C’è un momento, nella politica italiana, in cui la scena smette di essere semplice confronto e diventa radiografia brutale dei rapporti di forza.
È il momento in cui un attacco pensato per colpire la maggioranza finisce per spaccare l’opposizione davanti agli occhi di tutti.
Ed è proprio questa la sensazione che ha attraversato il dibattito esploso attorno alle parole di Elly Schlein contro il governo di Giorgia Meloni e alla controreplica, arrivata non dai banchi della maggioranza, ma da Carlo Calenda.
Non serve nemmeno discutere se sia stato “spettacolo” o “sostanza”, perché in Italia lo spettacolo è spesso il modo in cui la sostanza si rivela.
La scena, raccontata come un terremoto politico, mostra una dinamica che da mesi lavora sotto traccia: l’opposizione non è solo plurale, è competitiva.

E quando la competizione interna diventa più forte dell’avversario esterno, il campo si restringe, le parole si induriscono e l’idea stessa di un fronte comune comincia a sembrare un miraggio.
Schlein entra nel confronto con un registro che le appartiene e che, nel Partito Democratico, è diventato anche una promessa identitaria.
L’accusa al governo è netta e costruita per colpire nodi sensibili: l’isolamento dell’Italia in Europa, l’indebolimento della sanità pubblica, l’abbandono delle fasce più vulnerabili, la scarsa attenzione per ambiente e diritti.
È una postura che mira a mobilitare l’elettorato progressista e a definire la battaglia come scontro morale oltre che politico.
In questa impostazione la maggioranza non viene soltanto criticata, ma descritta come pericolosa per l’equilibrio sociale, e quindi da fermare con urgenza.
Il problema, però, è che l’urgenza non basta se l’opposizione non appare credibile come alternativa di governo.
Qui entra Calenda, che da tempo ha scelto un posizionamento singolare: stare all’opposizione senza farsi adottare dall’opposizione.
Il suo intervento, per come viene percepito dal pubblico, è il colpo di scena perché rompe un tacito accordo scenico.
Di solito l’opposizione si concede divergenze, ma evita di smontarsi a vicenda nel momento in cui l’attacco al governo è in corso.
Calenda invece fa l’operazione opposta: lascia intatta la distanza dalla destra, ma colpisce la narrazione del PD, definendola scollegata dalla realtà.
È un gesto politico prima ancora che comunicativo, perché manda un messaggio: la battaglia non è solo contro Meloni, è anche per la leadership del fronte anti-Meloni.
L’effetto è di quelli che in televisione diventano immediatamente “epici”, perché il pubblico sente che non è un botta e risposta, ma una disputa sul futuro dell’opposizione.
La prima frattura che Calenda porta in primo piano riguarda la politica estera.
Nel racconto del confronto, il leader di Azione sostiene che Meloni, su quel terreno, abbia mostrato una linea più solida di quanto molti si aspettassero, mantenendo i rapporti con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea dentro una cornice prevedibile.
È un’osservazione che, detta da un oppositore, ha un peso particolare, perché sottrae alla maggioranza una parte del bersaglio più comodo.
Se l’opposizione vuole descrivere un governo come isolazionista e disastroso, ma un pezzo di opposizione dice che almeno la rotta internazionale è stabile, la critica si complica.
E quando la critica si complica, la comunicazione deve diventare più precisa, cioè più faticosa, cioè meno “viralizzabile”.
Calenda, sempre secondo la ricostruzione circolata, affonda anche sul tema ucraino, accusando la sinistra di ondivaghezza e di messaggi non univoci.
Qui il punto non è solo la posizione in sé, ma la capacità di apparire coerenti su un dossier che per l’opinione pubblica è diventato un test di affidabilità.
In Italia il dibattito sull’Ucraina ha prodotto una frattura trasversale, e chiunque cerchi di guidare una coalizione deve mettere in conto che ogni ambiguità viene usata contro di lui.
La seconda frattura è economica, ed è probabilmente la più esplosiva perché tocca la paura storica del Paese: l’instabilità finanziaria.
Calenda sostiene che il governo stia sostanzialmente proseguendo, almeno in parte, una linea di continuità con l’impostazione di rigore e credibilità europea associata agli anni recenti.
Poi attacca le proposte attribuite al PD come irrealistiche, arrivando a evocare scenari drammatici come un possibile default accelerato.
Che questa previsione sia iperbole o convinzione, la funzione politica è chiara: presentare Schlein come pericolosa per i conti pubblici, e quindi indigesta per moderati, imprese e ceto produttivo.
È l’argomento più classico con cui si tenta di confinare la sinistra in un recinto ideologico: siete bravi a denunciare, ma non siete affidabili a governare.
Schlein, dal canto suo, incarna una scelta diversa, quasi opposta: accettare lo scontro sul terreno dei valori e della redistribuzione, anche a costo di irritare la parte più centrista dell’elettorato.
Perché il calcolo implicito è che senza un’identità riconoscibile il PD non riconquista entusiasmo e si limita a sopravvivere.
Il problema è che, nel mezzo, c’è un elettorato che non si muove solo per entusiasmo, ma anche per percezione di competenza e sicurezza.
E Calenda punta esattamente lì, tentando di posizionarsi come garante della “serietà”, parola che in Italia pesa come un mattone.
Il dibattito si accende ancora di più quando si entra nel territorio che più divide i progressisti contemporanei: industria e transizione ecologica.
Nel racconto, Schlein spinge per un’accelerazione forte verso l’abbandono delle fonti fossili, con una retorica che enfatizza la necessità morale e storica di cambiare modello.
