La parola “giustizia” oggi pesa come un macigno, perché non indica solo tribunali e codici, ma fiducia, sicurezza e la sensazione che le regole valgano davvero per tutti.
In questo clima, l’irruzione di Antonio Di Pietro nel confronto sul referendum legato alla riforma della giustizia ha acceso una miccia che era già pronta da tempo, trasformando una disputa tecnica in uno scontro identitario tra istituzioni, politica e cittadini.
Di Pietro parla da ex magistrato e da protagonista di una stagione che ha segnato l’immaginario collettivo, e proprio per questo le sue parole hanno un peso diverso, perché non arrivano da un commentatore esterno, ma da qualcuno che conosce dall’interno la cultura e le dinamiche del mondo giudiziario.
Il suo bersaglio, in questa fase, è la campagna del “no” promossa dall’Associazione Nazionale Magistrati, descritta da lui come una narrazione costruita per generare paura e spostare voti, più che per informare i cittadini sul merito della riforma.

L’accusa centrale, ripetuta con toni che non lasciano spazio a cautele, è che si stia facendo credere agli elettori che un’eventuale vittoria del “sì” metterebbe i giudici sotto il controllo del governo, con Giorgia Meloni evocata come figura capace di tirare i fili della magistratura.
Di Pietro definisce questa impostazione una menzogna clamorosa, e la parola “menzogna” qui non è un’aggettivazione polemica come tante, ma un atto di rottura, perché implica un salto dalla divergenza di valutazione alla contestazione dell’integrità.
Quando un ex magistrato accusa l’organizzazione rappresentativa dei magistrati di disinformare, il conflitto smette di essere solo politico e diventa un conflitto di legittimità, perché il punto non è più “chi ha ragione” ma “chi è credibile”.
Ed è proprio la credibilità, oggi, la valuta più rara della vita pubblica italiana, perché la fiducia verso le istituzioni è sotto pressione da anni, tra processi lunghi, polemiche sulle correnti, conflitti tra poteri e una comunicazione politica che spesso vive di semplificazioni aggressive.
Il caso, così come viene raccontato nei contenuti che circolano online, non si limita alle dichiarazioni, ma si concentra su un elemento che colpisce l’immaginazione: una campagna pubblicitaria visibile, costosa, fatta di messaggi netti e interrogativi allarmanti.
Il cuore retorico di quei messaggi, secondo la ricostruzione, è una domanda che funziona come un grimaldello psicologico: “Vorresti i giudici che dipendono dalla politica?”.
Di Pietro attacca proprio qui, perché sostiene che si tratti di una falsa rappresentazione del testo e degli effetti della riforma, e quindi di una comunicazione non solo dura, ma ingannevole.
In questo passaggio si annida il vero nervo scoperto, perché una campagna referendaria è legittimamente dura e persuasiva, ma se viene percepita come fuorviante, rischia di produrre l’effetto opposto, cioè di rafforzare l’idea che anche le istituzioni “facciano politica” come un qualunque comitato.
Il linguaggio di Di Pietro è volutamente frontale, quasi da tribunale popolare, e la sua forza sta nel ribaltare un’immagine tradizionale: non più la magistratura come argine ai poteri, ma una parte della magistratura come potere che si difende.
Questa è la cornice che lui propone, e che molti politici del centrodestra e commentatori affini tendono a rafforzare, parlando di corporativismo e di “casta”, cioè di un sistema autoreferenziale che resiste alle riforme per preservare meccanismi di influenza interna.
Il termine “casta” non è neutro, perché in Italia è diventato una scorciatoia narrativa potentissima, capace di unire indignazioni diverse sotto una sola etichetta.
Quando lo si applica alla magistratura, però, l’impatto è ancora più delicato, perché tocca il pilastro della terzietà del giudice, e se quella terzietà viene percepita come compromessa, tutto il sistema perde ossigeno.
