A volte la politica italiana cambia tono non per una riforma, non per un voto in Parlamento, ma per una frase pronunciata con calma da qualcuno che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.
Quando a parlare è Sabino Cassese, ogni sillaba pesa più di una conferenza stampa, perché arriva da una biografia istituzionale che impone attenzione anche a chi non ne condivide le conclusioni.
Nelle ore in cui hanno iniziato a circolare ricostruzioni e commenti sulla sua valutazione comparativa tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, la reazione pubblica è stata immediata e rivelatrice: non tanto per il contenuto in sé, quanto per il modo in cui quel contenuto è stato trasformato in un caso politico-mediatico.
È qui che sta il nodo, perché una frase attribuita a Cassese viene letta da alcuni come un verdetto “tecnico” sulla qualità della leadership, da altri come un’operazione culturale che legittima chi governa e delegittima chi si oppone.

In mezzo c’è la realtà, che raramente si lascia ridurre a una sentenza breve e che però, proprio perché complessa, si presta alla semplificazione più comoda: quella del confronto “impossibile” tra una leader di governo e una leader d’opposizione.
Chi si aspetta un ring in cui vince la più “brava” in astratto, sbaglia scenario, perché un presidente del Consiglio e una segretaria di partito giocano con regole, vincoli, tempi e responsabilità radicalmente diversi.
Eppure, la politica vive anche di percezioni, e le percezioni spesso nascono da scorciatoie narrative, soprattutto quando un’autorità riconosciuta interviene e sembra offrire una chiave semplice per interpretare una fase confusa.
Cassese, nell’immaginario pubblico, rappresenta l’idea che esista ancora un punto di vista “istituzionale” capace di guardare oltre i cori da stadio, e questa credenziale trasforma qualunque suo giudizio in un oggetto di contesa.
Non è soltanto un nome autorevole, ma un simbolo di come lo Stato dovrebbe ragionare quando la politica smette di ragionare.
Per questo la frase che viene rilanciata come “uno è un politico, l’altra no” ha acceso un incendio, perché non suona come un’opinione tra le altre, ma come un timbro, come una certificazione, come una bocciatura.
Il punto, però, è che nessuna certificazione esiste senza criteri, e nessun criterio è neutrale quando si parla di leadership.
Se per “politico” si intende qualcuno che sa gestire la macchina del governo, allora la posizione di chi è a Palazzo Chigi parte avvantaggiata per definizione, perché esercita potere reale e viene giudicata su atti, dossier, trattative e decisioni quotidiane.
Se invece per “politico” si intende chi sa costruire consenso e organizzare una comunità, allora l’opposizione ha un terreno tutto suo, ma deve dimostrare di saperlo abitare senza vivere soltanto di reazioni.
La tensione che attraversa il Partito Democratico, e più in generale l’opposizione, nasce proprio qui: dall’impressione diffusa che la critica al governo non basti più se non è accompagnata da un’architettura credibile di alternativa.
Da tempo, infatti, una parte dell’elettorato non chiede solo indignazione o testimonianza morale, ma pretende “competenza operativa”, cioè la sensazione che chi si propone come alternativa sappia già come governerebbe domani mattina.
È una domanda nuova solo in apparenza, perché l’Italia ha sempre avuto un rapporto ambivalente con il potere: lo contesta, lo sospetta, ma allo stesso tempo desidera che qualcuno lo eserciti con solidità.
In questo quadro, Giorgia Meloni beneficia di un vantaggio strutturale che nessuna opposizione può cancellare con un talk show: il governo produce fatti, e i fatti, anche quando sono contestati, costruiscono l’idea di una leadership “in carica” e quindi, agli occhi di molti, “legittimata”.
La legittimazione non è un premio morale, è un effetto di posizione, e la posizione di governo tende sempre a sembrare più adulta, più concreta, più “responsabile” semplicemente perché si misura con scadenze e vincoli reali.
Questo non significa che il governo abbia automaticamente ragione, ma significa che l’opposizione deve compiere uno sforzo doppio per apparire altrettanto solida senza poter usare gli strumenti dell’esecutivo.
