In diretta televisiva basta poco perché un confronto politico diventi un processo sommario, e questa volta il detonatore è stato un attacco durissimo attribuito a Vittorio Feltri contro Laura Boldrini.

La scena, per come viene raccontata e rilanciata, ha il sapore della miccia accesa: toni incandescenti, frasi taglienti, e quel tipo di silenzio in studio che non è ascolto, ma imbarazzo.

Nel mirino non c’è soltanto una posizione politica, ma la persona, la biografia pubblica, persino il modo di stare al mondo, con una retorica che trasforma l’avversario in un simbolo da demolire.

Il punto, però, non è solo lo “scontro”, perché lo scontro è ormai il linguaggio naturale di molti talk e di molta comunicazione politica.

Il punto vero è che, quando si evocano accuse gravissime legate al terrorismo, il confine tra commento e diffamazione diventa sottilissimo, e la responsabilità di chi parla diventa enorme.

Secondo il racconto circolato, Feltri avrebbe attaccato Boldrini collegandola a un incontro avvenuto in ambiente parlamentare con una figura descritta come “finanziatore” di Hamas.

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Questa è un’accusa di una serietà estrema, perché implica un’ombra non solo politica ma anche morale, e richiederebbe riscontri solidi, nomi, atti, contesto, e soprattutto la distinzione netta tra interlocuzione istituzionale e sostegno materiale.

In assenza di elementi verificati e presentati con precisione, qualsiasi ricostruzione rischia di diventare un racconto che si autoalimenta, dove l’indignazione prende il posto dei fatti.

È esattamente qui che il caso esplode, perché la televisione non ama le note a piè di pagina e premia le frasi che “bucano” lo schermo.

Il registro attribuito a Feltri, in questa vicenda, non si limita a contestare un gesto o una scelta, ma scivola in una rappresentazione caricaturale della sinistra e della stessa Boldrini.

La si descrive con etichette, ammiccamenti ideologici, e con un linguaggio che derubrica temi come diritti e parità a “stupidaggini”, spostando il confronto dalla politica alla derisione.

Questa tecnica è vecchia quanto la polemica: se riduci l’avversario a macchietta, non devi più discutere con lui, devi solo far ridere o indignare il pubblico.

Ma quando la macchietta viene associata a parole come “terrorismo” e “finanziamento”, il salto di qualità è enorme, perché la narrazione diventa una condanna implicita.

In studio, in questi casi, il gelo non nasce solo dalla tensione tra ospiti, ma dalla consapevolezza che si è entrati in una zona radioattiva.

Da un lato c’è chi vuole cavalcare l’indignazione, perché l’indignazione fidelizza e polarizza.

Dall’altro c’è chi capisce che una frase di troppo, detta nel modo sbagliato, può trasformare un talk show in un caso politico e legale.

Il copione che molti spettatori riconoscono è quello della “trappola perfetta”: si prende un episodio controverso, lo si carica di significati massimi, e lo si usa per dimostrare che l’avversario non è solo sbagliato, ma pericoloso.

In questa chiave, Boldrini non viene contestata come deputata con idee diverse, ma come emblema di un’area politica accusata di avere simpatia automatica per una parte del conflitto mediorientale.

È una generalizzazione che semplifica tutto e non spiega niente, ma funziona benissimo come clava retorica.

Il passaggio più delicato, nella ricostruzione, è l’equazione implicita “sinistra uguale filo-palestinese” e, peggio ancora, “filo-palestinese uguale indulgente verso Hamas”.

Questa equazione non è solo discutibile, è pericolosa, perché cancella la pluralità di posizioni, cancella la differenza tra solidarietà umanitaria e sostegno a gruppi armati, e spinge il dibattito verso una logica tribale.

In un Paese democratico, invece, la discussione su Israele e Palestina dovrebbe essere trattata con una precisione quasi chirurgica, proprio perché è un tema su cui la propaganda prospera e le vite reali vengono schiacciate.

Se un parlamentare incontra una figura controversa, la domanda legittima è “perché”, “con quale finalità”, “in quale quadro”, e “con quali verifiche”.

La domanda non dovrebbe mai essere trasformata automaticamente in una sentenza morale, soprattutto se accompagnata da inviti alla gogna o alla violenza verbale.

Il problema della “diretta” è che la diretta tende a saltare questi passaggi intermedi, perché il pubblico vuole un colpevole, non una procedura.

Eppure la procedura è l’unica cosa che separa un’accusa legittima da un linciaggio mediatico.

Dentro questa dinamica, l’attacco di Feltri, per come viene riportato, sembra costruito per ottenere tre effetti immediati.

Il primo effetto è delegittimare Boldrini non sul merito delle sue critiche al governo Meloni, ma sul terreno della rispettabilità.

Il secondo effetto è incollare alla sinistra un’etichetta identitaria, come se il campo progressista fosse un blocco unico incapace di distinguere tra cause civili e ambiguità geopolitiche.

Il terzo effetto è costringere l’avversario a difendersi non con argomenti politici, ma con smentite e chiarimenti, cioè a giocare in difesa mentre l’altro detta il ritmo.

