A Montecitorio non serve alzare la voce per alzare la temperatura, perché basta una frase piazzata nel punto giusto per trasformare un confronto politico in un caso culturale.
È quello che è successo nello scambio, ripreso e rilanciato in clip sui social, tra Laura Boldrini e Giorgia Meloni sul tema Tunisia, migrazioni e rapporti con governi considerati “problematici” sul piano democratico.
La scena, così come viene raccontata e condivisa, è la fotografia perfetta dell’Italia di oggi: meno dibattito nel merito, più scontro sulle biografie, meno argomenti lunghi, più colpi corti.
Il copione iniziale sembrava scritto per un attacco lineare, quasi didattico, perché l’opposizione cercava di inchiodare il governo sulla questione morale: si può trattare con un leader accusato di deriva autoritaria in Tunisia senza legittimarlo.
Dentro quella cornice, la parola “dittatore” non è un dettaglio lessicale, ma è la sostanza politica dell’accusa, perché suggerisce che la realpolitik del governo si stia trasformando in complicità.
La “trappola”, nella lettura dei commentatori più schierati, era proprio questa: costringere Meloni a scegliere tra due risposte entrambe costose, cioè o prendere le distanze e sconfessare l’approccio, oppure difendere l’approccio e accettare l’ombra morale.
Meloni, però, non entra nel recinto così com’è stato costruito, e qui sta il punto che rende lo scontro virale.
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Invece di discutere subito il perimetro tecnico dell’accordo e la catena delle responsabilità europee, la premier ribalta il tavolo su un piano identitario e storico, dicendo in sostanza che non accetta “lezioni” sul tema autocrazie.
Il riferimento, nella clip che circola, è diretto e volutamente urticante, perché richiama presunte vicinanze culturali o politiche della sinistra con regimi comunisti del Novecento, evocando Cuba e Fidel Castro.
È un passaggio che funziona come lama, perché non mira a dimostrare qualcosa sul dossier Tunisia, ma a delegittimare chi pone la domanda, spostando l’attenzione dal presente al pedigree politico.
Nel teatro parlamentare questa tecnica ha un nome semplice: non rispondo al capo d’accusa, attacco la credibilità dell’accusatore.
È una mossa antica quanto la politica, ma oggi rende più di prima perché la comunicazione contemporanea premia ciò che è netto, personale e facilmente ritagliabile in quindici secondi.
La frase “per carità di patria” aggiunge la componente di teatralità controllata, perché suona come un ammonimento e al tempo stesso come un invito a non proseguire, cioè come una porta che si chiude in faccia.
Il gelo in aula, descritto da chi rilancia il video, è la conseguenza emotiva di una cosa precisa: l’imprevisto.
Quando in un confronto ci si aspetta la difesa tecnica e arriva il contrattacco simbolico, l’avversario perde mezzo tempo, e in politica mezzo tempo basta per far cambiare la percezione di forza.
Da quel momento, la discussione non è più “Tunisia sì o no”, ma diventa “chi ha titolo morale per parlare di dittature”.
Ed è qui che lo scontro si divide in due pubblici che non si incontrano più.
Da una parte c’è chi vede nella risposta di Meloni una necessaria reazione alla doppia morale, cioè l’idea che alcuni ambienti progressisti siano severissimi con certi regimi e incredibilmente indulgenti con altri, a seconda del colore ideologico.
Dall’altra c’è chi vede nella risposta di Meloni una scorciatoia retorica, cioè l’uso del passato come clava per evitare di discutere una scelta attuale.
Il punto è che, sui social, la seconda lettura fatica a imporsi perché richiede contesto e pazienza, mentre la prima si consuma in un meme.
Ma la premier, nello scambio, non si ferma al colpo simbolico, perché subito dopo introduce l’argomento che le serve per riprendere il controllo della cornice politica: l’Europa.
Quando dice che in Tunisia lei era con la presidente della Commissione Europea e con il primo ministro olandese, fa una cosa molto precisa: distribuisce la responsabilità.
Non è più “Meloni tratta con un dittatore”, ma diventa “l’Europa tratta con un interlocutore difficile per evitare un collasso”.
È una mossa intelligente, perché trasforma un’accusa personale in una decisione multilaterale, e il multilaterale in politica estera ha sempre un vantaggio comunicativo: sembra più legittimo per definizione.
In quel passaggio c’è anche una trappola dentro la trappola, perché implica che chi accusa Meloni sta accusando, indirettamente, anche Bruxelles, e dunque rischia di apparire isolato o ideologico.
La premier insiste su un concetto che negli ultimi mesi è diventato centrale nella retorica di governo: non si tratta di “piacere” ai leader altrui, si tratta di impedire instabilità alle porte di casa.
Il default tunisino, evocato come minaccia concreta, serve da ponte tra geopolitica e vita quotidiana, perché significa flussi migratori, crisi sociale, tensioni nel Mediterraneo.
Qui Meloni sposta definitivamente il confronto dalla morale astratta alla gestione di un rischio, e quando un leader riesce a far sembrare l’avversario “astratto” e se stesso “protettivo”, ha già vinto metà della battaglia comunicativa.
