Ci sono storie che nascono come appelli alla solidarietà e finiscono, nel racconto virale, come processi popolari senza giudice.
Quella che in queste ore viene ripetuta e rilanciata sui social, con toni da “favola nera” e morale ribaltata, ruota attorno a una paura molto concreta: fare una donazione in buona fede e scoprire troppo tardi di aver alimentato qualcosa di oscuro.
È una paura comprensibile, perché tocca insieme il portafoglio e la coscienza, cioè due cose che la politica e la comunicazione riescono a far vibrare con estrema facilità.
Nel caso specifico, la narrazione chiama in causa Stefania Ascari e, per rimbalzo politico, Giuseppe Conte, costruendo una trama dove beneficenza, propaganda e presunte indagini si fondono in una sola colata emotiva.
Prima di entrare nel merito del racconto, serve però una cornice indispensabile, perché qui non stiamo parlando di un normale scontro di opinioni.

Quando un contenuto online associa nomi e cognomi a ipotesi di finanziamento del terrorismo o dirottamenti di fondi, il confine tra cronaca e diffamazione diventa sottilissimo, e va trattato con rigore.
Senza documenti pubblici verificabili, senza atti consultabili e senza un contesto giudiziario chiaro, le affermazioni restano, nella migliore delle ipotesi, accuse da verificare, e non fatti accertati.
Eppure il racconto “funziona” lo stesso, perché è progettato per non chiederti di verificare, ma di reagire.
La scena iniziale è sempre la stessa, ed è quasi cinematografica nella sua semplicità.
Tu sei sul divano, scorri il feed, vedi un video, senti parole come bambini, cure, emergenza, e ti si attiva l’istinto più umano: aiutare.
La comunicazione solidale, quando è fatta bene, parla il linguaggio della prossimità morale, e cioè ti dice che un gesto piccolo può diventare un bene grande.
È un linguaggio potente e, proprio per questo, vulnerabile agli abusi e alle manipolazioni.
La narrazione virale sostiene che qui l’appello sarebbe stato un “cavallo di Troia”, con coordinate e canali di raccolta che avrebbero avuto un destino diverso da quello promesso.
La tesi, raccontata con sarcasmo e rabbia, è che una parte significativa delle donazioni sarebbe stata deviata verso soggetti contigui a circuiti illegali o addirittura riconducibili al finanziamento di gruppi terroristici.
È un’accusa enorme, e proprio per questo non può essere ripetuta come se fosse già verità, perché la gravità non è una scorciatoia, è un motivo in più per pretendere prove.
Il fatto che un video sia ben montato, che mostri un IBAN o che abbia una voce sicura non dimostra nulla di per sé, perché la credibilità percepita non coincide con la legalità del flusso.
Se esistono responsabilità penali, le stabilisce un percorso fatto di verifiche e contraddittorio, non una timeline indignata.
Ma il punto politico, anche quando i fatti non sono ancora chiari, resta reale: la fiducia nella beneficenza è fragile.
E quando quella fiducia viene scossa, anche solo da un sospetto molto rumoroso, le conseguenze non le paga chi ha montato il video virale, le pagano le persone che davvero hanno bisogno di aiuto.

