Ci sono mattine in cui una discussione radiofonica sembra ordinaria, e poi all’improvviso si trasforma in una frattura politica che resta lì, visibile, come una crepa sul muro.
È quello che è accaduto quando Paolo Mieli, in diretta, ha scelto di colpire Maurizio Landini e la CGIL non sul dettaglio di una singola dichiarazione, ma sull’identità stessa del sindacato nell’Italia di oggi.
Il tema di partenza, almeno nella ricostruzione circolata nelle ultime ore, era la situazione in Venezuela e il modo in cui alcune posizioni pubbliche sarebbero state interpretate come indulgenti verso consultazioni elettorali contestate da molti osservatori internazionali.
Da lì, però, la discussione si è allargata come fanno i veri incendi mediatici: non restano dentro il perimetro iniziale, ma cercano ossigeno in tutto ciò che divide già l’opinione pubblica.
E il carburante più pronto, in questo caso, è la domanda che insegue i sindacati da anni: rappresentano ancora il lavoro, oppure rappresentano soprattutto se stessi.
Mieli, nel racconto del confronto, non avrebbe usato lenti morbide, ma un bisturi.

Non si sarebbe limitato a dire “questa posizione è sbagliata”, bensì avrebbe sostenuto che certe uscite sarebbero il sintomo di una trasformazione più ampia, quella di un sindacato che parla di qualunque dossier, dalla politica estera ai referendum, fino a risultare indistinguibile da un soggetto politico permanente.
È una critica che, detta in modo secco e pubblico da una firma di lungo corso del commento politico italiano, pesa perché va oltre la polemica e tocca la legittimazione.
Se un sindacato viene percepito come un attore che sostituisce la contrattazione con la presa di posizione, perde la sua moneta più preziosa: l’idea di essere utile nella vita concreta delle persone.
Il punto non è stabilire se un sindacato “possa” parlare di temi internazionali, perché formalmente può farlo e spesso lo ha fatto anche in passato, specie in momenti storici di forte politicizzazione.
Il punto, semmai, è capire quale prezzo paga quando lo fa, e quanto quel prezzo sia sostenibile in una stagione in cui il lavoro è già frammentato, precarizzato, diviso tra generazioni e spesso privo di una voce comune.
In questo senso, l’attacco di Mieli arriva in un momento delicato per tutti, non solo per la CGIL.
Il sindacato italiano, nel suo complesso, è sotto pressione da due forze contrarie che lo schiacciano.
Da un lato c’è una parte di Paese che chiede più conflitto e più durezza, convinta che senza scontro non si ottenga nulla.
Dall’altro lato c’è una parte crescente di lavoratori che non si riconosce più nelle strutture tradizionali, perché vive rapporti di lavoro intermittenti, piattaforme digitali, micro-contratti, o semplicemente una mobilità continua che rende difficile sentirsi “categoria”.
Quando Mieli parla di un sindacato che avrebbe “perso la bussola”, sta provando a trasformare questa crisi di rappresentanza in un’accusa politica precisa: la CGIL, secondo questa impostazione, avrebbe ampliato il proprio raggio d’azione non per necessità sociale, ma per costruire un ruolo da protagonista del dibattito pubblico.
Ed è qui che la critica diventa più tagliente, perché insinuerebbe un sospetto di finalità, cioè l’idea che l’iper-esposizione serva a preparare un futuro politico, personale o di area.
Una simile insinuazione, proprio perché colpisce intenzioni e non soltanto scelte, è una miccia che accende inevitabilmente reazioni viscerali.
Chi è vicino alla CGIL tende a leggerla come delegittimazione di un pezzo di storia repubblicana, quasi una richiesta di silenzio sociale.
Chi è critico verso la CGIL tende a leggerla come la descrizione, finalmente esplicita, di una macchina che avrebbe smesso di essere uno strumento e sarebbe diventata un fine.
In mezzo resta il pubblico, che non è un tribunale ma è l’ambiente reale in cui la credibilità si guadagna o si perde, e che spesso valuta con un criterio brutale: mi aiuti, oppure mi parli addosso.
Il dettaglio più interessante, in questi casi, non è solo la durezza dell’affondo, ma ciò che succede subito dopo.
Nella narrazione che avete riportato, viene sottolineata l’assenza di una replica immediata di Landini e della CGIL, con il dibattito che si sposta rapidamente sui social e nelle redazioni.
Questo passaggio è ormai un automatismo contemporaneo: la risposta non avviene più nello stesso luogo dello scontro, ma in un ecosistema parallelo dove ogni frase viene tagliata, ricontestualizzata e resa compatibile con le tifoserie.
Il risultato è che la questione di merito, cioè quali siano i confini legittimi dell’azione sindacale, viene spesso sostituita da una gara di frame.
Da una parte il frame “sindacato politicizzato e ideologico”.
Dall’altra il frame “attacco al lavoro e ai diritti, travestito da critica”.
Entrambi funzionano benissimo per mobilitare consenso, e molto male per chiarire la realtà.
Perché la realtà, come spesso accade, è più scomoda dei frame.
È vero che un sindacato che parla solo di contratti rischia di apparire cieco rispetto al mondo che cambia, perché oggi il lavoro è legato a energia, guerra, inflazione, filiere globali, migrazioni, tecnologia, e perfino alle scelte geopolitiche che muovono mercati e prezzi.
Ed è anche vero che un sindacato che parla di tutto rischia di non essere più riconoscibile, cioè di smarrire il proprio “mandato” agli occhi di chi vorrebbe vedere risultati misurabili, non solo dichiarazioni.
In questo equilibrio difficile, Mieli sembra aver scelto la linea della separazione netta: il sindacato difende i lavoratori, la politica fa politica, e quando i ruoli si confondono qualcuno perde autorevolezza.