A questo punto la discussione si biforca, e vale la pena dirlo chiaramente, perché altrimenti si finisce nel rumore: una cosa è sostenere che certi slogan siano eccessivi o scorretti, un’altra è dimostrare che siano intenzionalmente falsi, e un’altra ancora è sostenere che dietro ci sia un progetto politico della magistratura come corpo unico.

La magistratura non è un monolite, l’ANM non coincide con ogni magistrato, e le correnti interne esistono proprio perché esistono visioni differenti su organizzazione, carriere, autonomia e responsabilità.
È vero però che nella percezione pubblica, quando parla l’ANM parla “la magistratura”, e questa sovrapposizione rende ogni parola più esplosiva, perché il cittadino non distingue più tra rappresentanza associativa e funzione giurisdizionale.
Di Pietro, da comunicatore esperto, sfrutta questo punto e lo trasforma in accusa morale: se chi rappresenta i giudici usa la propria autorevolezza per condizionare l’elettorato con messaggi distorti, allora non sta partecipando a un dibattito, sta abusando di un credito istituzionale.
Qui nasce la domanda più sensibile, quella che alimenta reazioni forti e spesso polarizzate: fino a che punto un’associazione di categoria può fare campagna politica senza intaccare la percezione di imparzialità del ruolo?
Formalmente, la risposta è che un’associazione può esprimere posizioni, perché la Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero e perché il dibattito pubblico sulle regole della giustizia riguarda anche chi la giustizia la amministra.
Sostanzialmente, però, la questione è un’altra, perché ciò che conta è l’effetto: se il messaggio appare come “noi giudici diciamo la verità contro il governo”, si crea una frattura tra potere giudiziario e potere politico che può diventare permanente.
La frattura diventa ancora più pericolosa quando la comunicazione assume toni apocalittici, perché l’apocalisse è una lingua che brucia i ponti, non li costruisce.
Nella narrazione rilanciata da molti sostenitori del “sì”, la prova della debolezza del “no” sarebbe la Costituzione stessa, con particolare riferimento all’articolo 104, spesso citato per spiegare architettura e garanzie del Consiglio Superiore della Magistratura.
Qui il dibattito dovrebbe entrare nel merito con calma, perché la Costituzione non è un meme e nemmeno una clava, eppure viene trattata spesso come un’arma retorica da entrambe le parti.
Quando Di Pietro e altri sostengono che il testo della riforma non preveda quella “dipendenza dal governo” evocata negli slogan, stanno facendo un’operazione di confutazione che può essere legittima, ma che richiede precisione, perché basta una semplificazione sbagliata per alimentare ulteriore sfiducia.
Il coinvolgimento di costituzionalisti e rappresentanti dell’avvocatura, citati nel dibattito pubblico come voci tecniche capaci di ridurre la temperatura emotiva, viene presentato come un “fact checking” definitivo.
Anche qui serve un minimo di cautela, perché in materia costituzionale esistono interpretazioni, previsioni sugli effetti, valutazioni sui rischi sistemici, e raramente un singolo intervento chiude la partita.
Ciò che può chiuderla, semmai, è la lettura pubblica e trasparente dei meccanismi previsti e delle conseguenze pratiche, cioè come cambierebbero responsabilità, percorsi di carriera, criteri di valutazione, separazione delle funzioni e incentivi interni.
Il punto politico, intanto, resta incandescente, perché la riforma della giustizia è uno dei pochi temi in cui l’Italia riesce a dividere trasversalmente, con cittadini che chiedono più efficienza e più certezza e operatori che temono interferenze e perdita di autonomia.
Di Pietro si inserisce proprio in questa tensione e la radicalizza, perché rifiuta la prudenza linguistica e mette l’ANM sul banco, sostenendo che la campagna del “no” non sia solo sbagliata ma moralmente scorretta.
Questo tipo di attacco produce due effetti immediati, entrambi prevedibili.

Il primo effetto è mobilitare chi è già scettico verso la magistratura, offrendo una figura “credibile” che conferma il sospetto e lo trasforma in convinzione.
