A Roma ci sono conflitti che non si vedono in piazza, ma si percepiscono nelle pause, nelle formule scelte, nei comunicati limati al millimetro.

Quando il rapporto tra Palazzo Chigi e Quirinale entra in una fase di tensione, raramente esplode in un litigio esplicito, e quasi sempre prende la forma di una “guerra fredda” istituzionale.

Non significa necessariamente rottura, né tantomeno golpe, ma significa che i confini tra indirizzo politico e funzione di garanzia diventano terreno di negoziazione dura.

Negli ultimi mesi, attorno alle grandi riforme annunciate dal governo guidato da Giorgia Meloni, questo clima è diventato un tema ricorrente nel retroscena politico e nell’interpretazione dei segnali che arrivano dal Colle.

È un tipo di storia che si presta benissimo alla narrativa sensazionale, perché i protagonisti sono i due palazzi più simbolici della Repubblica.

È anche un tipo di storia che, se raccontata male, rischia di trasformare fisiologiche frizioni costituzionali in una fiction complottista.

Per capire che cosa “si muove davvero”, bisogna partire da un punto fermo che spesso viene dimenticato.

Meloni, sau 20 phút trò chuyện với Mattarella tại Quirinale, không hề nao núng. "Chúng tôi trung thành, nhưng chúng tôi cũng đòi hỏi sự trung thành."

In Italia il Presidente della Repubblica non governa, ma garantisce l’equilibrio costituzionale, mentre il governo governa, ma non è proprietario delle regole del gioco.

Quando un esecutivo spinge su riforme che toccano l’architettura istituzionale, è normale che il Quirinale osservi con attenzione e, in alcune fasi, eserciti una funzione di moral suasion.

Quando, invece, un governo percepisce ostacoli o rallentamenti, è altrettanto normale che cerchi di rivendicare un mandato politico e una legittimazione elettorale.

Il punto non è se uno dei due “abbia ragione” in astratto, ma quanto il sistema riesca a restare dentro un perimetro di rispetto reciproco e di dialettica costituzionale.

In questo perimetro, la parola “pressione” va maneggiata con cura, perché può significare cose molto diverse.

Può significare pressione politica legittima, cioè il tentativo di imporre un’agenda e un timing.

Può significare pressione comunicativa, cioè la costruzione di un racconto pubblico per rendere costoso il dissenso.

Può significare anche pressione istituzionale, cioè l’uso intenso degli strumenti parlamentari e governativi per rendere difficile la correzione di rotta.

Tutto questo, finché avviene alla luce del sole e nei binari previsti, non è un’anomalia antidemocratica, ma un conflitto di poteri dentro una democrazia.

La fase attuale si comprende soprattutto guardando ai dossier che, più di altri, ridisegnano l’equilibrio tra esecutivo, Parlamento e organi di garanzia.

Il primo dossier è la riforma del cosiddetto premierato, o comunque le ipotesi di rafforzamento dell’esecutivo attraverso un’investitura più diretta e un perimetro più rigido di durata e stabilità.

Chi sostiene questa strada insiste su un argomento che, per molti cittadini, suona persuasivo.

L’Italia cambia governi troppo spesso, e l’instabilità ha un costo economico e amministrativo, oltre che un costo reputazionale all’estero.

Chi la contesta, invece, mette al centro un rischio speculare.

Una stabilità costruita male può trasformarsi in concentrazione del potere, e la concentrazione del potere tende a comprimere i controlli, anche quando nasce con intenzioni dichiarate “efficientiste”.

È qui che il Quirinale, per ruolo, non entra come parte politica, ma come presidio della compatibilità costituzionale e dell’equilibrio tra i poteri.

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Non è necessario immaginare un Presidente “contro” un governo per riconoscere che un Capo dello Stato può essere attento e, in certi momenti, severo nel richiamare i principi generali.

Il secondo dossier è la giustizia, e in particolare i temi che ruotano intorno alla separazione delle carriere, al CSM, alla responsabilità disciplinare e all’organizzazione complessiva dell’ordine giudiziario.

Qui la temperatura sale sempre, perché la giustizia in Italia non è mai solo amministrazione, ma identità, storia, memoria di scontri e ferite.

