Roma non trema solo quando crollano i governi, ma quando si diffonde l’idea che la politica stia giocando una partita parallela, lontana dalle urne e più vicina alla guerra di nervi.

È in questo clima che si inserisce la storia del “dossier” evocato da Andrea Cerno e rilanciato da una narrazione che parla apertamente di un presunto “golpe bianco” orchestrato contro il governo Meloni.

Parole pesantissime, perché evocano non una normale dinamica d’opposizione, ma un progetto di destabilizzazione che andrebbe ben oltre la dialettica democratica.

E proprio per questo, prima ancora di reagire di pancia, serve una distinzione netta tra ciò che è documento verificabile e ciò che è racconto politico, costruito per colpire l’immaginario.

Nella versione più drammatizzata che circola, la scena chiave sarebbe avvenuta nell’aula della Camera, con Giorgia Meloni che solleva un foglio, indicato come “documento tecnico” non destinato a circolare in quel momento.

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Il racconto insiste sul silenzio “non rispettoso ma terrorizzato”, sul presunto spaesamento dell’opposizione e su una Elly Schlein descritta come improvvisamente senza appigli.

È un quadro cinematografico, ed è proprio questo il punto: la politica contemporanea vive di immagini, e le immagini spesso sostituiscono le prove.

Se davvero esiste un dossier, la prima domanda seria non è “quanto fa scandalo”, ma “che cos’è esattamente”, chi lo ha scritto, quando, e soprattutto che cosa dimostra in modo controllabile.

Senza questi elementi, la parola dossier diventa un contenitore perfetto per ogni sospetto, utile a polarizzare e quasi impossibile da smentire, perché non ha confini definiti.

Il secondo asse del racconto riguarda la tesi secondo cui il Partito Democratico non punterebbe a vincere con un’alternativa politica, ma a logorare il governo attraverso pressione mediatica, giudiziaria e istituzionale.

È una tesi che, in astratto, molte maggioranze hanno attribuito alle opposizioni in ogni epoca, perché ogni governo si percepisce “sotto attacco” quando il consenso oscilla e l’agenda si complica.

Ma trasformare questa percezione in accusa di golpe richiede un salto di qualità enorme, perché implica coordinamento, intenzionalità e strumenti impropri.

E quando si fa un salto simile, il confine tra critica politica e insinuazione diventa sottilissimo, con il rischio di avvelenare ulteriormente il dibattito pubblico.

Dentro questo scenario, la reazione attribuita a Meloni viene raccontata come immediata, dura, “basata sui numeri”, e quindi presentata come la prova che la sinistra sarebbe priva di sostanza e ricca solo di narrazione.

Qui entra in gioco un tema reale, che prescinde dalla propaganda: la guerra dei numeri.

Il governo rivendica risultati, richiama indicatori macroeconomici, parla di conti pubblici, di credibilità e di scelte “responsabili”.

L’opposizione sottolinea criticità sociali, salari, sanità, precarietà, diseguaglianze e costo della vita, accusando l’esecutivo di non proteggere abbastanza chi resta indietro.

È una frattura classica, ma nel 2025 è diventata più tagliente perché si intreccia con due paure collettive: la paura della povertà e la paura dell’instabilità.

Nel racconto rilanciato online, uno dei bersagli principali è il Superbonus, presentato come una “voragine” che graverebbe sulle spalle dei contribuenti e che verrebbe rinfacciata al campo progressista come prova di irresponsabilità.

Il tema del Superbonus è davvero diventato un campo minato, perché tocca insieme bilancio pubblico, edilizia, equità, frodi, benefici concentrati e costi diffusi.

Per questo viene usato come arma narrativa: è semplice da riassumere, emotivamente potente, e permette di dire “voi avete creato il problema e ora fingete di risolverlo”.

Ma un’arma narrativa non è automaticamente una diagnosi completa, perché le politiche pubbliche producono effetti complessi e la responsabilità politica è spesso condivisa, stratificata e distribuita su più fasi.

Il punto, però, non è assolvere o condannare, ma capire perché questa storia sta circolando con tanta forza.

Sta circolando perché suggerisce che la vera battaglia non sia tra programmi diversi, ma tra realtà e “teatro”, tra contabilità e “salotti”, tra popolo e “sistema”.

È un frame potentissimo, perché riduce la complessità a un duello morale: chi parla dei problemi veri contro chi li nasconde.

E quando un frame del genere attecchisce, ogni elemento viene letto come prova, anche se è solo suggestione.

La parte più delicata del racconto è quella che descrive un presunto conflitto interno al PD, con un’idea di “resa dei conti” imminente e un’ombra di sostituzione della leadership se i sondaggi non migliorano.

Qui bisogna essere chiari: i partiti discutono, si dividono, preparano congressi, correnti e alternative, ed è fisiologico, non è un golpe.

Chiamare “golpe” una dinamica interna o una strategia di opposizione significa caricare il linguaggio di un significato che, se non supportato da fatti concreti e verificabili, diventa solo benzina comunicativa.

E la benzina comunicativa, in un clima già polarizzato, non brucia solo gli avversari, brucia anche la fiducia nelle istituzioni.

