La scena politica italiana è abituata al rumore di fondo, alle dichiarazioni muscolari e agli slogan che rimbalzano da un talk all’altro.
Ma ci sono momenti in cui il rumore si ferma di colpo e resta solo il peso delle parole.
È quello che è accaduto quando Sabino Cassese, novant’anni di memoria istituzionale, ha pronunciato una frase che ha attraversato palazzi e redazioni come un colpo secco: tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein non c’è paragone.
Non un confronto aperto, non un “vedremo”.
Una sentenza.
Fredda, chirurgica, senza appello.
La portata della dichiarazione non sta solo nel contenuto, ma nella fonte.
Cassese non è un commentatore qualsiasi, non è un militante, non è un influencer in cerca di attenzione.
È stato ministro, giudice della Corte costituzionale, candidato al Quirinale, consigliere ascoltato dai governi di ogni colore.
Ha attraversato la prima e la seconda repubblica senza piegarsi alle stagioni.
E oggi, libero da carriera e convenienze, parla con l’autonomia che i professionisti della politica temono più di ogni opposizione.
Il suo messaggio, per come è stato percepito, spacca in due il racconto dominante.

Da mesi una parte del sistema mediatico dipingeva una cornice rassicurante per i propri lettori: un governo isolato, pericoloso, incapace di guidare l’economia, contrapposto a una nuova leadership di opposizione fresca, morale, “garante” della democrazia.
Cassese prende quella cornice e la incrina nel punto più delicato: la competenza.
Non discute il colore politico, non evoca spettri moralisti.
Misura.
Da un lato vede studio, lavoro sui dossier, costruzione di credibilità internazionale.
Dall’altro, individua una povertà di proposta, una reattività pavloviana che confonde comunicazione con governo, indignazione con programma.
È qui che la frase “non c’è paragone” smette di essere una provocazione e diventa una diagnosi.
Il contesto rende il verdetto ancora più tagliente.
L’Italia è nel mezzo di una fase complessa: guerre ai confini, strettoie di bilancio europeo, riforme costituzionali sul tavolo, negoziati delicati su energia, industria, PNRR.
In una stagione così, la politica non può rifugiarsi in hashtag e allusioni.
Deve reggere i conti, evitare le semplificazioni, portare soluzioni che pesano.
Cassese, con la freddezza del giurista, ricorda la regola antica che gli statisti conoscono: per essere forti in Italia, bisogna essere credibili all’estero.
E la credibilità non si improvvisa.
Si studia, si prepara, si negozia.
Non bastano le foto, servono dossier, trattati, scenari.
La “secchioneria” della politica, nel senso più alto del termine, diventa virtù pubblica.
La sua lettura mette a nudo un’incrinatura che molti fingevano di non vedere.
Quando l’opposizione sostituisce i contenuti con il riflesso condizionato, “A contro B” a prescindere, smarrisce la funzione fondamentale che la democrazia le affida: controllare, proporre, competere sul merito.
Qui Cassese incide senza sconti: la stagione del ragionamento è stata soppiantata dalla liturgia dello slogan.
Non è un giudizio morale, è un allarme funzionale.
Perché un paese senza opposizione competente diventa fragile anche se il governo è solido.
La discussione si accende quando il giurista tocca casi concreti.
Non i gossip di corridoio, ma gli episodi che rivelano una deriva.
Il “caso mediatico” elevato a emergenza di Stato, la retorica del regime brandita per coprire il vuoto di proposta su economia e giustizia, la tendenza a trasformare ogni frizione in un teatrino nominale.
Cassese sposta l’attenzione sui cantieri veri: separazione delle carriere, premierato, stabilità dell’esecutivo come valore economico, negoziati europei.
Non entra nel tifo, entra nel merito.
E nel merito, la bilancia pesa.
Quando la politica si riduce all’algoritmo dell’indignazione, l’interesse generale evapora.
L’altro colpo di scalpello arriva sul tema più abusato: “democrazia a rischio”.
Il giurista, che la democrazia l’ha servita e difesa con ruoli e responsabilità, rifiuta la retorica dell’allarme come strumento di consenso.
La democrazia si tutela con istituzioni solide, con procedure rispettate, con opposizioni all’altezza, non con profezie di sventura gratuite.
Evocare dittature immaginarie, paragonare l’Italia a scenari estremi senza fondamento, è un veleno che corrode la fiducia civica e svuota di senso le parole che servono quando ci sono pericoli veri.
È qui che la sentenza “non c’è paragone” ha l’effetto di un reset.
Non dice che una parte sia perfetta e l’altra indegna.
Dice che, oggi, la distanza di attitudine al governo è evidente.
E che continuare a negarla non rafforza l’opposizione, la indebolisce.
Nel frattempo, la macchina del racconto prova a smorzare, a relativizzare, a spostare l’attenzione.
Ma le parole di Cassese non sono un tweet, non sono un lampo di talk.
Sono un richiamo alle fondamenta.