Ogni governo che mette mano a questi capitoli viene accusato, da una parte, di voler “mettere il guinzaglio” alle toghe, e dall’altra di voler “liberare” la giustizia da correnti politicizzate.

È un campo minato dove le intenzioni contano meno degli effetti reali, e dove gli effetti reali spesso si misurano nel tempo, non nei comunicati stampa.

Anche qui il Quirinale ha una sensibilità strutturale, perché la tenuta dell’indipendenza della magistratura è una colonna della Repubblica, ma lo è anche la qualità del servizio giustizia offerto ai cittadini.

Dire che esista una “guerra alle toghe” o un “assedio al Colle” è suggestivo, ma è una formula che rischia di oscurare la domanda vera.

Quali sono le garanzie tecniche e normative che impediscono che un cambiamento legittimo diventi un indebolimento sistemico dei contrappesi.

Il terzo dossier, quello che spesso viene evocato come il più “tattico”, è la legge elettorale.

In Italia la legge elettorale è storicamente uno strumento di ingegneria politica, perché definisce non solo come si eleggono i rappresentanti, ma anche quanto è facile governare e quanto è facile controllare chi governa.

Ogni ipotesi di premio di maggioranza, di soglie, di collegi, di meccanismi che amplificano il risultato del vincitore, viene letta dall’opposizione come tentativo di blindare il potere.

Dal lato di chi governa, invece, viene spesso presentata come cura contro la frammentazione e contro i ricatti dei piccoli partiti.

Il Quirinale, in questo quadro, non scrive le leggi, ma osserva l’equilibrio complessivo e la tenuta democratica della rappresentanza.

Non c’è bisogno di immaginare “mosse segrete” per capire che, quando questi tre dossier camminano insieme, l’aria si fa più densa.

Perché premierato, giustizia e regole elettorali non sono riforme settoriali, ma leve che toccano il modo in cui il potere si conquista, si esercita e si controlla.

E quando un governo vuole imprimere un’accelerazione su più leve contemporaneamente, chi presidia la garanzia può sentirsi chiamato a una vigilanza più intensa.

È qui che nasce il linguaggio dei segnali, che a Roma ha più peso delle dichiarazioni gridate.

Un passaggio in un discorso, un richiamo alla sobrietà istituzionale, una frase sulla centralità del Parlamento, un invito a non abusare della decretazione d’urgenza, diventano messaggi politici senza essere propaganda.

Dal lato di Palazzo Chigi, la reazione tipica è l’insistenza sulla legittimazione democratica.

La tesi è che, se gli elettori hanno scelto una maggioranza, quella maggioranza deve poter governare senza che ogni passaggio venga rallentato da veti incrociati o da un’inerzia strutturale.

È un ragionamento che, nel Paese reale, trova ascolto, perché molti cittadini associano i contrappesi non alla tutela, ma alla paralisi.

Il rischio, però, è che la dialettica si trasformi in una semplificazione pericolosa.

La semplificazione è quella che riduce tutto a “noi eletti” contro “loro non eletti”, come se ogni garanzia fosse una cospirazione e ogni controllo fosse un sabotaggio.

In un sistema costituzionale maturo, la legittimazione elettorale dà forza al governo, ma non lo rende proprietario delle istituzioni.

Allo stesso modo, la funzione di garanzia non dà al Quirinale un potere politico alternativo, ma gli assegna un compito di equilibrio che spesso si esercita più con la misura che con l’intervento.

La domanda che molti si pongono è se oggi questo equilibrio sia entrato in una fase di attrito strutturale.

La risposta più onesta è che l’attrito esiste, ma può avere letture diverse.

Una lettura è fisiologica e dice che siamo davanti a un passaggio delicato, in cui un governo con una forte identità politica spinge per riforme ambiziose e il Capo dello Stato vigila sulle compatibilità.

Un’altra lettura è più pessimista e dice che l’esecutivo vuole restringere il campo dei contrappesi e il Quirinale si trova a difendere spazi che rischiano di ridursi.

Tra queste due letture c’è un territorio intermedio, fatto di tattica, di comunicazione, di tempi parlamentari e di gestione del consenso.

