C’è un momento, nella politica italiana, in cui una polemica smette di essere rumore e diventa termometro, perché segnala che sotto la superficie si sta muovendo qualcosa di più profondo delle dichiarazioni del giorno e dei titoli gridati.

Negli ultimi mesi il nome di Roberto Vannacci è stato trattato così: per alcuni una provocazione studiata per incendiare il dibattito, per altri un sintomo che rivela crepe reali dentro il Paese, crepe che nessun talk show riesce più a coprire con le solite etichette.

Quando si dice “aveva ragione”, infatti, raramente si intende una verità certificata in senso tecnico, perché la politica non funziona come un tribunale e le tesi che girano online spesso mescolano fatti, interpretazioni e rabbia.

Quello che però sta diventando difficile da negare, e qui sta la “bomba” di cui parlano i suoi sostenitori, è che il cuore emotivo del suo messaggio intercetta un’esperienza concreta: la sensazione di impotenza economica di chi paga energia cara, vede industrie sotto pressione e percepisce che molte scelte decisive vengono prese fuori dai confini nazionali.

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È su questo terreno che si accende il panico nei palazzi, non perché esista necessariamente un complotto da occultare, ma perché l’establishment teme ciò che teme sempre: una narrazione semplice che si attacca a problemi reali e li trasforma in accusa morale, mettendo chi governa e chi ha governato davanti allo stesso specchio.

Nel racconto che circola, la firma “che condanna” diventa la metafora di vincoli europei, scelte atlantiche, sanzioni, transizione energetica e riorientamento delle forniture, tutte cose che hanno un lato strategico comprensibile ma anche un costo immediato che finisce sulle bollette e sulla competitività delle imprese.

Quando quel costo viene percepito come sproporzionato e mal distribuito, allora esplode il sentimento più tossico per chi sta in alto: l’idea che i sacrifici siano per molti e i benefici per pochi, con la conseguenza che ogni comunicato istituzionale suona come una lezione impartita a persone che non arrivano a fine mese.

I “fatti” che alimentano questa percezione non sono un singolo numero magico buono per tutte le stagioni, ma una somma di segnali: prezzi energetici più volatili, filiere industriali stressate, delocalizzazioni, contrazione dei margini nelle piccole e medie aziende, e la convinzione diffusa che altri paesi proteggano la propria base produttiva con più durezza mentre l’Italia discute soprattutto di cornici morali.

Dentro questa cornice, Vannacci diventa un acceleratore, perché parla in modo brutale, riduce la complessità a un conflitto identitario e propone un’idea di sovranità “muscolare” che a molti appare come una risposta emotiva alla fragilità materiale.

Chi lo contesta sostiene che quella brutalità sia un rischio, perché semplifica problemi strutturali e può trasformare frustrazione sociale in capri espiatori, alimentando un clima da resa dei conti permanente che non produce soluzioni ma solo polarizzazione.

Chi lo difende, invece, ribalta la critica e dice che proprio la polarizzazione è la prova che ha colpito un nervo scoperto, perché ha costretto il sistema a parlare di ciò che preferirebbe trattare con linguaggio neutro, cioè potere d’acquisto, autonomia strategica, controllo delle infrastrutture e dipendenze energetiche.

È qui che nasce la “corsa disperata” dei palazzi, che nella realtà non è fatta di riunioni segrete da romanzo, ma di mosse tipiche di chi teme un’ondata: prese di distanza calcolate, frasi ambigue, tentativi di normalizzazione, e soprattutto l’uso di un lessico che sposta la discussione dal merito al metodo, così da delegittimare l’avversario senza dover rispondere fino in fondo alle domande che pone.

Il punto più scomodo, per la politica tradizionale, è che questa dinamica non riguarda solo la sinistra o solo la destra, perché l’aumento della sfiducia verso l’Europa “percepita” e verso l’alleanza atlantica “raccontata” può travolgere chiunque non riesca a spiegare con chiarezza quali vantaggi concreti riceve il Paese in cambio dei vincoli che accetta.

In questo quadro anche Giorgia Meloni, che da opposizione ha usato spesso il linguaggio della sfida ai burocrati e del primato dell’interesse nazionale, viene giudicata con un metro più severo proprio da chi la sosteneva, perché governare significa inevitabilmente mediare e la mediazione, se non è spiegata bene, sembra resa.

La critica più dura non è “sei cambiata”, che in politica accade sempre, ma “non stai dicendo la verità completa sul prezzo del cambiamento”, perché quando una famiglia sente la casa più fredda e il conto più alto non vuole filosofia geopolitica, vuole una catena di responsabilità comprensibile e un orizzonte di miglioramento credibile.

Il caso energetico è l’esempio perfetto, perché si può sostenere in buona fede che alcune scelte siano state necessarie per ragioni di sicurezza e posizionamento internazionale, ma si deve anche ammettere che la transizione delle forniture e l’instabilità dei mercati hanno creato extra-costi e vulnerabilità che non si cancellano con uno slogan sulla libertà.

Quando questa ammissione non arriva, o arriva solo a metà, l’opinione pubblica cerca interpreti alternativi, e gli interpreti alternativi vincono perché offrono un colpevole, una trama e una promessa di rivincita, anche se quella promessa spesso non è accompagnata da un piano realizzabile nel mondo dei trattati, delle infrastrutture e dei contratti di lungo periodo.

È per questo che nei palazzi si avverte “terrore” nel senso politico del termine, cioè paura di perdere il controllo del racconto, perché se la narrazione dominante diventa “ci avete impoveriti per obbedire”, allora ogni risposta tecnica viene letta come giustificazione e ogni richiamo alla complessità viene percepito come insulto alla fatica quotidiana.

La corsa a “coprire le responsabilità”, allora, assume una forma che gli italiani hanno già visto: rimpallo istituzionale, attribuzione delle colpe al passato, e selezione accurata dei numeri da citare, con l’effetto collaterale di alimentare ancora di più la convinzione che qualcuno stia nascondendo qualcosa.

La verità, molto spesso, è più banale e più dura di qualsiasi sceneggiatura: la politica ha margini limitati, ma sceglie comunque come distribuire i costi, chi proteggere per primo, quali settori accompagnare e quali lasciare esposti, e su queste scelte non basta dire “ce lo chiede l’Europa” o “ce lo impone il mondo”, perché governare significa assumersi la paternità anche delle rinunce.

Se esiste una “frattura” che oggi appare evidente, non è tra chi ama o odia Vannacci come personaggio, ma tra chi accetta la logica dei vincoli come destino inevitabile e chi pretende che la sovranità torni a essere capacità concreta di negoziare, pianificare e difendere interessi nazionali senza trasformare ogni dissenso in estremismo.

In questo senso la “bomba” non è un uomo, ma il fatto che una parte crescente del Paese non si sente più rappresentata dal linguaggio ufficiale, e premia chi parla come se la pazienza fosse finita, perché quando l’economia reale soffre la retorica istituzionale perde potere e lo spazio viene occupato da parole più taglienti.

La conseguenza più seria, per chi governa e per chi ambisce a governare, è che non basterà demonizzare il messaggero né blandire la platea con qualche bonus estemporaneo, perché la domanda che sale dal basso è strutturale e riguarda energia, industria, salari, sicurezza economica e dignità, cioè esattamente i temi su cui una democrazia si regge quando smette di vivere di sola comunicazione.

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