Il racconto che circola usa un meccanismo retorico perfetto, perché non si limita a dire “forse c’è stato un problema”, ma costruisce una morale capovolta.
Non sei più il cittadino solidale, diventi il “pollo da spennare”, e chi ha promosso l’iniziativa non è più un rappresentante che sensibilizza, diventa il volto pulito di una macchina sporca.
È una struttura narrativa che genera una rabbia immediata, perché ti toglie due cose insieme: i soldi e l’innocenza del gesto.
In questo schema, Stefania Ascari viene descritta non come una parlamentare che ha diffuso un appello e che eventualmente può aver commesso un errore di valutazione, ma come protagonista consapevole di un disegno cinico.
Questa è una trasformazione tipica della propaganda digitale: si passa dal piano delle responsabilità da accertare al piano delle intenzioni certe, come se la mente dell’altro fosse un documento allegato al post.
Poi il racconto innesta il secondo personaggio, quello più utile dal punto di vista politico, perché più noto e più centrale: Giuseppe Conte.
Qui la critica non si limita a dire “deve chiarire”, ma lo dipinge come regista del silenzio, stratega dell’omissione, uomo che calcola invece di rispondere.
Anche questa è una tecnica potente, perché il silenzio, in rete, viene quasi sempre letto come colpa, mentre nella realtà può dipendere da molte ragioni, comprese quelle legali e quelle comunicative.
Il problema è che, quando un tema tocca la sicurezza e la moralità pubblica, tacere può diventare politicamente insostenibile anche se non è giuridicamente rilevante.
La politica vive di fiducia, e la fiducia odia il vuoto.
Se il vuoto resta, qualcun altro lo riempie, e di solito lo riempie con la versione più estrema, perché l’estremo si condivide meglio.
Dentro la narrazione, l’elemento che fa più effetto è quello più “fisico”, perché i social amano gli oggetti che si possono immaginare.
Non si parla solo di bonifici o conti, si parla di scatole di cartone piene di contanti, come se l’immagine da sola bastasse a certificare un’intera architettura criminale.
Un’immagine del genere, se collegata a un’indagine reale, sarebbe certamente inquietante, ma se è usata senza prove consultabili rischia di diventare un’arma narrativa, cioè un simbolo che sostituisce il dettaglio.
E quando il simbolo sostituisce il dettaglio, la mente smette di chiedere “come” e “da chi”, e inizia a chiedere solo “chi puniamo”.
È qui che la “favola” si trasforma in qualcosa di più serio e più tossico, perché la vittima del racconto non è solo il donatore, ma la realtà stessa.
Se davvero una percentuale delle donazioni fosse stata dirottata, bisognerebbe capire in che modo, tramite quali passaggi, con quali responsabilità e con quali prove.
Bisognerebbe distinguere tra promotori, organizzatori, beneficiari dichiarati, beneficiari effettivi, intermediari, e verificare le catene di custodia del denaro.
Bisognerebbe separare ciò che è ipotesi investigativa da ciò che è fatto, e ciò che è fatto da ciò che è interpretazione politica.
Ma la narrazione virale non vuole separare, vuole fondere, perché la fusione produce indignazione continua.
“Sette milioni”, “settanta per cento”, “banca nera”, “referenti”, “terrorismo” sono parole scelte per colpire come martellate, non per informare con precisione.
E proprio perché colpiscono, si incollano alla memoria, anche se domani dovessero essere smentite o ridimensionate.
Questa è la crudeltà del ciclo mediatico contemporaneo: l’accusa viaggia in jet, la verifica arriva in autobus.
Nel frattempo, però, un effetto collaterale si diffonde come un gas: il sospetto generalizzato verso la solidarietà.
La prossima raccolta fondi, anche quella onesta, verrà guardata con l’occhio stretto, e basterà un commento sotto un post per insinuare che “tanto finisce sempre male”.
E quando una società smette di fidarsi della beneficenza, non diventa più giusta, diventa solo più fredda.

È un paradosso amaro, perché chi vuole davvero combattere eventuali abusi dovrebbe proteggere la fiducia, non incendiarla.
Il modo corretto di proteggere la fiducia non è spegnere le domande, ma renderle precise.
Chi gestiva i conti, quali associazioni erano coinvolte, quali controlli di compliance esistevano, quali rendicontazioni sono state pubblicate, quali segnalazioni sono arrivate, e quali risposte sono state date.
Domande così non fanno spettacolo, ma fanno chiarezza, e soprattutto evitano di trasformare il sospetto in sentenza.
C’è poi un’altra dimensione, più politica, che spiega perché questa storia venga raccontata con un gusto quasi vendicativo.
Il Movimento 5 Stelle, per identità e storia, ha costruito una parte della propria forza sul tema dell’onestà e della diversità morale rispetto agli altri.
Quando un partito si presenta come più puro degli altri, qualsiasi ombra, anche solo comunicativa, pesa il doppio, perché non incrina solo un episodio, incrina un brand.
Da qui la tentazione di leggere ogni silenzio come ammissione, e ogni incertezza come crollo totale.
Il rischio, però, è che il dibattito si trasformi in un gioco di demolizione, dove l’obiettivo non è accertare responsabilità, ma umiliare l’avversario.
E quando il tema è il possibile dirottamento di fondi, l’umiliazione dell’avversario diventa un lusso che il Paese non può permettersi, perché distoglie l’attenzione da ciò che conta: controlli, tracciabilità, prevenzione e tutela dei donatori.
Se davvero esistono indagini in corso, l’esito non dipenderà dal volume dei commenti, ma dalla solidità dei riscontri.
Se invece ci troviamo davanti a una storia gonfiata, costruita su frammenti e suggestioni, il danno resterà comunque, perché la reputazione non aspetta le sentenze.
In entrambi i casi, il punto politico per chi è chiamato in causa è lo stesso: non basta indignarsi, non basta tacere, non basta dire “non sapevamo”.
Serve spiegare, documentare, rendicontare, e soprattutto costruire un modello che impedisca che la solidarietà venga usata come scorciatoia per qualunque agenda, lecita o illecita che sia.
La favola moderna raccontata sui social finisce sempre allo stesso modo, con una morale che sembra irresistibile: “non fidarti di nessuno”.
Ma quella morale è comoda per chi vende indignazione, non per chi vuole una società migliore.
La vera morale, se vogliamo evitarci altre scatole simboliche piene di sospetti, è più faticosa e più adulta: fidati, ma verifica, e pretendi regole che rendano la fiducia meno vulnerabile.
Perché la solidarietà non è una debolezza, è un patrimonio civile, e se la trasformiamo in cinismo per colpa di narrazioni tossiche o di eventuali abusi reali, a vincere non sarà né la destra né la sinistra.
A vincere sarà solo chi prospera nel caos, dove nessuno dona più, nessuno controlla davvero, e tutti urlano mentre la verità prova a farsi strada a passi lenti.
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