Ci sono serate in cui un talk show smette di fingere di essere un salotto e rivela la sua natura più vera: un’arena dove la realtà entra senza bussare e costringe tutti a scegliere un registro, o tecnico o emotivo, o istituzionale o popolare.
La puntata di “Dritto e Rovescio” che ha visto Claudia Fusani al centro del fuoco incrociato mediatico è stata raccontata, rilanciata e deformata come un evento “definitivo”, ma il motivo per cui ha colpito così forte è più semplice e più inquietante: ha messo in collisione la grammatica del diritto con la grammatica della paura.
Quando il caso di cronaca riguarda un’aggressione grave ai danni di un lavoratore, la televisione non ragiona più per sfumature, perché il pubblico non cerca un seminario, cerca un colpevole, una causa, e soprattutto cerca la promessa che non succederà di nuovo.
In quel clima, l’impostazione di Fusani, legata a garanzie, procedure e limiti dell’azione politica davanti a decisioni giudiziarie, rischia automaticamente di suonare come distanza, anche quando il contenuto può avere una sua logica.
È qui che Paolo Del Debbio e Maurizio Belpietro trovano il vantaggio del format, perché la conduzione e la postura dell’ospite possono trasformare una domanda in un verdetto percepito, indipendentemente da quanto sia solida l’argomentazione.
La prima mossa, nel racconto di chi ha visto quella puntata come uno “smascheramento”, è stata la conversione della cronaca in simbolo, perché un episodio violento diventa la prova generale di un sistema, e il sistema diventa il bersaglio comodo su cui scaricare indignazione e frustrazione.
Se il tema è sicurezza, la tv sa che l’astratto perde sempre contro il concreto, e che “cosa dice la legge” viene percepito come meno urgente di “chi mi protegge domani mattina”.
In questo contesto, ogni frase che suona prudente rischia di apparire complice, e ogni richiamo alla complessità rischia di essere letto come scusa.
La dinamica più potente non è stata l’urlo, ma la cornice, perché Del Debbio, da conduttore esperto, sa che la cornice decide il vincitore prima ancora che inizi la discussione.
Se la cornice è “una vittima che sanguina e uno Stato che non riesce a impedire”, allora chi parla di garanzie diventa facilmente il personaggio che “non capisce il Paese”, anche se sta facendo un ragionamento tecnicamente coerente.
Belpietro, in quella stessa cornice, può assumere il ruolo del “contabile del reale”, cioè di chi porta esempi, casi, numeri, e li usa come martello per dire che il problema non è teorico ma ripetuto.
A quel punto, Fusani può tentare la difesa classica, cioè ricordare che la politica non può comandare ai giudici e che certe decisioni si muovono dentro vincoli normativi e sovranazionali.
Il problema è che questa difesa, davanti a un pubblico emotivamente già schierato, viene interpretata non come tutela dello Stato di diritto, ma come protezione di un meccanismo che “non funziona”.
La parola “magistratura”, in tv, è spesso un detonatore, perché attiva immediatamente due riflessi opposti: fiducia nelle regole per alcuni, sospetto di corporazione per altri.
Quando lo scontro avviene su quel crinale, il rischio di scivolare nella delegittimazione reciproca è altissimo, perché la politica tende a dire “ci bloccano”, mentre una parte del mondo dell’informazione tende a dire “vogliono forzare le garanzie”.
Il passaggio più controverso del racconto che circola online è l’insinuazione di un “coordinamento” tra settori dell’informazione e una parte della magistratura per sabotare politiche di controllo delle frontiere.
Su questo punto serve freddezza, perché affermazioni del genere, se non supportate da prove verificabili, restano suggestioni e rischiano di trasformare un conflitto istituzionale reale in una teoria totale che spiega tutto con un complotto.
Ciò che esiste davvero, e che basta a generare attrito senza bisogno di trame segrete, è una divergenza strutturale: la politica cerca rapidità e risultati visibili, la giustizia procede per garanzie e tempi, e i media selezionano ciò che fa più presa.
In un episodio televisivo ad alta tensione, questa divergenza diventa spettacolo, e lo spettacolo tende a semplificare fino a deformare.
Il momento che molti hanno percepito come “umiliazione” di Fusani, cioè la gestione del ritmo, delle interruzioni e dei tagli di regia, mostra un’altra verità: nel talk show non vince chi ha ragione, vince chi controlla il tempo.
Chi conduce controlla i secondi, e i secondi decidono se una frase diventa ragionamento o diventa inciampo.
Quando un’ospite viene interrotta ripetutamente, l’impressione che resta a casa non è “stava argomentando”, ma “non sa rispondere”, e la televisione vive di impressioni più che di atti.
C’è poi un elemento psicologico che in queste serate pesa come un macigno: il linguaggio del corpo.
Un sorriso nervoso, un’esitazione, uno sguardo che cerca un appiglio, in un clima carico di indignazione, possono essere letti come sufficienza anche quando non lo sono.
La regia lo sa, il conduttore lo sa, il pubblico lo sente, e l’ospite spesso se ne accorge troppo tardi.
Da qui nasce il “silenzio da sentenza” che molti descrivono, perché a un certo punto non serve più confutare, basta che l’ospite appaia isolata, e l’isolamento in tv equivale a colpevolezza simbolica.
Il tema vero, però, non è il destino televisivo di una giornalista, ma l’uso di un fatto di sangue come leva per riscrivere il discorso pubblico su migrazione, espulsioni, giustizia e confini.
