Certe serate televisive non nascono come “momenti storici”, ma diventano un test di Rorschach nazionale, in cui ognuno vede quello che già teme o spera.
È successo anche con la polemica esplosa attorno al riconoscimento UNESCO legato alla tradizione gastronomica italiana, trasformato in poche ore da notizia culturale in benzina politica.
Sul piano simbolico l’idea è potente, perché quando la cucina viene celebrata non si parla solo di ricette, ma di memoria, lavoro, paesaggi, famiglie e perfino lingua.
Sul piano pratico, però, ogni riconoscimento internazionale porta con sé un equivoco che la tv sfrutta benissimo: la tentazione di scambiarlo per un premio al governo in carica, o al contrario per una “medaglietta” senza valore nella vita reale.
In quella frattura si infilano i talk show, che non sono tribunali né accademie, ma macchine narrative costruite per produrre contrasti netti, frasi memorabili e clip condivisibili.
Ed ecco la scena, così come viene raccontata e rilanciata: da una parte l’enfasi patriottica, dall’altra la smorfia scettica, con lo studio che diventa il ring e il pubblico a casa che viene invitato a scegliere una tifoseria.
La storia, in questa versione, ha un protagonista evidente, Giorgia Meloni, e un antagonista altrettanto riconoscibile, Pierluigi Bersani, mentre la conduzione viene descritta come regia di un copione ostile.
È una costruzione narrativa efficace, perché riduce un tema complesso a una dinamica elementare: “noi” celebriamo, “loro” sminuiscono.

Il problema è che la realtà, come spesso accade, è meno cinematografica e più interessante, perché dentro quella disputa ci sono almeno tre livelli diversi che si confondono apposta.
Il primo livello è culturale, e riguarda che cosa l’UNESCO riconosca davvero e con quali criteri, cioè la tutela di pratiche, saperi, comunità e tradizioni, non la gloria di un singolo leader.
Il secondo livello è economico, e riguarda come un riconoscimento possa influire su turismo, promozione, filiere, reputazione internazionale, e su quella guerra permanente contro il falso “italiano” venduto nel mondo.
Il terzo livello è politico-mediatico, e riguarda come ogni notizia venga immediatamente trasformata in un’arma per confermare una tesi preesistente, che sia “il governo porta risultati” oppure “il governo distrae dai problemi”.
Quando Bersani, nella narrazione circolata online, sposta l’attenzione dal tricolore al carrello della spesa e usa la metafora delle “verze” contrapposte ai prodotti più cari, sta facendo un’operazione retorica che la tv conosce da sempre.
Non sta discutendo il valore culturale del riconoscimento, sta cambiando campo da gioco, perché sul costo della vita può parlare alla pancia e al vissuto quotidiano, mentre sul patrimonio immateriale rischia di sembrare contro l’evidenza.
Questa tecnica non è di sinistra o di destra, è televisiva, perché trasforma un successo astratto in una domanda concreta e moralmente carica: “A cosa serve, se la gente fatica?”.
È una domanda legittima in democrazia, perché il compito dell’opposizione è anche ricordare ciò che non va, soprattutto quando il governo festeggia.
Ma diventa una trappola quando viene usata come falsa alternativa, come se valorizzare una tradizione impedisse automaticamente di combattere la povertà o ridurre il costo della vita.
Il pubblico, infatti, può sostenere due idee contemporaneamente senza contraddirsi: essere orgoglioso del patrimonio culturale e pretendere misure economiche più efficaci.
La tv, invece, guadagna di più quando quelle due idee vengono messe in guerra, perché la guerra semplifica, polarizza e fidelizza.
Da qui nasce l’accusa, molto diffusa nei contenuti militanti, secondo cui “in studio non c’è gioia” e “il successo è un problema da gestire”, come se esistesse un riflesso automatico dei salotti mediatici nel ridimensionare ciò che può far apparire bene l’avversario.
Questa percezione si alimenta anche perché i talk show hanno un linguaggio riconoscibile, fatto di ironie, sospiri, smorfie e tempi stretti, che può sembrare condiscendente verso chi celebra e severo verso chi governa.
Tuttavia, trasformare quel linguaggio in prova di un disegno coordinato è un salto logico che conviene evitare, perché spesso ciò che appare “strategia” è banalmente format.
Il format ha bisogno del conflitto come un motore ha bisogno di carburante, e quindi tende a selezionare gli ospiti e le cornici che garantiscono attrito.
In questo senso non serve immaginare “alleanze oscure” per capire perché una notizia positiva possa essere immediatamente reinterpretata: basta osservare come funziona l’economia dell’attenzione.
L’attenzione non premia la soddisfazione tranquilla, premia l’indignazione, e l’indignazione si ottiene più facilmente con la contrapposizione tra “premio” e “fame” che con un ragionamento articolato sulle filiere agroalimentari.
Eppure, proprio qui c’è il nodo serio che merita di essere discusso senza urlare, perché la cucina italiana non è solo un patrimonio emotivo, ma una filiera reale che vive di agricoltori, trasformatori, logistica, ristorazione e export.
Quando si parla di “marchio Italia” e di imitazioni nel mondo si tocca un nervo economico autentico, perché i prodotti che imitano nomi, colori e suoni italiani sottraggono valore a chi produce davvero in Italia.
Un riconoscimento culturale non è automaticamente uno “scudo legale”, perché la tutela del nome e dell’origine passa soprattutto da norme commerciali, accordi, consorzi e controlli, ma è indubbio che la reputazione internazionale aiuti.
Aiuta perché crea un contesto in cui raccontare l’autenticità è più facile, e in cui l’Italia può presentarsi non come somma di prodotti, ma come sistema di saperi.