La parte più corrosiva, però, arriva quando la premier contrappone due modelli di rapporto con l’Africa.
Da un lato dipinge l’approccio “che spiega come funziona il mondo e poi magari ti frega le risorse”, dall’altro propone un approccio “da pari a pari” di cooperazione e sviluppo.
Questa è una frase costruita per parlare non solo alla destra, ma anche a un pezzo di elettorato stanco del linguaggio paternalista europeo e sensibile all’accusa di colonialismo mascherato da buone intenzioni.
È anche una frase rischiosa, perché semplifica una storia complessa e distribuisce colpe in modo largo, ma è proprio la semplificazione a renderla potente in un’arena dove il tempo è poco e il pubblico è già polarizzato.
La “sinistra che sbianca”, nella narrazione dei sostenitori di Meloni, non è tanto un fatto fisiognomico quanto un modo di dire: l’idea che la sinistra abbia perso la postura di comando morale.
Per decenni, infatti, una parte del centrosinistra ha costruito forza comunicativa presentandosi come custode della democrazia e dei diritti, mentre agli avversari veniva attribuita una maggiore tolleranza per i compromessi.
Quando Meloni risponde dicendo “non accetto lezioni”, tenta di spezzare quel vantaggio storico e di ribaltare il tavolo: non sono io a dovermi giustificare, siete voi a dover rendere conto delle vostre incoerenze.
Ed è proprio questa inversione, più che il contenuto specifico, a trasformare un botta e risposta in uno “spartiacque” mediatico.
Sui social, infatti, il dibattito esplode perché ciascuno trova nella clip ciò che già voleva trovare.

Chi sostiene Meloni parla di “KO tecnico”, di ipocrisia smascherata, di lezione impartita a chi predica valori senza guardare ai propri trascorsi.
Chi sostiene Boldrini parla di diversivo, di benaltrismo storico, di tentativo di sviare la domanda reale su quali condizioni si accettino in cambio di cooperazione e controllo dei flussi.
Nel mezzo ci sono gli spettatori non schierati, quelli che colgono soprattutto un dato: la discussione pubblica italiana tende sempre più a risolversi in un tribunale delle identità.
Non si discute soltanto “cosa fare” con la Tunisia, ma “chi sei tu” per chiedermelo.
E quando la politica diventa genealogia morale, il merito evapora.
Resta la sensazione di una gara a chi trova l’antenato più scomodo nell’album degli avversari, a chi ripesca il contatto più imbarazzante, a chi mette l’altro sulla difensiva senza mai entrare davvero nelle scelte operative.
Questa dinamica non nasce dal nulla, perché nasce da un fatto semplice: la politica estera è complicata e spesso impopolare, mentre l’attacco biografico è facile e gratificante.
È più semplice dire “tu non puoi parlare” che spiegare come si tenga insieme stabilità regionale, diritti umani, interessi economici, e pressione migratoria.
È più semplice far passare l’altro come incoerente che spiegare perché, a volte, i governi democratici trattano con interlocutori discutibili per evitare conseguenze peggiori.
Eppure è proprio lì che sta la domanda sostanziale, quella che resta anche quando l’eco della clip svanisce.
Se l’obiettivo è evitare il collasso tunisino, quali garanzie democratiche e sociali vengono richieste in cambio dell’aiuto.
Quali meccanismi di controllo esistono affinché la cooperazione non si traduca in repressione delegata o in violazioni dei diritti di chi migra.
E, specularmente, quale alternativa propone l’opposizione che non sia solo condanna morale, ma una strategia capace di evitare sia il cinismo sia l’inerzia.
La virulenza della polemica delle ultime settimane, in realtà, dice che il Paese è seduto su una contraddizione: chiede sicurezza e dignità insieme, ma pretende risposte immediate a problemi che immediati non sono.
Quando la politica promette soluzioni rapide, tende a usare frasi più taglienti e frame più aggressivi.
Quando la politica si rifugia solo nei principi, tende a perdere presa su chi vive l’urgenza della quotidianità.

La clip Boldrini-Meloni è diventata un detonatore perché mette in scena questa frattura come se fosse una partita di ping-pong, e non un dossier mediterraneo che durerà anni.
Nel racconto che viaggia online, Meloni appare come quella che “agisce” e Boldrini come quella che “pontifica”.
È un binomio che fa presa, ma è anche un binomio che impoverisce, perché trasforma la politica in una lotta tra caratteri, non tra progetti.
E tuttavia, finché il pubblico premierà soprattutto la percezione di forza, la politica tenderà a produrre sempre più percezione di forza.
Questo è il vero effetto collaterale della viralità: non racconta soltanto la realtà, la modella.
Se l’episodio segna davvero uno spartiacque, non lo farà perché una frase ha zittito un’avversaria per qualche minuto.
Lo farà perché ha mostrato con chiarezza quale linguaggio oggi ha il controllo della scena: il linguaggio che riduce la complessità a un giudizio morale immediato e che usa il passato come arma per governare il presente.
E quando il passato diventa munizione quotidiana, il futuro smette di essere un progetto e diventa soltanto un’arena.
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