Ci sono giorni in cui la geopolitica sembra un tavolo di scacchi, e altri in cui somiglia a un ring televisivo, dove la battuta giusta vale più di un dossier.
Il dibattito sulla Groenlandia, rilanciato a ondate da dichiarazioni americane e reazioni europee, è entrato in quella seconda categoria.
E in mezzo a titoli, talk show e clip virali, Maria Luisa Hawkins è diventata, per un pubblico crescente, la voce che “dice quello che gli altri non dicono”, con una narrazione che punta dritta al bersaglio più comodo e più esplosivo: l’ipocrisia dell’Europa, incarnata nella figura di Emmanuel Macron.
Il punto non è solo cosa pensa Hawkins della strategia americana, ma come costruisce il racconto.
Perché la sua “demolizione” in diretta, così come viene descritta e condivisa online, non si fonda su un singolo documento rivelato, bensì su una tecnica retorica precisa: mettere in contraddizione l’indignazione pubblica e la convenienza privata.
È una tecnica che funziona sempre, perché l’opinione pubblica perdona molti errori, ma difficilmente perdona il doppio standard.

Nel racconto che sta circolando, l’innesco è la rinnovata attenzione americana per la Groenlandia, presentata non come capriccio, ma come necessità strategica.
Si parla di rotte artiche, risorse, sicurezza dell’Atlantico del Nord, e del timore che Russia e Cina aumentino la propria capacità di influenza in un’area destinata a diventare ancora più centrale.
Sono argomenti reali nel dibattito internazionale, anche se ogni proposta concreta, ogni ipotesi di “acquisizione” e ogni dettaglio negoziale andrebbe distinto con cura tra dichiarazioni politiche, posture comunicative e scenari realmente praticabili.
Hawkins, però, non si ferma alla cornice tecnica, perché il suo obiettivo non è spiegare l’Artico, ma smontare la recita occidentale.
La sua tesi, in sostanza, è che l’Europa si indigna a parole ma non costruisce una strategia, e che quindi lascia spazio a chi invece ragiona in termini di potenza e interessi.
È qui che entra Macron, trasformato nel simbolo perfetto di una contraddizione europea: difendere principi altissimi in conferenza stampa e poi agire, quando serve, con un pragmatismo che assomiglia molto a ciò che si condanna.
Nel linguaggio televisivo, questo è oro.
Non servono mappe, non servono numeri, basta una scena mentale semplice: Parigi accusa Washington di imperialismo e nello stesso tempo, dietro le quinte, cerca accomodamenti, intese, foto di famiglia e gestione dell’agenda.
Che queste ricostruzioni siano tutte precise, parziali o discusse è una questione che richiederebbe verifiche puntuali, perché nella viralità spesso si mescolano fatti, interpretazioni e iperboli.
Ma la forza mediatica di un’accusa non dipende solo dalla sua precisione, dipende dalla sua plausibilità emotiva.
E oggi, dopo anni di crisi, guerre, energia e sicurezza, l’idea che l’Europa reagisca “con sdegno” ma senza strumenti appare plausibile a molte persone, anche quando le istituzioni europee lavorano su dossier complessi che semplicemente non si prestano a slogan.
Hawkins colpisce proprio lì, nel divario tra il linguaggio della morale e il linguaggio del potere.
Quando dice, in sostanza, che “l’indignazione non è una strategia”, sta dicendo al pubblico che la politica estera non premia la purezza, ma la capacità di presidiare interessi e territori.
È un messaggio ruvido, ma molto contemporaneo, perché parla a un senso di stanchezza diffuso verso le liturgie europee, percepite come solenni e spesso inefficaci.
Da questo punto di vista, la Groenlandia diventa più di un’isola.
Diventa un test psicologico per l’Occidente, un luogo simbolico in cui si misura chi decide davvero, chi garantisce sicurezza, chi investe, chi controlla le infrastrutture, chi detta le regole.
E se qualcuno mette in scena l’Europa come spettatrice e l’America come regista, la narrazione scorre veloce senza bisogno di ulteriori prove, perché è una storia che molte persone sono pronte a credere.
Il bersaglio polemico, nella retorica di Hawkins, non è soltanto Macron come individuo, ma la Francia come tradizione di potenza.
Quando richiama, con ironia, il passato coloniale francese, l’operazione è chiarissima: togliere a Parigi la posizione morale da cui giudica gli altri.
È una mossa classica, perché non confuta l’argomento, confuta il diritto di pronunciarlo.

E infatti l’accusa implicita è: “se parli di imperialismo, devi fare i conti con la tua storia”, che è una frase che si presta benissimo ai social, perché è breve, tagliente e sembra chiudere la discussione.
In realtà non la chiude affatto, perché la storia non è un tribunale automatico, e perché le politiche di oggi non sono semplicemente la ripetizione di quelle di un secolo fa.
Ma nella comunicazione politica contemporanea ciò che conta non è chiudere il dossier, è vincere il frame.
Hawkins prova a vincerlo facendo apparire Macron come “più realista del re”, cioè come leader capace di indignarsi pubblicamente e, contemporaneamente, di inseguire la necessità di restare dentro il rapporto con Washington.