Elly Schlein, da quando guida il PD, è diventata il punto di condensazione di aspettative enormi e contraddittorie, perché deve tenere insieme identità, rinnovamento, apparato, territori, alleanze, linguaggi e generazioni diverse.
Chi la sostiene vede in lei un tentativo di ricostruire un profilo valoriale e sociale della sinistra, e chi la critica vede soprattutto le fragilità di un partito che fatica a trasformare valori in un progetto di governo coerente.
È qui che un giudizio “freddo” attribuito a Cassese viene percepito come un colpo, perché arriva nel momento in cui il PD sta ancora cercando una sintesi e spesso sembra parlare con più voci contemporaneamente.
Quando un partito appare in fase di ricerca, ogni intervento esterno che suona come una bocciatura viene interpretato come una delegittimazione, anche se nasce da un’analisi e non da una campagna.
La reazione, in questi casi, segue un copione noto: c’è chi prova a ridurre tutto a preferenza personale, chi attacca la fonte, chi denuncia il “salotto”, e chi invece usa la frase come arma per sostenere che l’alternativa non esiste.
Il rischio di questo copione è che si discuta per giorni della frase e non del problema che la frase ha toccato, cioè la capacità dell’opposizione di produrre una proposta di potere e non soltanto una critica del potere.
In altre parole, la controversia non riguarda solo Schlein, ma la funzione stessa dell’opposizione in una democrazia matura.
Un’opposizione efficace non è quella che urla di più, ma quella che rende il governo migliore costringendolo a rispondere su dossier concreti, proponendo soluzioni alternative e creando un’idea di futuro che non sia soltanto “contro”.
Quando questa funzione si indebolisce, il governo si rafforza anche senza migliorare, perché l’assenza di un contendente credibile produce inerzia e rassegnazione.
Ecco perché, nel racconto politico di questi mesi, Meloni appare a molti come “matura” più per contrasto che per plebiscito, perché occupa uno spazio che l’opposizione fatica a presidiare con continuità.
La maturità, in politica, spesso coincide con la capacità di stare nella complessità senza cadere ogni giorno in una contraddizione comunicativa.
Il governo di destra, pur con frizioni interne e limiti evidenti, ha mostrato una certa compattezza narrativa, e la narrazione, nell’era dei social, è una componente della forza almeno quanto i numeri parlamentari.

Il PD, al contrario, paga un’asimmetria: è chiamato a essere insieme forza di governo potenziale e forza di testimonianza, partito di amministratori locali e partito di mobilitazione, luogo di pragmatismo e luogo di identità.
In questa tensione, la leadership diventa vulnerabile, perché qualsiasi scelta scontenta una parte della coalizione sociale e culturale che il partito vorrebbe rappresentare.
Quando Cassese interviene, reale o percepito che sia il significato della sua frase, l’effetto politico è quello di una domanda che cade come un sasso nello stagno: dov’è l’alternativa di governo.
Se la risposta è “è nei valori”, una parte di Paese replica che i valori non pagano le bollette e non scrivono leggi.
Se la risposta è “è nell’indignazione”, una parte di Paese replica che l’indignazione non è un piano industriale e non è una politica estera.
Se la risposta è “è nell’essere contro Meloni”, una parte di Paese replica che essere contro qualcuno non spiega cosa faresti tu.
Sono repliche ingenerose quando diventano caricature, ma sono anche il sintomo di una stanchezza collettiva verso la politica intesa come teatro permanente.
Ed è qui che la figura di Cassese, proprio perché associata a metodo e istituzioni, diventa un moltiplicatore di credibilità per la domanda stessa, a prescindere dall’intenzione originaria.
Chi lo cita vuole dire che non lo sta dicendo un tifoso, ma una figura che “sa come funziona lo Stato”, e questa è una scorciatoia potente.
Ma ogni scorciatoia ha un prezzo, perché la politica non è un concorso a punti, e le leadership non si misurano solo con il curriculum o con la postura istituzionale.
Una leader d’opposizione può essere efficace anche senza governare, se costruisce una coalizione sociale reale, se parla ai ceti produttivi, se organizza territori, se propone riforme alternative e se riesce a imporre al governo un’agenda.
