Per anni Fabio Fazio e Luciana Littizzetto sono stati percepiti, da un pubblico molto ampio, come un simbolo di televisione “garbata” e di satira popolare capace di commentare la politica senza diventare propaganda esplicita.

Questa immagine è reale, perché si fonda su un linguaggio riconoscibile, su una cifra estetica precisa e su una lunga continuità di presenza televisiva.

Eppure, quando si abbassa il volume del tifo e si prova a guardare la TV come un sistema, emergono domande più interessanti del semplice “mi piace” o “non mi piace”.

La vera partita, infatti, non è stabilire se la satira sia lecita, perché lo è, né decidere se un conduttore debba essere neutrale, perché la neutralità assoluta non esiste.

La partita è capire come si costruisce una cornice, cioè quel set di scelte editoriali che decide quali fatti diventano racconto e quali restano rumore di fondo.

Quando qualcuno parla di “verità non detta” in televisione, spesso immagina uno scandalo nascosto.

Inizia la nuova era di “Che tempo che fa” con Fabio Fazio e Luciana  Littizzetto | TV Sorrisi e Canzoni

Molto più spesso, però, la “verità non detta” è più banale e più potente: è l’insieme di ciò che viene omesso, ridotto a battuta o trattato sempre con lo stesso tono, fino a farlo apparire inevitabile.

In questo senso il “retroscena” che cambia prospettiva non deve per forza essere una rivelazione segreta.

Può essere semplicemente la presa d’atto che intrattenimento e informazione, oggi, si nutrono a vicenda e si condizionano più di quanto siamo disposti ad ammettere.

La televisione generalista vive di rituali, e i rituali funzionano quando il pubblico sa già cosa aspettarsi.

Il rito di un monologo satirico, con un bersaglio ricorrente e un lessico riconoscibile, dà conforto a chi la pensa in un certo modo e irrita chi la pensa diversamente, ma soprattutto fidelizza.

Fidelizzare significa ridurre l’incertezza: accendi e ritrovi la stessa atmosfera, la stessa grammatica, la stessa idea di “chi è serio” e “chi è ridicolo”.

È qui che alcune scelte diventano controverse, non perché illegali o occulte, ma perché strutturalmente orientano la percezione del Paese.

La prima scelta, spesso invisibile, è la gerarchia delle notizie.

Non conta soltanto cosa viene detto, ma quanto tempo ci si sta sopra, con quanta pazienza, con quanta indulgenza o severità.

Quando un programma insiste su un tema come segno di decadenza nazionale e trascura sistematicamente i segnali opposti, il pubblico non riceve un elenco di fatti, riceve una sensazione di mondo.

E la sensazione di mondo, alla lunga, pesa più dei dettagli.

La seconda scelta, altrettanto determinante, è il tipo di ospiti che si alternano e la funzione narrativa che svolgono.

C’è l’ospite “autorevole” che valida una tesi, l’ospite “simpatico” che la rende digeribile, l’ospite “controparte” che però arriva in condizioni sfavorevoli di tempo, contesto e clima.

Non è complotto, è regia, ed è normale in televisione, ma diventa controverso quando il pubblico scambia la regia per realtà neutra.

La terza scelta riguarda il tono con cui si parla del potere.

Il potere può essere trattato come qualcosa da sgonfiare con l’ironia, oppure come un nemico morale, oppure come una macchina inevitabile da cui proteggersi.

Ognuna di queste opzioni produce un pubblico diverso e un’idea diversa di cittadinanza.

Se il potere è sempre ridicolo, la politica diventa un teatro di incapaci e la partecipazione si trasforma in cinismo.

Se il potere è sempre malvagio, la politica diventa un tribunale permanente e la partecipazione si trasforma in indignazione continua.

Se il potere è sempre inevitabile, la politica diventa un meteo e la partecipazione si trasforma in rassegnazione.

Quando si osservano i grandi programmi del prime time, la domanda più utile è quale di queste tre emozioni venga coltivata con più costanza.

È qui che la percezione di “narrazione tossica”, spesso urlata dai detrattori, si può tradurre in un’analisi più sobria: una narrazione può essere tossica non perché mente su ogni fatto, ma perché costruisce un clima emotivo che rende alcuni fatti irrilevanti e altri assoluti.

Molti spettatori associano Fazio e Littizzetto a un’idea di libertà culturale.

È un’associazione comprensibile, perché la satira nasce anche per graffiare il potere e perché la televisione italiana ha una lunga tradizione di comicità politica.

Il punto critico, però, è quando la satira non è più una parentesi, ma diventa la chiave interpretativa principale.

In quel caso, il pubblico non alterna registri, vive dentro un registro unico, e ogni notizia viene immediatamente tradotta in conferma del copione.

Se l’Italia va male, è colpa di chi governa adesso.

Se qualcosa va bene, è un caso, oppure non è abbastanza, oppure è una foglia di fico.

È un meccanismo che può colpire qualsiasi area politica, ma diventa particolarmente influente quando si appoggia su un brand televisivo consolidato e su un’aura di “buon senso” che appare superiore alle parti.

L’aura di “buon senso” è uno degli ingredienti più potenti della TV contemporanea.

Non si presenta come ideologia, si presenta come decenza, come educazione, come ironia civile.

E proprio per questo può permettersi di essere molto orientante senza sembrare militante.

