Il silenzio nello studio non era naturale, non era il silenzio dell’attesa che precede l’ingresso di una rockstar o l’inizio di una finale.

Era un silenzio clinico, asettico, simile a quello di una sala operatoria prima che il chirurgo incida, o di un’aula di tribunale prima della lettura di una sentenza capitale.

Niente insegne luminose a distrarre, niente brusio benevolo del pubblico.

Solo due poltrone distanti, illuminate da un cerchio di luce bianca che tagliava l’oscurità come un bisturi.

Al centro, un tavolo di vetro quasi invisibile, che non offriva riparo né nascondigli, un altare trasparente su cui poggiavano verità scomode.

Da un lato, Mario Monti, l’ex presidente del Consiglio, senatore a vita, geometrico nella postura, grigio antracite impeccabile, cravatta blu spenta, mani sottili intrecciate sul grembo con una rilassatezza che sfiorava l’indifferenza.

Lo sguardo, filtrato da lenti leggere, non cercava l’interlocutrice, ma fissava un punto nel vuoto, forse l’orizzonte europeo che solo lui vedeva, forse i decimali di uno spread fantasma.

Dall’altro lato, Giorgia Meloni, opposta per energia e postura, seduta sul bordo, piedi piantati, muscoli del collo tesi, un completo chiaro che rifletteva la luce e ne faceva il fulcro cromatico della scena.

BOTTA E RISPOSTA TRA GIORGIA MELONI E MARIO MONTI SU ELON MUSK

Davanti a lei, nessun appunto disordinato, ma un tablet acceso e una pila ordinata di dossier istituzionali, copertine pulite, spine nel fianco.

I suoi occhi non cercavano orizzonti, erano due puntatori laser inchiodati sul profilo aquilino del senatore, a studiarne microespressioni, tic, respiri.

Una voce fuori campo, anonima e professionale, ruppe il silenzio invitando Monti a esporre le sue perplessità sulla rotta dell’Italia.

Monti attese un secondo, forse due, un tempo teatrale, perché i suoi ritmi non erano quelli febbrili della politica, ma quelli lenti e solenni delle istituzioni sovranazionali.

Vede, esordì con un tono pacato, quasi sussurrato, la questione non è meramente contabile, anche se i numeri di questo esecutivo destano allarme nelle cancellerie che contano.

La questione è ontologica, una questione di civiltà giuridica e politica.

Si voltò lentamente verso Meloni, concedendole uno sguardo che pareva da entomologo a un insetto rumoroso.

Lei, onorevole Meloni, rappresenta il trionfo di ciò che temevo quando, con spirito di servizio, accettai di guidare il paese fuori dalla tempesta.

Incarna una destra non conservatrice nel senso europeo, ma reazionaria, pulsionale, ostile alla complessità.

Sento parlare di premierato, di attacchi alla magistratura, di ridefinizioni dei poteri che somigliano a una democrazia plebiscitaria.

È il modello di Orbán, è la deriva di Visegrád, è l’idea che aver vinto autorizzi a possedere le istituzioni ignorando pesi e contrappesi, costituzione e vincoli europei.

L’Italia, disse aggiustando la cravatta con eleganza ottocentesca, si isola mentre noi lavoravamo per riportarla al centro del tavolo franco‑tedesco.

Lei parla alla pancia del paese, e questo è facile: promettere, largire bonus, condonare, strizzare l’occhio a chi rifiuta le regole.

Governare richiede sobrietà, il coraggio di essere impopolari oggi per salvare il domani.

Temo che lei stia dilapidando il capitale di credibilità costruito con fatica, drogando l’economia con deficit e propaganda.

Quando finirà la droga, finirà presto, il risveglio sarà traumatico, e toccherà a una riserva della Repubblica venire a pulire il disordine del populismo.

Terminò come un giudice che legge una condanna già scritta, trattando la premier non come pari, ma come incidente della storia tra due governi tecnici.

Meloni rimase immobile, il respiro profondo, la calma che precede l’esplosione.

Non sorrise, si sporse, e la voce uscì bassa, vibrante, grave, riempiendo lo studio vuoto.

La ringrazio, senatore Monti, disse, le parole cortesi, il tono metallico.

La ringrazio perché in tre minuti ha reso alla verità un servizio che nessun comizio avrebbe potuto eguagliare.

Ha tolto la maschera e mostrato agli italiani, nella sua cristallina arroganza, cosa pensa l’élite che lei rappresenta.

Ha parlato di spirito di servizio, di sobrietà, di educare il popolo.

Ma non ha capito una cosa: lei non è qui per darmi i voti, lei non è il professore, e io non sono la scolara discola.

Io sono il presidente del Consiglio scelto da milioni di italiani con una croce su una scheda.

Lei fu scelto da un telegramma della Banca Centrale Europea e imposto da un palazzo che temeva il voto.

Meloni aprì il primo dossier, il rumore della carta sul vetro suonò come uno sparo.

Parliamo di credibilità, ha l’audacia di farci lezione dopo dodici anni.