Il racconto spinge poi su un’altra leva emotiva: la transizione ecologica, presentata come una minaccia diretta ai risparmi delle famiglie, alle case e alle auto, e associata alle direttive europee come se fosse un’imposizione inevitabile e punitiva.

Qui c’è un nodo reale, perché le politiche climatiche hanno costi di adattamento e distribuiscono quei costi in modo non sempre equo.

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Se la transizione viene percepita come un conto presentato alle famiglie senza protezioni, diventa politicamente tossica, e qualunque partito che la sostenga rischia di apparire distante.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: rinviare all’infinito la transizione significa pagare costi diversi, spesso meno visibili nell’immediato e più devastanti nel lungo periodo, tra dipendenza energetica, shock dei prezzi e arretratezza industriale.

Il punto politico, quindi, non è urlare “verde sì” o “verde no”, ma spiegare con precisione chi paga, quando paga, e con quali compensazioni e investimenti.

Ed è proprio questa precisione, spesso, che manca nei format da scontro, perché la precisione non fa esplodere i social come fa un’accusa di complotto.

La narrazione insiste anche sull’idea di una “burocrazia europea ostile”, descritta come un blocco che tiferebbe per il ritorno della sinistra per imporre direttive senza resistenza.

È un’altra scorciatoia retorica molto usata: Bruxelles come personaggio unico, intenzionale, quasi dotato di volontà politica monolitica.

In realtà l’Unione Europea è un intreccio di istituzioni, governi, interessi nazionali, compromessi, Parlamento, Commissione, Consiglio e dinamiche che raramente si muovono come un solo corpo.

Ma la percezione, ancora una volta, conta quanto la struttura, perché se i cittadini sentono che le decisioni arrivano da lontano, l’idea di un “potere senza volto” torna a essere credibile.

E quando un potere appare senza volto, diventa facile attribuirgli qualunque intenzione.

Dentro questa cornice, il “dossier che fa tremare Roma” funziona come oggetto simbolico: non importa tanto cosa contenga, quanto ciò che suggerisce.

Suggerisce che esisterebbe una verità nascosta, trattenuta, e poi finalmente portata alla luce dalla maggioranza contro un’opposizione descritta come ipocrita e disarmata.

È lo schema perfetto per trasformare una normale disputa politica in un racconto di smascheramento.

Il rischio democratico, però, è evidente: se ogni scontro diventa “golpe” e ogni documento diventa “prova definitiva”, la politica smette di essere confronto e diventa guerra di delegittimazione permanente.

E quando la delegittimazione diventa permanente, la prossima crisi istituzionale sarà più difficile da gestire, perché nessuno crederà più alla buona fede di nessuno.

Questo non significa che i tentativi di logoramento non esistano, perché il logoramento è uno strumento politico vecchio quanto la politica stessa.

Significa che bisogna chiamare le cose con il loro nome: opposizione dura non è golpe, pressione mediatica non è automaticamente complotto, e una strategia comunicativa non è una prova di eversione.

Se invece esistesse davvero un piano scritto, operativo, con passaggi concreti per scavalcare il perimetro democratico, allora la questione sarebbe di una gravità assoluta e richiederebbe atti, firme, tempi e responsabilità.

Senza questi elementi, l’effetto più probabile del racconto non è “svelare la verità”, ma scavare ulteriore sfiducia e spingere il Paese verso una polarizzazione senza uscita.

La vera notizia, in fondo, potrebbe non essere il dossier, ma il bisogno di dossier.

In una fase in cui le persone si sentono schiacciate tra costo della vita, incertezza e disillusione, il pubblico cerca narrazioni che semplifichino e indichino un colpevole.

Quando quella domanda incontra un linguaggio che promette “smascheramenti” e “colpi di scena”, il successo è quasi automatico.

Ma la politica seria non è un thriller, e l’Italia non può permettersi che ogni confronto venga trattato come un episodio di una serie in cui l’avversario non sbaglia, cospira.

Se Meloni vuole davvero dimostrare che l’opposizione non ha un piano, la via più solida non è l’allusione, ma il confronto puntuale su proposte e coperture.

Se il PD vuole davvero respingere l’idea di un logoramento “di sistema”, la via più solida non è l’indignazione generica, ma la trasparenza sulle proprie linee e la capacità di parlare anche di costi, non solo di principi.

In mezzo resta il Paese, che non chiede di tifare, ma di capire, e che si stanca rapidamente di chi usa la paura come acceleratore di consenso.

Roma trema davvero quando la politica smette di rispondere alle domande concrete e si rifugia nelle parole totali, perché le parole totali non risolvono bollette, sanità, lavoro e crescita.

Il dossier, vero o presunto, resta quindi soprattutto un test: non di chi urla meglio, ma di chi riesce a trasformare lo scontro in responsabilità senza scivolare nella paranoia istituzionale.

E quando una narrazione “crolla”, spesso non è perché è stata demolita da una frase, ma perché per troppo tempo non ha saputo dare risposte credibili a chi vive fuori dai palazzi.

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