Studiare, preparare, conoscere, decidere.
Su questo terreno si misura la qualità di una leadership, al di là dell’etichetta ideologica.
Il tonfo si avverte nei dettagli.

Quando l’opposizione reagisce per riflesso anziché progettare, perde aggancio con chi deve affrontare mutui, bollette, lavoro, sanità.
Quando confonde il palcoscenico con la sala operativa, lascia lo spazio a chi porta file, numeri, negoziati.
Il pubblico, nel tempo, riconosce la differenza.
E la riconosce anche chi, da dentro, non può ammetterla apertamente.
La paura che Cassese evoca non è quella di perdere una puntata di talk, è quella di perdere la postura di alternativa.
I partiti che ambiscono a governare devono saper parlare al mercato e al diritto, alla geopolitica e alla società.
Devono scrivere proposte che tengono, non post che piacciono.
La stabilità, ricorda il giurista, è un valore economico.
La durata di un governo coerente, capace di negoziare e mantenere rotta, si traduce in credibilità finanziaria, in investimenti, in rapporti più robusti con Bruxelles e con gli alleati.
Cambiare linea a ogni ciclo di hashtag, invocare crisi come gesto rituale, è un lusso che impoverisce.
Se l’Italia ha imparato qualcosa dagli ultimi decenni, è che la fragilità politica si paga in spread, in crescita che manca, in opportunità che passano.
Da qui, l’esortazione implicita di Cassese.
Tornare al merito, tornare alla fatica, tornare allo studio.
La politica è mestiere difficile, non spettacolo di emozioni.
Ed è proprio quando la difficoltà si fa massima che servono meno parole e più lavoro.
La reazione nei palazzi è prevedibile: minimizzare, reinterpretare, spostare.
Ma l’eco resta.
Perché non è un giudizio partigiano.
È un metro di misura.
E quel metro dice che oggi il confronto tra Meloni e Schlein non si gioca sul terreno preferito dagli spin doctor, ma su quello meno glamour e più decisivo dei dossier.
Chi porta soluzioni robuste vince il rispetto prima ancora del consenso.
Chi porta solo contrarietà perde entrambi.
Questo non significa blindare l’azione del governo dalle critiche.
Significa elevarle.
Un’opposizione alta, utile al paese, è quella che sfida su conti, tempi, strumenti, alternative.
Che propone invece di negare, che incalza con analisi invece che con allarmi.
La democrazia vive di contraddittorio serio.
E Cassese, forse, ha scelto di ricordarlo nel modo più semplice e più scomodo: mettendo a confronto attitudini, non dichiarazioni.
Nel mezzo, il ruolo dei media.
La tentazione di ridurre tutto a frame morale o spettacolare è forte.
Ma c’è una domanda che, dopo questa sentenza, diventa non eludibile: stiamo aiutando il pubblico a capire o stiamo alimentando tifoserie?
I talk che preferiscono l’urlo alla prova, la battuta al dato, costruiscono audience, non qualità.
E la qualità, in momenti come questi, è una forma di servizio pubblico anche quando non si è “servizio pubblico”.
Il futuro della dialettica politica italiana si gioca su questo crinale.
La maggioranza dovrà dimostrare di saper trasformare studio in risultati e risultati in fiducia.
L’opposizione dovrà dimostrare di saper trasformare dissenso in proposta e proposta in credibilità.
Senza questi due movimenti speculari, la democrazia si impoverisce, la società si polarizza, l’economia soffre.
Cassese non detta una linea, segnala una mancanza.
E le mancanze, quando riguardano chi dovrebbe aspirare a governare, non si colmano con un buon titolo.
Si colmano lavorando.
La coda di questo episodio è meno rumorosa di quanto ci si aspetti.
Non ci sono colpi di teatro, c’è un ritorno alla realtà.
Le parole forti fanno notizia, ma fuoriesce un compito semplice: ricostruire la serietà del confronto.
Chi è in difficoltà, oggi, ha la chance – e l’obbligo – di dimostrare che sa stare al tavolo senza slogan.
Chi è al governo, ha la responsabilità di non trasformare la “competenza” in arroganza o autosufficienza.
La misura resterà quella indicata: credibilità conquistata, non proclamata.
Se la politica italiana saprà prendere sul serio questo avviso, il sistema ne uscirà più robusto.
Se sceglierà di schernirlo, di ridurlo a “opinione”, perderà ancora un pezzo di fiducia.
E la fiducia, oggi, vale quanto un bilancio.
Il PD trema perché ha intuito che la sfida non è nei talk, è nella sostanza.
La sinistra perde la regia quando confonde moralismo con progetto.
Meloni guadagna terreno quando trasforma i dossier in scelte e le scelte in relazioni.
In mezzo, resta il paese, che chiede meno teatro e più governo.
Il resto sono parole.
La frase di Cassese, invece, è una pietra miliare su cui si misura il passo.
Il segnale è stato dato.
Ora tocca alla politica dimostrare di averlo ascoltato.
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