È una posizione coerente, ma non è neutra, perché implica un’idea specifica di società, in cui gli attori collettivi si muovono in corsie distinte.
Landini, invece, negli ultimi anni ha spesso rappresentato una visione più larga del sindacalismo, in cui lavoro e cittadinanza sociale sono intrecciati, e in cui il sindacato pretende di intervenire anche quando le scelte istituzionali influenzano diritti, welfare e tutele.
La differenza tra le due visioni è reale, e non riguarda solo la CGIL, ma il modo in cui l’Italia gestisce i conflitti sociali.
Se i sindacati vengono confinati al solo terreno salariale, allora il resto del dibattito viene lasciato quasi esclusivamente a partiti e media, con il rischio che le persone si sentano ancora più spettatrici.
Se i sindacati diventano attori onnipresenti del dibattito su qualunque tema, allora rischiano di somigliare a partiti senza elezione, e questo alimenta la diffidenza di chi già li percepisce come corpi intermedi autoreferenziali.
L’attacco di Mieli, per come viene descritto, ha colpito proprio questa zona grigia, dipingendola non come scelta strategica, ma come deriva.
Ed è comprensibile che una simile lettura abbia fatto scattare “nervi scoperti”, perché i nervi scoperti della sinistra italiana passano spesso dai sindacati.
Non solo per una storia comune, ma perché oggi, in assenza di un’identità progressista compatta, la rappresentanza sociale diventa una delle poche strutture rimaste riconoscibili.
Quando quella struttura viene accusata di aver perso la sua ragione d’essere, il colpo non è solo a Landini, ma a un’idea di opposizione sociale che, per molti elettori, è già fragile.
C’è poi un tema che rende tutto più esplosivo: la credibilità internazionale.
Quando un dirigente sindacale si espone su un Paese controverso o su una consultazione elettorale contestata, entra in un campo minato fatto di riconoscimenti, condanne, diplomazia e propaganda.
Un conto è dire “difendo i diritti dei lavoratori ovunque”, che è una formula universalista.
Un altro conto è essere percepiti come colui che legittima, anche solo a parole, un sistema accusato da molti di compressione democratica.
Qui la percezione diventa sostanza mediatica, e la sostanza mediatica diventa arma politica.
In un’Italia dove il dibattito pubblico è spesso costruito su accuse di doppio standard, basta un passaggio mal spiegato perché l’avversario trasformi tutto in una prova di incoerenza.
Ed è esattamente quello che, in questa vicenda, sembra essere accaduto: da un episodio si è arrivati a un processo identitario sul “vero” ruolo del sindacato.
Il fatto che la discussione sia avvenuta in diretta, con toni descritti come particolarmente duri, aggiunge un elemento teatrale che amplifica la sensazione di “demolizione”.
Ma la demolizione più efficace, in politica, non è l’urlo, è la costruzione di un dubbio semplice da ripetere.
E il dubbio che Mieli avrebbe lanciato è ripetibile all’infinito: un sindacato che parla di tutto finisce per non difendere più nessuno, e forse parla di tutto perché vuole diventare qualcos’altro.
Questa frase, anche se non fosse pronunciata con quelle parole esatte, è un format, e i format funzionano perché hanno una morale immediata.
Il rischio per la CGIL, in termini di immagine, è trovarsi costretta a rispondere più alle intenzioni attribuite che alle azioni reali.
È una trappola comunicativa frequente: non ti contestano solo cosa fai, ti contestano perché lo fai.
E quando il “perché” viene definito dall’esterno come ambizione politica, ogni smentita può sembrare difensiva, e ogni spiegazione può sembrare una giustificazione.
Dall’altra parte, anche per Mieli c’è un rischio, perché un attacco troppo totale può apparire come una delegittimazione generalizzata del ruolo sindacale, proprio mentre il lavoro italiano vive pressioni fortissime tra salari stagnanti, produttività, sicurezza, trasformazione tecnologica e diseguaglianze territoriali.
In questo quadro, ridurre tutto a “sindacato ideologico” può suonare seducente, ma rischia di semplificare un problema più profondo: la crisi di intermediazione, cioè il fatto che molte persone non sanno più chi le rappresenti davvero.
La questione, allora, non è scegliere un vincitore della giornata mediatica.
La questione è capire se la CGIL, e con essa i sindacati italiani, riusciranno a tenere insieme due esigenze che spesso si contraddicono: essere concreti e misurabili sul lavoro, e al tempo stesso non ignorare i grandi fattori politici che cambiano le condizioni del lavoro.
Se non riescono a farlo, saranno percepiti come inutili.
Se lo fanno male, saranno percepiti come partiti mascherati.

E se lo fanno bene, dovranno comunque pagare il prezzo di una società polarizzata, dove la complessità è sospetta e la coerenza viene misurata con clip da trenta secondi.
Alla fine, l’immagine più significativa di questa storia non è lo scontro in sé, ma ciò che lo scontro rivela: la fatica dell’Italia nel definire i confini tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica.
È una fatica antica, ma oggi è diventata più visibile perché i corpi intermedi non godono più dell’immunità culturale di un tempo.
Ogni parola pesa, ogni causa “extra” viene letta come diversivo, e ogni silenzio viene interpretato come imbarazzo.
In questo scenario, la CGIL non può permettersi di essere percepita come un megafono generico, e Mieli non può permettersi di essere percepito come colui che chiede ai sindacati di tornare muti.
Se qualcosa resta, dopo la tempesta mediatica, è un messaggio duro ma utile: la credibilità non si eredita, si dimostra, e oggi sindacati e commentatori se la contendono nello stesso campo minato, dove basta una frase per trasformare un confronto in un processo pubblico.
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