leadership a sbagliare mossa.

Alla fine, ciò che scuote davvero non è l’idea di un complotto, ma la sensazione che il centrosinistra sia ancora una somma di tavoli separati.

E finché i tavoli restano separati, la politica del governo non trova un contraltare credibile, e la classe media resta senza un’offerta che la rassicuri senza blandirla.

Questa è la parte che non ha bisogno di effetti speciali, perché è già visibile.

Il resto, cioè i piani segreti raccontati come sceneggiature, è spesso la schiuma, rumorosa e viralissima, che galleggia sopra un problema molto più serio.

Un problema che non si risolve con una cena in più o in meno, ma con una scelta: decidere se il PD vuole vincere parlando a una parte o governare convincendo una maggioranza.

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