Una frase come una lama, un avvertimento che spacca la sinistra.
Giuseppe Conte alza il tono e sceglie un’espressione destinata a pesare nei rapporti con il Partito Democratico: “la sinistra la deve smettere”.
Non è soltanto uno sfogo da palco, ma un messaggio politico indirizzato a un alleato-competitore con cui il Movimento 5 Stelle condivide l’opposizione al governo, ma non la stessa idea di leadership, di metodo e di priorità.
Il punto, in queste ore, non è tanto la durezza della formula, quanto il bersaglio che Conte decide di colpire davanti a militanti e dirigenti: la tentazione, a suo dire, di costruire l’alternativa “chiusi fra segreterie”, ragionando più di equilibri e poltrone che di un progetto riconoscibile per il Paese.
È un’accusa che tocca un nervo scoperto perché mette in discussione la credibilità dell’intero campo progressista mentre il cantiere dell’“alternativa” resta, ancora una volta, incompiuto.
Nel suo intervento Conte prova a ribaltare la logica tradizionale dei negoziati di coalizione, chiedendo che prima venga il contenuto e poi l’architettura del potere.
Il sottotesto, però, è inevitabilmente anche un altro: se l’asse dell’opposizione deve nascere, Conte vuole essere il perno, non un comprimario.

E quando un leader rivendica centralità con parole così nette, le conseguenze si misurano subito nei corridoi dei partiti, nelle dichiarazioni misurate dei dirigenti, e nel modo in cui si irrigidiscono le rispettive aree di consenso.
Il riferimento alle “forze progressiste” è, a sua volta, un passaggio rivelatore del conflitto identitario che attraversa la sinistra italiana.
Da una parte c’è l’esigenza di definire un campo largo capace di competere elettoralmente con il centrodestra.
Dall’altra c’è la difficoltà di stabilire cosa significhi, oggi, essere “progressisti” in modo concreto, su lavoro, sanità, industria, transizione energetica, sicurezza e politica estera.
Conte usa quel perimetro lessicale per chiamare a raccolta l’area di opposizione, ma allo stesso tempo lo impiega come criterio di selezione, come se dicesse che progressisti lo si dimostra con coerenza e metodo, non con l’appartenenza formale a una coalizione.
È un passaggio che mette pressione sul PD, perché il Partito Democratico, storicamente, si è presentato come l’asse naturale del centrosinistra e quindi come il soggetto chiamato a guidare sintesi e alleanze.
Quando Conte insinua che nei palazzi si pensi più ai ruoli che ai programmi, di fatto propone una lettura alternativa: il PD non sarebbe più l’architetto dell’unità, ma uno dei problemi che impediscono l’unità.
La polemica, per quanto espressa in forma politica, colpisce anche la leadership di Elly Schlein, che si muove in un equilibrio complesso tra la necessità di tenere insieme sensibilità diverse e la competizione diretta con il M5S su alcuni temi sociali.
In questo quadro, la frase di Conte non è neutra, perché alimenta l’idea che il PD non riesca a imporsi come regista dell’opposizione e finisca per inseguire, o subire, l’iniziativa altrui.
Non è un caso che la critica contiana vada a toccare proprio il tema della “premiership”, parola che nelle trattative di coalizione diventa rapidamente un detonatore.
Parlare di premiership significa parlare del volto dell’alternativa, e parlare del volto significa ammettere che il campo, prima ancora di condividere un programma, deve affrontare la questione del comando.
È un tabù che Conte sceglie di non rispettare, perché sa che la leadership, in politica, si costruisce anche definendo ciò che è inaccettabile.
A rendere la vicenda ancora più delicata è il modo in cui Conte intreccia la critica agli alleati con l’attacco alla presidente del Consiglio.
Nel suo discorso affiora il tema della responsabilità pubblica, del “dar conto” del proprio operato, del rapporto con Parlamento, stampa e, più in generale, con le istituzioni di garanzia.
È un terreno sul quale il leader del M5S prova a collocarsi come difensore di una politica che risponde e si espone, contrapponendola a un’immagine di governo che, secondo lui, comunica troppo per simboli e troppo poco per confronto puntuale.
Il bersaglio diventa quindi Giorgia Meloni, descritta come una leader che sceglierebbe tempi e luoghi della sua esposizione pubblica, alternando fasi di presenza mediatica a momenti di minore visibilità.
Nel dibattito italiano, questo tipo di critica è frequente e spesso si sovrappone a due piani diversi: la comunicazione istituzionale, che ha regole e limiti, e la comunicazione politica, che risponde a strategie e convenienze.
Conte sfrutta questa sovrapposizione per costruire un’accusa più generale, cioè l’idea di una “filosofia” di governo che privilegia l’immagine rispetto alla responsabilità del confronto.