Questo punto, al netto delle battute, tocca una verità strutturale della politica europea: l’Europa è alleata degli Stati Uniti, ma compete anche con gli Stati Uniti, e in quella ambivalenza vive una parte della sua fragilità.
L’alleanza atlantica è un pilastro, ma è anche un vincolo, e ogni volta che Washington alza l’asticella, l’Europa deve decidere se alzare la propria o limitarsi a protestare.
Quando protesta e basta, appare debole.
Quando alza la propria, deve spendere risorse e accettare costi che spesso non riesce a spiegare ai suoi cittadini.
È qui che la polemica sulla Groenlandia, in realtà, racconta una storia più grande: la difficoltà europea di parlare di potenza senza vergognarsene.
Gli Stati Uniti parlano di interessi nazionali con una brutalità lessicale che l’Europa, per cultura e trauma storico, tende a evitare.
Ma evitare le parole non evita i problemi, e questo è il punto che Hawkins sfrutta con precisione chirurgica.
Se l’Artico diventa una scacchiera decisiva, chi lo presidia non lo fa per poesia, lo fa per sicurezza, risorse, rotte commerciali, tecnologia e deterrenza.
E quando Hawkins porta il discorso su “chi garantisce davvero”, costringe lo spettatore a una domanda scomoda: l’Europa è in grado di garantire da sola ciò che dice di voler difendere.
Se la risposta percepita è “no”, allora qualsiasi iniziativa americana, anche discutibile, appare come l’unica mossa possibile.
Se la risposta percepita è “sì”, allora l’Europa dovrebbe dimostrarlo con investimenti, presenza, capacità militari e diplomazia coerente, non con comunicati indignati.
In questo incastro, Macron diventa il bersaglio perfetto non perché sia l’unico leader europeo a muoversi tra principi e realismo, ma perché rappresenta l’ambizione di un’Europa “sovrana” e quindi viene giudicato con un metro più severo.
Chi promette autonomia viene attaccato quando si comporta da dipendente, e la politica mediatica vive proprio di queste contraddizioni.
La parte più delicata del racconto, però, è quando la polemica scivola verso dettagli sensazionalistici, come presunti accomodamenti di calendario o gesti simbolici pensati per compiacere Washington.
Qui il rischio è evidente: la narrazione può diventare più forte dei fatti, perché ciò che “suona vero” sui social non è sempre ciò che è vero nei documenti.
Eppure, paradossalmente, anche quando alcuni dettagli fossero esagerati o contestati, la struttura dell’accusa resterebbe potente, perché si regge su un sentimento diffuso: l’Europa appare spesso reattiva, non proattiva.
Hawkins, in diretta, non avrebbe bisogno di dimostrare ogni particolare per ottenere l’effetto principale, cioè mettere Macron davanti allo specchio della sua postura.
Lo specchio, in questo caso, riflette una domanda che imbarazza l’intero continente: siamo capaci di sostenere i nostri principi quando costano, o li difendiamo solo quando sono gratis.
È questo il cuore politico della vicenda, più della Groenlandia stessa.
Perché la Groenlandia è un pezzo di terra e ghiaccio con un valore strategico crescente, ma il vero territorio conteso, oggi, è la credibilità dell’Occidente.
Se gli Stati Uniti dicono “l’Europa non tutela abbastanza” e l’Europa risponde solo con indignazione, il mondo esterno ascolta e prende nota, perché il mondo esterno ragiona in termini di capacità, non di dichiarazioni.
Hawkins, mettendo il dito nella piaga, costringe l’Europa a un esercizio che spesso evita: parlare di forza senza scambiarla per aggressività.
E allo stesso tempo costringe la Francia a difendersi dall’accusa più tossica in politica: la doppiezza.
La doppiezza, infatti, non è semplicemente cambiare idea, che in politica può essere anche maturità.
La doppiezza è chiedere agli altri una purezza che non si applica a se stessi, ed è per questo che “l’ipocrisia” è una parola che brucia più di qualsiasi analisi.
Alla fine, la presunta “demolizione” di Macron non è un evento isolato, ma l’ennesimo episodio di una guerra narrativa tra due scuole di pensiero.
Da una parte, l’idea che la politica estera debba essere guidata da principi inviolabili, e che ogni scivolamento verso la logica di potenza sia una sconfitta morale.
Dall’altra, l’idea che senza potenza i principi restino carta, e che la morale non difesa diventi un invito all’aggressione da parte di chi la morale non la riconosce.
Hawkins si colloca chiaramente nella seconda linea, e usa Macron come bersaglio per dire all’Europa: non basta indignarsi, bisogna decidere cosa si è disposti a fare.
Che la si condivida o la si respinga, questa è una sfida reale, perché l’Artico, la competizione globale e le alleanze non aspettano i tempi lenti delle nostre autocertificazioni morali.
La domanda finale che resta sospesa, quindi, non è “chi ha vinto il duello in diretta”, perché quello è un gioco mediatico che dura una giornata.
La domanda vera è se l’Europa vuole essere soggetto strategico o spettatore indignato, e se i suoi leader, Macron compreso, sono pronti a pagare il prezzo politico di una scelta netta.
Perché nel mondo che arriva, l’ambiguità non è sempre diplomazia.
A volte è solo un modo elegante di rimandare la realtà.
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