Il secondo effetto è irrigidire chi difende l’autonomia della magistratura, perché percepisce l’attacco come un tentativo di delegittimare un potere di garanzia e di preparare terreno a riforme più invasive.
È così che lo scontro diventa “senza precedenti” non tanto per le parole, che in Italia sono spesso durissime, ma perché colpisce un equilibrio già fragile tra poteri, in un momento in cui la fiducia reciproca è ai minimi.
La politica, naturalmente, non resta a guardare, perché una magistratura percepita come politicizzata è un bersaglio perfetto, mentre una politica percepita come desiderosa di controllo è un bersaglio altrettanto perfetto.
Le due narrazioni si alimentano a vicenda come due specchi contrapposti, e nel mezzo resta il cittadino che chiede due cose semplici e quasi sempre compatibili: processi più rapidi e giudici realmente indipendenti.
Il dramma è che la comunicazione pubblica tende a presentare queste due esigenze come alternative, perché l’alternativa genera paura, e la paura genera consenso.
Quando Di Pietro parla di doppi standard, il suo sottinteso è che chi invoca regole e garanzie in alcuni casi sarebbe pronto a piegarle in altri, a seconda della convenienza corporativa o politica.
Questa è un’accusa tipica dei conflitti tra poteri, e per essere credibile dovrebbe tradursi in esempi verificabili, non solo in impressioni, perché altrimenti resta uno slogan contro uno slogan.
Eppure, anche come slogan, funziona, perché tocca la sensazione diffusa che in Italia esistano velocità diverse della giustizia, e che la prevedibilità sia spesso un lusso.
Il nodo, allora, non è solo se l’ANM abbia comunicato bene o male, ma se la società italiana sia ancora capace di discutere di architetture costituzionali senza trasformarle in guerra civile simbolica.
Un referendum, per sua natura, semplifica, perché chiede un “sì” o un “no”, ma la giustizia non è binaria, e questa contraddizione rende ogni campagna un campo minato.
Se la campagna del “no” appare allarmista, rischia di produrre rigetto, ma se la campagna del “sì” appare vendicativa o punitiva verso i giudici, rischia di trasformare la riforma in una resa dei conti.
Di Pietro, scegliendo la linea dell’attacco frontale, scommette sul fatto che il Paese sia pronto a interpretare la riforma come liberazione da un sistema di potere interno e non come indebolimento delle garanzie.
È una scommessa ad alto rendimento comunicativo, ma anche ad alto rischio istituzionale, perché se la fiducia nella magistratura viene erosa oltre un certo punto, il danno resta anche dopo il voto.
Il paradosso più amaro è che proprio chi chiede “più giustizia” spesso finisce per ottenere “meno fiducia”, e senza fiducia la giustizia non è percepita come giusta nemmeno quando lo è.
Alla fine, la domanda che resta sospesa non è solo “chi dice la verità”, perché la verità, in politica, viene spesso ridotta a interpretazioni concorrenti.
La domanda più concreta è “quale riforma produce un sistema più efficiente, più responsabile e più indipendente”, cioè un sistema in cui i cittadini abbiano meno attese infinite e meno sospetti, e i magistrati abbiano meno pressioni e più credibilità.
Di Pietro ha acceso un faro su un punto reale, che si chiami comunicazione allarmista o conflitto tra poteri, e ha costretto il Paese a guardare dove spesso distoglie lo sguardo.
Se quella luce servirà a chiarire o solo a incendiare dipenderà da una cosa semplice, che in Italia è rarissima: la capacità di discutere il merito senza trasformare ogni istituzione in un nemico da abbattere.
Perché una democrazia non sopravvive se la politica considera i giudici un ostacolo e se i giudici vengono percepiti come una parte politica, e non sopravvive nemmeno se i cittadini smettono di credere che la legge sia un patto comune e non una propaganda da cartellone.
In questo scontro, la posta in gioco non è la carriera di qualcuno né la vittoria di un campo, ma l’idea stessa che riformare sia possibile senza distruggere la fiducia residua nelle regole che tengono insieme il Paese.
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