Calenda risponde con la sua cifra comunicativa preferita: chiamare in causa il pragmatismo, la fisica, i vincoli tecnologici, il rischio di colpire l’industria europea proprio mentre altri blocchi geopolitici corrono.
Qui la frattura non è un dettaglio programmatico, ma una diversa idea di progresso.
Per Schlein il progresso è una svolta rapida che corregge le ingiustizie ambientali e sociali insieme, spostando risorse e priorità.
Per Calenda il progresso è una traiettoria compatibile con la struttura produttiva, che non scarichi i costi sui lavoratori e non regali vantaggi competitivi ai concorrenti globali.
Quando Calenda parla di auto elettriche come simbolo di una politica “da élite”, sta cercando di aprire una ferita politica molto italiana: la distanza tra linguaggio dei ceti urbani istruiti e vita quotidiana delle famiglie che faticano.
È un attacco che non riguarda solo l’ecologia, ma l’identità sociale del PD e la sua capacità di rappresentare chi lavora in fabbrica, chi vive fuori dalle grandi città, chi sente la transizione come una minaccia.

È anche qui che la parola “classista”, usata come accusa, diventa una clava, perché rovescia la tradizionale autorappresentazione progressista.
Se la sinistra viene raccontata come moralmente superiore ma materialmente disinteressata agli effetti concreti, perde una delle sue leve storiche.
Il tema del nucleare, poi, entra come accelerante perché obbliga a una scelta di campo tra paure storiche e nuove esigenze energetiche.
Calenda descrive l’ostilità al nucleare come ideologica e la collega alla dipendenza dal gas, trasformando il dibattito energetico in una questione di sovranità e sicurezza.
Schlein, invece, in questa ricostruzione, appare più attenta alla dimensione ambientale e alla cautela verso soluzioni percepite come rischiose o lente.
La sostanza è che su energia e industria l’opposizione non ha una sintesi, e senza sintesi è difficile offrire un’alternativa di governo che non sembri un collage.
Poi arriva la frase che, nel racconto, segna il punto di non ritorno, quella in cui Calenda sostiene che Schlein non sarebbe un’alternativa credibile a Meloni e, anzi, finirebbe per esserle utile.
L’immagine della “polizza vita” è politicamente devastante perché non critica una proposta, ma la funzione stessa della leadership avversaria.
È come dire: non solo sbagli, ma servi al nemico.
In politica questa è una delle accuse più tossiche, perché trasforma il dissenso in sospetto e spinge gli alleati potenziali a prendere le distanze per non essere trascinati nel discredito.
Calenda costruisce così una tesi che ha una logica elettorale riconoscibile: se il PD appare troppo radicale, i moderati fuggono verso la destra o verso l’astensione, e la destra governa più a lungo.
È una tesi che suona plausibile a una parte del pubblico, soprattutto a chi pensa che le elezioni si vincano sempre al centro.
Ma è anche una tesi che irrita chi vede nel “centro a tutti i costi” la ragione per cui il centrosinistra si è spesso reso indistinguibile e quindi meno mobilitante.
Questa è la guerra culturale dentro l’opposizione: governabilità contro identità, moderazione contro spinta, gestione contro rottura.
Quando il confronto degenera fino al gesto simbolico dell’abbandono dello studio, che nel racconto viene presentato come plateale, la politica diventa teatro nel senso più puro.
Uscire significa dire che non c’è più trattativa, che il “campo largo” non è un cantiere ma un cimitero, che ogni ipotesi di alleanza è vista come un costo e non come un investimento.
Ed è qui che la scena assume un valore che va oltre i due protagonisti.
Perché l’Italia, con un’opposizione frammentata, rende più facile la vita a qualsiasi governo, non solo a questo governo.
Una maggioranza può sbagliare, ma se l’alternativa appare litigiosa o inconcludente, l’elettore tende a scegliere la stabilità, anche quando non è entusiasta.
Il rischio, allora, non è soltanto che Meloni governi “in discesa”, come suggerisce l’interpretazione più pessimista.
Il rischio è che il sistema politico si irrigidisca, con ruoli già assegnati, e che l’opposizione perda la capacità di imporre agenda, di negoziare, di costruire consenso su riforme decisive.
In questo senso la replica di Calenda, definita “epica” dalla narrazione, cambia davvero le regole del gioco non perché riveli una verità assoluta, ma perché sposta il baricentro del conflitto.
Non è più solo Meloni contro Schlein, ma Schlein contro Calenda, cioè due idee incompatibili di opposizione.
E quando l’opposizione combatte sul modello di opposizione, la maggioranza osserva e incassa.
Per Schlein la sfida adesso è doppia: mantenere una linea identitaria senza farsi isolare e, nello stesso tempo, costruire un’immagine di credibilità economica e industriale che parli anche a chi non è già convinto.
Per Calenda la sfida è altrettanto rischiosa: dimostrare che la sua critica non è solo una postura di distinzione, ma un progetto capace di tradursi in numeri elettorali e non soltanto in clip virali.
Il punto politico finale, al di là dei toni, è che il “campo largo” non muore per una frase, ma per l’assenza di un patto minimo su estera, energia, industria e conti pubblici.
Se quel patto non esiste, ogni elezione diventa un regolamento di conti interno, e ogni dibattito pubblico diventa una prova di forza tra potenziali alleati.
L’immagine di una Schlein rimasta sola dopo l’uscita di Calenda, per quanto simbolica, riassume un sentimento più ampio: la solitudine non è solo di una leader, ma di un’idea di coalizione che non trova più la sua colla.
E quando la colla non c’è, la politica italiana torna alla sua forma più antica: una somma di identità che si definiscono anche contro chi dovrebbe essere vicino, mentre l’avversario ringrazia e va avanti.
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