Quando si parla di rimpatri e di persone non regolari, entrano in gioco norme, accordi con Paesi d’origine, identificazioni, documenti, disponibilità di voli, e soprattutto la cooperazione di Stati terzi che spesso non collaborano.
In tv, tutto questo sparisce, perché è complicato, e al suo posto resta una domanda semplice e furiosa: “Perché era qui?”.
Quella domanda è comprensibile, ma la risposta reale raramente è una sola, e quasi mai è immediata.
È proprio questo scarto tra domanda semplice e risposta complessa che produce il teatro dell’accusa, perché l’opinione pubblica vive la complessità come un alibi e la semplificazione come coraggio.
Belpietro e Del Debbio, in quella puntata, hanno interpretato il ruolo che il loro pubblico si aspetta: trasformare l’indignazione in un interrogatorio, e l’interrogatorio in un atto di accusa contro un “sistema” percepito come distante.
Fusani, invece, ha interpretato un ruolo più istituzionale, che funziona in un contesto di ascolto, ma soffre in un contesto di conflitto, perché appare freddo proprio nel momento in cui il pubblico chiede calore e protezione.
Questa non è solo una questione di destra o di sinistra, perché è un problema di compatibilità tra linguaggi.
Il linguaggio del diritto è fatto di condizioni, eccezioni e precedenti, mentre il linguaggio della sicurezza percepita è fatto di urgenza, responsabilità e riparazione.
Quando li metti nello stesso studio senza un ponte, non ottieni un confronto, ottieni un corto circuito.
È qui che nasce l’idea, rilanciata da molti, che “la narrazione della sinistra crolli”, perché in quel frame televisivo la posizione più garantista viene dipinta come distante dal dolore sociale.
Ma parlare di “crollo” è anche un modo per evitare la domanda più scomoda: è possibile difendere lo Stato di diritto e contemporaneamente pretendere uno Stato più efficace nel prevenire reati e gestire l’irregolarità?
La risposta, fuori dalla televisione, è sì, ed è l’unica risposta adulta, perché uno Stato forte non è quello che urla, ma quello che sa far rispettare regole chiare senza calpestare diritti fondamentali.
Il problema è che l’equilibrio tra efficacia e garanzie non si presta ai colpi di scena, e quindi non fa share quanto l’umiliazione in diretta.
La puntata diventa così il simbolo di un altro fenomeno: la nascita del “tribunale televisivo”, dove la sentenza è emotiva e immediata, e dove il metro non è la coerenza giuridica ma l’aderenza al sentimento dominante.
Questo tribunale è potentissimo perché dà al pubblico una gratificazione: la sensazione che qualcuno stia finalmente dicendo ad alta voce ciò che molti pensano sottovoce.
Ma è anche pericoloso, perché spinge la politica a inseguire la reazione del momento e spinge i media a costruire colpevoli simbolici invece di spiegare processi.
Quando il dibattito su migrazione e sicurezza si riduce a una gara a chi appare più duro, la discussione si sposta dalla gestione concreta dei flussi alla performance, e la performance non risolve nulla.
Si possono annunciare espulsioni, liste di Paesi sicuri, accordi, centri e procedure accelerate, ma senza capacità amministrativa, cooperazione internazionale e strutture funzionanti, la promessa resta spesso più grande dell’esecuzione.
Allo stesso tempo, negare il problema della percezione di insicurezza, o liquidarlo come isteria collettiva, è il modo più rapido per consegnare il tema a chi lo usa come clava.
La serata di Mediaset, dunque, non “dimostra” un complotto, e non “certifica” una verità unica, ma mostra quanto sia fragile oggi il confine tra informazione e mobilitazione emotiva.

Mostra anche quanto sia facile, per un programma ben rodato, trasformare una persona in un simbolo, e il simbolo in un bersaglio.
Claudia Fusani è diventata, per una parte del pubblico, l’emblema di un garantismo percepito come lontano, mentre Del Debbio e Belpietro sono diventati l’emblema di una richiesta di ordine percepita come legittima e urgente.
Ma gli emblemi, proprio perché sono comodi, mentono sempre un po’, perché sostituiscono la realtà, che è più contraddittoria, con una favola morale.
La realtà è che sicurezza e diritti non sono alternative, sono due colonne della stessa casa, e se ne indebolisci una, prima o poi crolla anche l’altra.
La realtà è anche che l’immigrazione irregolare non si governa solo con i titoli e le punte di ascolto, ma con procedure rapide e giuste, con accordi credibili, con controlli, con integrazione dove possibile e con rimpatri dove necessari e legittimi.
E la realtà, infine, è che il dolore di una vittima non può diventare carburante infinito per la propaganda di qualunque parte, perché quel dolore chiede giustizia, non spettacolo.
Se la puntata ha lasciato un segno, non è perché qualcuno abbia “vinto” una disputa, ma perché ha mostrato a milioni di persone una cosa che spesso si intuisce e raramente si ammette: in tv la percezione batte la precisione, e quando la percezione domina, anche i concetti più importanti, come Costituzione e sicurezza, vengono usati come armi invece che come strumenti di convivenza.
Il silenzio finale, quello descritto come “da sentenza”, è allora meno un trionfo e più un avvertimento, perché quando il dibattito pubblico si riduce a una condanna emotiva, la prossima vittima può essere chiunque provi a spiegare invece di urlare.
E se succede, a perdere non è una giornalista, non è un conduttore, non è un partito, ma la capacità collettiva di distinguere tra una risposta che consola e una risposta che risolve.
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