Quando un governo sceglie di presentare le riforme come “inevitabili” e “salvifiche”, tende anche a trasformare chi chiede prudenza in un ostacolo morale.

Quando un’opposizione sceglie di presentare ogni riforma come “autoritaria”, tende anche a perdere credibilità presso chi vorrebbe cambiamenti, ma non strappi.

In mezzo, il Quirinale può diventare, suo malgrado, un simbolo su cui ciascuno proietta la propria paura o la propria speranza.

I sostenitori del governo possono vederlo come freno, e i critici del governo possono vederlo come ultimo argine.

Questa simbolizzazione è la parte più tossica del conflitto, perché mette sulle spalle di una figura di garanzia un peso che dovrebbe essere distribuito tra Parlamento, Corte costituzionale, opinione pubblica informata e cultura istituzionale.

È qui che “dietro le quinte” diventa una formula ambigua.

Dietro le quinte, nella realtà della politica italiana, spesso non ci sono patti segreti cinematografici, ma semplicemente consultazioni, interlocuzioni, scambi di valutazioni, e un lavoro continuo di prevenzione dei conflitti.

Ci sono telefonate, sì, ma la telefonata non è di per sé il segno di un complotto, è la normalità di un sistema che cerca di non rompersi in diretta.

Ci sono nervosismi nei palazzi, sì, ma il nervosismo non prova una deriva autoritaria, prova che la posta in gioco è alta e che la politica è, per natura, competizione.

Se si vuole capire cosa si muove davvero, conviene guardare a un indicatore più concreto del tono emotivo.

Il testo delle riforme e il modo in cui vengono scritte, cioè quante garanzie incorporano, quante clausole di bilanciamento prevedono, quanto spazio lasciano al Parlamento e quanto riducono l’autonomia delle istituzioni di controllo.

In questo senso, il dibattito sul premierato non dovrebbe essere giocato come derby tra tifoserie, ma come discussione puntuale su pesi e contrappesi.

La domanda centrale non è se sia legittimo rafforzare l’esecutivo, perché in astratto può esserlo, e molti ordinamenti hanno forme diverse di stabilità.

La domanda centrale è se il rafforzamento avviene insieme a contropoteri adeguati, a una rappresentanza non deformata e a un circuito di responsabilità che resti effettivo.

Lo stesso vale per la giustizia.

Separare carriere o intervenire sul CSM può essere presentato come riforma di efficienza e imparzialità, ma può anche produrre effetti collaterali, e l’unico modo serio di discuterne è sul merito tecnico e sulle garanzie.

E la stessa logica vale per la legge elettorale, che è sempre una partita di potere, ma non deve diventare una partita truccata.

Alla fine, la “guerra fredda” tra Quirinale e Palazzo Chigi, se la si vuole raccontare con onestà, non è un romanzo di spie.

È un confronto tra due funzioni costituzionali che, per definizione, non coincidono e a volte collidono.

Il rischio non è il conflitto in sé, perché il conflitto può essere sano se resta nelle regole.

Il rischio è la delegittimazione reciproca, cioè il momento in cui il governo inizia a trattare i contrappesi come nemici e il mondo delle garanzie inizia a trattare ogni governo come minaccia.

In quel punto, la democrazia non muore con un colpo secco, ma si consuma lentamente, perché la fiducia istituzionale evapora e restano solo forza e sospetto.

Per questo la partita che si gioca oggi, tra riforme ambiziose, controllo costituzionale e tenuta del linguaggio pubblico, riguarda direttamente la vita dei cittadini.

Riguarda quanto contano il Parlamento e l’opposizione, quanto è indipendente la giustizia, quanto è protetta la rappresentanza, quanto è credibile l’idea che nessun potere sia assoluto.

Ed è qui che la prudenza smette di essere moderatismo e diventa igiene democratica.

Perché la stabilità è un bene, ma senza controlli diventa dominio, e i controlli sono utili solo se non vengono trattati come tradimento.

Se il gelo arriva fino al Colle, significa che le scelte in campo sono grandi e che il Paese sta discutendo, anche confusamente, di come vuole essere governato nei prossimi decenni.

È una discussione che merita meno teatro e più precisione, perché le riforme costituzionali non sono una puntata di un talk show, ma la grammatica con cui si scrive il potere.

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