È qui che la polemica smette di essere un dettaglio polemico e diventa narrazione, perché Conte prova a dare un senso unico a episodi e percezioni differenti, legandoli a una visione complessiva del potere.
In parallelo, il tono e i riferimenti più leggeri che circolano nel racconto pubblico, compresi quelli legati a momenti simbolici e gesti di protocollo, finiscono per rendere il confronto più emotivo e più polarizzante.
Il rischio, in questi casi, è che la discussione si sposti dal merito delle scelte di governo alla caricatura, perché la caricatura semplifica e mobilita, ma raramente convince chi sta fuori dalla propria “bolla” politica.
E tuttavia la scelta di Conte di usare un registro duro con il PD non è un incidente, perché arriva in una fase in cui la competizione dentro l’opposizione è diventata esplicita.
Il M5S vuole consolidare la propria identità sociale e il proprio profilo di rottura, evitando di essere risucchiato dentro una coalizione dove il PD detiene ancora molte leve territoriali e amministrative.
Il PD, dal canto suo, ha bisogno di non apparire subalterno, perché la subalternità è la premessa di una crisi di legittimazione interna e di un’ulteriore fuga di consensi verso altri soggetti.
Questa tensione si riflette anche nel modo in cui le rispettive platee interpretano la parola “unità”.
Per una parte dell’elettorato l’unità è un imperativo morale contro la destra, e quindi qualsiasi conflitto interno appare irresponsabile.
Per un’altra parte l’unità senza chiarezza è un inganno, perché mette insieme sigle diverse senza dire cosa fare davvero su temi che dividono, dalla politica estera alla giustizia, dall’energia al fisco.
Conte si inserisce in questo secondo sentimento e prova a farne una leva, sostenendo che l’unità non si costruisce distribuendo ruoli, ma definendo una proposta che sia credibile e soprattutto distinguibile.
La reazione del PD, in situazioni simili, è tradizionalmente doppia: evitare lo scontro frontale per non rompere il tavolo, e al tempo stesso far filtrare irritazione per non lasciare a Conte l’ultima parola.
È un equilibrio che spesso produce comunicati prudenti, dichiarazioni generiche sul “dialogo” e, dietro le quinte, una crescente diffidenza.
Il problema è che la diffidenza, quando si accumula, rende ogni tema un pretesto e ogni trattativa un campo minato.
La domanda che la frase “la sinistra la deve smettere” mette sul tavolo riguarda quindi il metodo, prima ancora del contenuto.
Conte chiede di smettere di discutere di leadership e ruoli senza una piattaforma politica condivisa, ma implicitamente chiede anche di smettere di considerare il PD come il luogo naturale dove le decisioni si prendono.
È una richiesta di riequilibrio del potere interno al campo, e come tutte le richieste di riequilibrio genera reazioni istintive, perché tocca interessi, identità e storie differenti.
Sullo sfondo resta la questione più grande: quanto l’opposizione sia in grado di presentarsi come alternativa di governo e non come sommatoria di contrarietà.

Il centrodestra governa con una maggioranza che, pur attraversata da tensioni, ha una catena di comando chiara e un messaggio identitario riconoscibile.
Il centrosinistra, invece, si muove tra la necessità di allargare il perimetro e l’obbligo di non perdere coerenza, e questa contraddizione viene ogni volta resa visibile dagli scontri tra leader.
Conte, con il suo avvertimento, sembra voler anticipare un bivio: o si cambia passo, o si resta prigionieri di un rituale in cui l’alternativa non prende forma e ogni partita si risolve in una negoziazione interna.
È un messaggio che può rafforzarlo presso chi chiede radicalità e chiarezza, ma può anche indebolire l’idea stessa di coalizione se il PD lo interpreta come un’umiliazione pubblica più che come una critica politica.
La verità, in politica, è spesso meno drammatica e più concreta: gli elettori giudicano sulla percezione di credibilità e sulla capacità di incidere, non sulla perfezione delle alleanze.
Se Conte riesce a far passare l’idea che il M5S sia la forza che “dice le cose come stanno” e che non accetta spartizioni, guadagna vantaggio nel campo dell’opposizione.
Se invece l’attacco viene percepito come un regolamento di conti che indebolisce tutti, l’effetto può essere opposto e alimentare ulteriore disaffezione, soprattutto tra chi chiede un’alternativa stabile e non un conflitto permanente.
In ogni caso, il conto politico di questa fase lo pagherà soprattutto la capacità di costruire un’agenda comune credibile.
Se la sinistra vuole davvero “smettere”, dovrà smettere prima di tutto di trattare il progetto come un allegato e l’identità come un dettaglio, perché è esattamente questa inversione che, negli ultimi anni, ha reso fragile la sua promessa di governo.
E dovrà farlo sapendo che lo specchio evocato da Conte non riflette solo il PD o il M5S, ma l’intero campo che pretende di essere alternativo e che, ancora una volta, è chiamato a dimostrare di saperlo essere nei fatti, oltre che nelle parole.
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