Quando un pubblico avverte che quell’aura viene usata per spingere sempre nella stessa direzione, nasce la reazione opposta, ugualmente emotiva, che chiama tutto “disinformazione”.

Anche qui serve attenzione, perché “disinformazione” implica intenzionalità e falsità verificabili, mentre spesso siamo davanti a una cosa diversa: selezione e incorniciamento.

Se un programma sceglie di raccontare i ritardi dei treni come simbolo di un Paese che non funziona, non sta necessariamente mentendo.

Sta scegliendo un simbolo.

Se lo stesso programma riduce a battuta ogni spiegazione tecnica su cantieri, manutenzione e fragilità infrastrutturale, non sta necessariamente censurando.

Sta scegliendo un ritmo, e quel ritmo privilegia la risata rispetto alla comprensione.

La controversia nasce quando quella risata viene percepita come verdetto.

Un verdetto sul governo, ma anche un verdetto sul Paese, come se l’Italia fosse condannata per natura a essere “quella cosa lì”.

Chi difende questi programmi risponde che la satira non deve fare policy e che il compito dell’intrattenimento non è sostituire i dossier.

È vero, ma non basta, perché la televisione non è solo contenuto, è anche infrastruttura di fiducia.

E quando l’infrastruttura di fiducia indirizza costantemente lo sguardo su un certo tipo di fallimento, diventa un attore politico, anche senza volerlo.

Il secondo esempio ricorrente è la gestione del tema migratorio, dove l’ironia può trasformare qualsiasi iniziativa in caricatura prima ancora che il pubblico ne capisca le regole.

Qui l’effetto non è solo comico, è cognitivo: se un piano viene percepito come “assurdo” in partenza, non verrà più valutato sui risultati, ma sul disprezzo iniziale.

E lo stesso vale al contrario: se un piano viene percepito come “geniale” in partenza, verrà difeso anche quando mostra limiti evidenti.

La televisione, insomma, non ci dice solo cosa pensare, ma soprattutto ci dice cosa è ridicolo e cosa è serio.

È una forma di potere morbido, che non impone, ma orienta.

Quando qualcuno chiede “chi decide cosa possiamo vedere”, la risposta più concreta è: decidono i palinsesti, i contratti, gli inserzionisti, le metriche, la reputazione, e la paura di perdere pubblico.

Non serve immaginare una stanza segreta.

Basta guardare come si premiano i contenuti che polarizzano e come si puniscono quelli che complicano.

La complessità fa cambiare canale.

La semplificazione fa restare.

Il “retroscena” più utile, allora, è questo: la TV non è una finestra sul reale, è una fabbrica di attenzione, e l’attenzione ha bisogno di eroi e cattivi, di battute e indignazione, di una trama che torni ogni settimana.

Quando Fazio e Littizzetto parlano, che lo si ami o lo si detesti, parlano dentro una macchina che premia la coerenza narrativa più della precisione analitica.

E ciò che il pubblico spesso non vede è che anche l’anti-narrazione, quella che li accusa di “veleno mediatico”, usa gli stessi strumenti, solo con segno opposto.

Cambia il bersaglio, non cambia la logica: un nemico riconoscibile, un risveglio collettivo, una promessa di “verità nascosta”.

Il rischio è doppio.

Da una parte, una satira che diventa liturgia e quindi riduce tutto a maschera, trasformando il dissenso in una posa e la politica in una caricatura permanente.

Dall’altra, una contro-satira che diventa crociata e quindi riduce tutto a complotto, trasformando la critica in prova e la prova in slogan.

In mezzo, resta lo spettatore, che non è stupido, ma è stanco, e spesso vuole soltanto capire cosa sta succedendo senza essere trascinato in una guerra di religione.

Guardare oltre l’immagine abituale significa fare una cosa semplice e faticosa: separare il talento televisivo dalla funzione civica del discorso pubblico.

Fazio può essere un conduttore abile e, nello stesso tempo, il suo programma può contribuire a un clima culturale che premia una certa visione del Paese.

Littizzetto può essere una comica efficace e, nello stesso tempo, il suo modo di selezionare bersagli e toni può rafforzare una percezione politica a senso unico.

Dire questo non significa accusare, significa riconoscere che la comunicazione è potere anche quando si veste da leggerezza.

La “verità non detta”, in conclusione, non è che qualcuno nasconda per forza chissà quale segreto.

La verità non detta è che l’Italia discute di se stessa attraverso prodotti d’intrattenimento che hanno ormai la forza di un editoriale, ma senza le stesse regole di trasparenza dell’editoriale.

Non chiediamo alla satira di essere un verbale.

Chiediamo però al pubblico di non scambiare un copione ben recitato per la totalità del reale, e di ricordarsi che un Paese non è mai solo in declino e non è mai solo in ripresa.

È entrambe le cose, in tempi diversi, in luoghi diversi, per persone diverse.

Se c’è una prospettiva che vale la pena portarsi a casa, è questa: la libertà culturale non coincide con l’immunità dalle critiche, e la critica non coincide con la demonizzazione.

Chi decide cosa possiamo vedere, alla fine, siamo anche noi, ogni volta che premiamo il contenuto più comodo invece di quello più informativo.

E se vogliamo davvero “guardare oltre”, dobbiamo imparare a riconoscere quando stiamo ridendo di un fatto e quando stiamo ridendo dentro una cornice che qualcuno ha scelto per noi.

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