Questo è un beneficio lento, non immediato, ed è per questo che la polemica sulle “verze” prende subito, mentre l’effetto reputazionale richiede pazienza e dati.
La disputa, però, non riguarda solo Bersani o Meloni, riguarda una domanda più ampia: come si misura l’utilità di un fatto simbolico in un Paese che vive un disagio materiale diffuso.
La politica tende a rispondere dicendo che simboli e materiale si alimentano a vicenda, perché il simbolo rafforza il brand e il brand genera valore, lavoro e quindi benessere.
L’opposizione tende a rispondere che il simbolo rischia di diventare una coperta comunicativa, utile a coprire crepe che restano aperte nei salari, nelle bollette, nelle prospettive dei giovani.
Entrambe le risposte contengono una parte di verità, e proprio per questo la tv sceglie di non farle convivere, perché la convivenza è noiosa, mentre lo scontro è monetizzabile.
Quando la narrazione online descrive “lo studio nel caos” e “la sinistra che trema”, sta parlando meno di ciò che è accaduto davvero e più dell’effetto desiderato sul pubblico: la sensazione di aver assistito a uno smascheramento.
Lo smascheramento è una categoria emotiva potentissima, perché promette al pubblico una cosa che oggi vale moltissimo: sentirsi meno ingannato.
Dire “ti hanno manipolato” è un modo per creare appartenenza immediata, perché offre un nemico comune e una chiave di lettura unica per eventi complessi.
Il rischio è che la chiave diventi una serratura che chiude tutto, perché se ogni critica è “delegittimazione” e ogni ironia è “odio di classe”, allora non resta più spazio per la discussione legittima.
E se ogni successo è “propaganda” e ogni celebrazione è “distrazione”, allora non resta più spazio nemmeno per l’orgoglio collettivo.
In mezzo, come spesso accade, c’è un pubblico che non vuole essere trattato né come un coro da applaudire né come un branco da rieducare, ma come un insieme di cittadini capaci di tenere insieme due pensieri.
Il primo pensiero è “questa è una bella notizia”, perché riconoscere una tradizione significa riconoscere le persone che la tengono viva.
Il secondo pensiero è “non basta”, perché una bella notizia non paga il mutuo, non abbassa la bolletta e non aumenta automaticamente lo stipendio.
Quando Meloni, nei racconti che circolano, “smaschera il trucco”, ciò che in realtà fa, o che i suoi sostenitori vogliono farle fare, è rifiutare la cornice dell’opposizione e imporne un’altra.
La cornice alternativa è “non contrapporre orgoglio e problemi”, perché contrapporli significa togliere al Paese anche ciò che funziona, e un Paese che non riconosce ciò che funziona diventa più fragile.
Questa è una tesi politicamente sensata, ma deve reggersi su un fatto molto concreto: che il governo sappia trasformare reputazione e valorizzazione in politiche che proteggano davvero le filiere e migliorino la vita di chi lavora.
Se quella trasformazione non avviene, allora la critica sulle “verze” torna a mordere, perché la gente non discute di UNESCO al supermercato, discute di prezzi.

Il punto più utile, allora, non è decidere se Bersani abbia “insultato” l’Italia o se Meloni abbia “domato” lo studio, ma riconoscere il meccanismo che si ripete sempre.
Il meccanismo è che un evento simbolico viene usato come leva per un conflitto identitario, e quell’identità viene venduta al pubblico come verità totale.
In quel momento la politica smette di essere una disputa su scelte e diventa una disputa su chi sei, e quando la disputa riguarda chi sei, ogni frase sembra una bomba.
La cucina italiana, intanto, resta lì dove è sempre stata: nelle mani di chi coltiva, alleva, impasta, cuoce, serve e insegna, spesso senza telecamere e senza applausi.
Ed è proprio questa distanza tra lavoro reale e rappresentazione televisiva che rende lo scontro così frustrante, perché il lavoro reale chiede continuità, mentre la rappresentazione vive di istanti.
Se c’è una lezione da portare a casa da questa storia non è che “i talk show mentono” o che “l’opposizione odia il Paese”, ma che i talk show semplificano per mestiere e la politica sfrutta la semplificazione per sopravvivere.
Chi guarda può scegliere di farsi trascinare dalla scena, oppure può fare una cosa più sovversiva di qualsiasi slogan: separare il valore culturale di un riconoscimento dalla battaglia quotidiana tra governo e opposizione.
Perché un Paese adulto non ha bisogno di trasformare ogni notizia in un plebiscito, ha bisogno di saper festeggiare senza addormentarsi e di saper criticare senza distruggere.
E se davvero lo studio “si ferma” e “tutto esplode”, la parte più importante non è l’esplosione, ma ciò che resta quando il rumore si spegne: i prezzi, i salari, le filiere, la reputazione e la capacità di non farci raccontare la realtà come se fosse sempre e solo una guerra tra tribù.
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