Allo stesso modo, una leader di governo può apparire solida e allo stesso tempo commettere errori gravi, perché la solidità comunicativa non coincide con l’efficacia delle politiche.
Il dibattito su Cassese, quindi, è utile solo se smette di essere un’arma e diventa un pretesto per una domanda adulta: che cosa significa oggi essere “politici” in Italia.
Significa saper parlare, o saper decidere.
Significa saper mobilitare, o saper negoziare.
Significa saper creare consenso, o saper gestire conflitti dentro e fuori i confini.
In realtà significa tutte queste cose insieme, e proprio per questo la leadership è una funzione difficile, non una qualità estetica.
Se Meloni viene percepita come legittimata, lo è perché sta esercitando potere in un contesto europeo e internazionale che richiede continuità, e perché ha costruito una relazione di forza con la propria base elettorale.
Se Schlein viene percepita come fragile, lo è perché la sua posizione è intrinsecamente esposta a un doppio fuoco, quello degli avversari e quello di una parte del proprio campo che non ha mai smesso di discutere se stessa.
Quando un’istituzione della parola come Cassese entra in questa partita, la differenza tra analisi e narrazione si assottiglia, e il pubblico finisce per ascoltare soprattutto la musica, non lo spartito.
La musica, oggi, è la sensazione che l’opposizione non riesca a produrre un racconto di governo, e che quindi il governo possa presentarsi come unico soggetto adulto in campo.
È una sensazione che può essere ingiusta, ma che diventa politicamente vera se non viene corretta con fatti, scelte e costruzione di credibilità nel tempo.
Il PD, se vuole evitare che questa lettura si cristallizzi, non può limitarsi a difendere la leader o a contestare l’autorevolezza di chi critica.
Deve fare la cosa più difficile in politica, cioè cambiare il terreno della discussione dal giudizio morale al progetto, dal simbolo alla proposta, dall’ansia di purezza alla capacità di governo.
E deve farlo senza perdere la propria identità, perché un partito che rincorre soltanto il centro o soltanto la bolla finisce comunque per evaporare.
In questo senso, l’episodio Cassese non è la prova che “uno vince e l’altra perde” come in un incontro di boxe, ma è un segnale che il Paese chiede un’opposizione più tecnica e più incarnata, capace di parlare di salari, industria, sanità, scuola, energia, casa, sicurezza, Europa e guerra senza rifugiarsi solo nella retorica.
Il governo, dal canto suo, non può leggere queste dinamiche come un assegno in bianco, perché la legittimazione è reversibile e la maturità percepita dura finché la realtà non presenta il conto.
La storia politica italiana è piena di leader dati per inevitabili e poi travolti da crisi economiche, errori strategici o fratture interne.
Per questo, il vero valore di una frase attribuita a Cassese non è l’uso propagandistico, ma la domanda che lascia in sospeso: chi è pronto, oggi, a fare politica come mestiere della complessità e non come marketing della virtù.
Se la sinistra resta “senza argomenti”, come sostengono i suoi critici, non sarà per colpa di Cassese, ma perché non avrà voluto o saputo trasformare la critica al governo in una proposta di governo.
Se invece saprà costruire quella proposta, la frase si ridimensionerà da sola, perché in democrazia il contraddittorio non si vince con la reputazione, ma con la capacità di convincere e organizzare.
La scena, quindi, non è quella di un giurista che incorona una premier e umilia un’oppositrice, come vorrebbe la narrazione più muscolare.
La scena è quella di un Paese che, attraverso le parole di un’autorità, si specchia nella propria domanda più semplice e più crudele: chi, tra le forze in campo, sembra davvero in grado di guidare, e chi sembra ancora cercare il copione.
Finché questa domanda resterà senza risposta credibile dall’opposizione, il governo continuerà a occupare il centro del ring anche quando sbaglia, perché la politica non premia la perfezione, premia la presenza.
E finché la politica italiana continuerà a consumarsi in frasi virali e reazioni di giornata, basteranno davvero poche parole, dette nel modo giusto, per far tremare un partito intero più di mille comizi.
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