È una tecnica spietata, perché chi è accusato di qualcosa di moralmente ripugnante perde tempo a ripulirsi, mentre l’opinione pubblica trattiene comunque il sospetto.

E il sospetto, in politica, vale spesso più della prova, soprattutto nel ciclo breve dei social e dei titoli.

Il fatto che si parli di “silenzi imbarazzati” è coerente con questo meccanismo, perché quando una frase è troppo forte, spesso nessuno sa più quale sia la risposta giusta.

Se replichi duramente, alimenti lo scontro e sembri nervoso.

Se replichi in modo tecnico, sembri freddo e distante.

Se non replichi subito, sembra che tu stia incassando perché non hai argomenti.

È una trappola comunicativa perfetta, e i talk show, per loro natura, sono progettati per farla funzionare.

C’è poi un tema che resta sullo sfondo ma che in realtà è centrale: la differenza tra critica politica e disumanizzazione.

Dire “non condivido la tua posizione” è politica.

Dire “tu sei il simbolo della follia” è già un passo oltre.

Dire “certe cause sono stupidaggini” è un ulteriore passo, perché non contesti l’idea, contesti la dignità del tema.

E quando si arriva a evocare la punizione sociale, la pubblica umiliazione o la violenza verbale come risposta “meritata”, la discussione smette di essere democratica e diventa spettacolo punitivo.

In questo caso, il nodo non è difendere Boldrini a prescindere o attaccare Feltri a prescindere, perché la politica non è una tifoseria e il giornalismo non dovrebbe esserlo.

Il nodo è pretendere che, se si lanciano accuse che sfiorano il terrorismo, queste siano trattate con standard più alti di un monologo da studio.

Il pubblico può accettare toni duri, perché i toni duri fanno parte della polemica italiana.

Ma il pubblico dovrebbe pretendere precisione, perché la precisione è ciò che impedisce ai talk di trasformarsi in tribunali improvvisati.

C’è anche un elemento di contesto che rende questo tipo di episodi sempre più frequenti.

La polarizzazione conviene.

Conviene ai politici, perché mobilita le basi.

Conviene ai commentatori, perché crea personaggi e rivalità riconoscibili.

Conviene alle trasmissioni, perché produce clip che viaggiano e fanno numeri.

Il problema è che ciò che conviene al ciclo mediatico spesso avvelena il discorso pubblico, perché trasforma ogni tema complesso in un referendum morale su chi è “buono” e chi è “cattivo”.

Il conflitto in Medio Oriente, in particolare, è diventato una calamita di questa distorsione, perché basta una parola sbagliata per essere marchiati, e basta un’accusa per incendiare schieramenti.

In un’Italia già stanca, già nervosa, già compressa tra crisi internazionali e problemi interni, l’effetto è quello di un cortocircuito.

Si smette di discutere di politica estera con la serietà che merita, e si usa la politica estera come arma per colpire l’avversario interno.

Questa dinamica non produce chiarezza, produce solo tribù.

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E quando le tribù si formano, la verità diventa secondaria rispetto alla fedeltà al gruppo.

Il titolo “Feltri perde la pazienza” è, in sé, una narrazione comoda, perché suggerisce spontaneità, autenticità, rabbia “vera”.

Ma spesso, in televisione, la rabbia non è solo rabbia, è un formato, è un registro, è un modo di occupare la scena.

Il “perdere la pazienza” può essere anche una scelta, perché la pazienza non buca lo schermo, mentre l’invettiva sì.

Ed è qui che la sinistra, descritta come “colta di sorpresa”, paga un difetto ricorrente: risponde spesso con indignazione morale, ma fatica a rispondere con una contro-narrazione immediata che parli allo stesso pubblico.

Quando la sinistra prova a riportare tutto al diritto, alle procedure, al linguaggio istituzionale, rischia di risultare fredda.

Quando prova a reagire sullo stesso registro emotivo, rischia di apparire artificiale.

Così resta spesso in mezzo, e in mezzo, in televisione, si perde.

Il paradosso finale è che queste scene lasciano tutti con la stessa sensazione, ma per motivi opposti.

Chi simpatizza per Feltri e per la destra sentirà che finalmente qualcuno “dice le cose come stanno”, anche se le cose non sono state dimostrate.

Chi simpatizza per Boldrini e per la sinistra sentirà che si è oltrepassato il limite, anche se non sempre saprà indicare quale frase abbia fatto scattare quel limite.

Nel mezzo resta lo spettatore comune, che assorbe un messaggio semplice e potentissimo: la politica è guerra, e la guerra non chiede prove, chiede nemici.

Se c’è una lezione che si può trarre da questa vicenda, è che i temi seri non sopravvivono a lungo in un ambiente che premia la ferocia più della verità.

E se davvero si vuole capire che cosa sia accaduto, chi abbia incontrato chi, con quali finalità e con quali responsabilità, la risposta non può essere un urlo in studio.

La risposta deve essere documenti, contesto, verifiche, e un dibattito che distingua tra critica legittima e insinuazione distruttiva.

Perché in democrazia si può contestare tutto, anche duramente, ma non si dovrebbe mai trasformare il sospetto in sentenza e la televisione in tribunale.

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