Numeri, senatore, non opinioni: quelli che restano incisi sulla pelle viva dell’economia.

Novembre 2011, entrata a Palazzo Chigi, loden per lo spread, competenti al posto della politica.

Risultato della sua competenza: nel 2012 il PIL crolla di quasi il 3%, ricchezza evaporata per centinaia di miliardi in dodici mesi.

Non avete curato il malato, lo avete ammazzato per far scendere la febbre.

Monti mosse appena il capo, fastidio da ragionamento fallace.

Provò a dire “contesto internazionale”, ma Meloni alzò la mano.

Non mi interrompa, ha parlato indisturbato, ora ascolti.

Lei parla di contesto, ma il contesto eravate voi.

Ha introdotto l’IMU, la tassa più odiata e recessiva, ha messo le mani nelle tasche non per gli sprechi, ma sulla casa, rifugio sacro per le famiglie.

Disse che serviva per abbassare il debito.

Indovini: sotto il suo governo il debito salì, dal 116 al 123% in un anno.

Avete tassato tutto ciò che respirava, bloccato i consumi, chiuso migliaia di piccole imprese.

Il debito salì perché avete distrutto il denominatore: la crescita.

Meloni si alzò, iniziò a camminare come un avvocato in ringa finale.

Lei parla di deriva plebiscitaria perché voglio governi scelti dal popolo.

Io chiamo deriva un governo che, in nome della sobrietà, esonda di lacrime e sangue senza versarne una propria.

Si ricorda la riforma delle pensioni, l’errore di calcolo che un ragioniere al primo anno non avrebbe fatto.

Gli esodati, 350 mila persone senza stipendio e senza pensione.

Avete chiamato “Salva Italia” ciò che salvava i conti delle banche tedesche, socializzando perdite e privatizzando la disperazione.

Monti mantenne posa ieratica, ma le dita strinsero il bracciolo, il pallore più accentuato.

Semplifica in modo volgare, disse, senza rigore saremmo Grecia, senza soldi per stipendi e sanità.

La Grecia, esplose Meloni, ecco il vostro spauracchio.

Le vostre ricette hanno portato la Grecia alla fame e l’Italia a una stagnazione decennale.

Chiama sobrietà il crollo dei consumi interni del 4%, chiama credibilità internazionale andare a Bruxelles col cappello in mano.

Io chiamo credibilità difendere l’interesse nazionale a testa alta.

Ci accusa di isolarci, forse dai salotti buoni dove si decide il destino dei popoli sorseggiando champagne mentre fuori si perde il lavoro.

Meglio isolata con il mio popolo che ben accetta nei club esclusivi.

Meloni abbassò la voce e divenne chirurgica.

Ha parlato di riserve della Repubblica, ha detto che teme dovranno tornare a pulire.

Ecco ciò che non digerisce: che l’Italia abbia smesso di essere una tecnocrazia commissariata.

Che a Palazzo Chigi ci sia una donna che non viene dai consigli d’amministrazione, non ha studiato alla Bocconi, ma conosce la vita reale meglio dei corridoi di Bruxelles.

Aspetta il fallimento come avvoltoio la carogna, per dire “ve l’avevo detto” e imporre ricette fallimentari.

Brutta notizia: quel tempo è finito.

Gli italiani ricordano il loden, l’IMU, la disperazione del 2012, e non permetteranno a nessuno di riportarli lì.

Meloni riordinò i fogli, gesto definitivo.

Monti la fissò per la prima volta, oltre il distacco, forse sorpresa, forse consapevolezza che l’autorità accademica non bastava più a proteggerlo.

Attese che l’eco si spegnesse, poi parlò più felpato, più insidioso.

Ha terminato il comizio, onorevole.

L’ho ascoltata con attenzione, cercando scintille da statista dietro la nebbia della retorica.

Si definisce donna di destra, conservatrice, eppure ha usato l’armamentario dell’estrema sinistra: banche cattive, poteri forti, finanza contro il popolo, l’elogio della spesa facile.

Lei parla come un sindacalista anni Settanta.

È il paradosso del suo governo: accusa me di distruggere l’economia, ma io ho salvato capitale e risparmio per tenere l’Italia nel libero mercato.

Lei, con l’ostilità ai vincoli di bilancio e al profitto, porta avanti istanze di estrema sinistra.

Il populismo è un ferro di cavallo: gli estremi si toccano.

La sua non è sovranità, è statalismo d’accatto, balia che protegge da tutto, anche dalla realtà.

La realtà presenta il conto, temo che lei non abbia il portafoglio per pagarlo.

Si fermò, lasciando che l’accusa di “sinistra” fluttuasse come veleno.

Illudere con pasti gratis è il danno, noi chiedemmo sacrifici equi per evitare la bancarotta.

Lei distribuisce mance a debito, ipotecando il futuro dei nipoti per comprare consenso.

Questa non è destra, è demagogia dozzinale.

Meloni non batté ciglio, ma la tensione mutò in concentrazione da predatore.

Scoppiò in una risata breve, di pancia, poi tornò seria.

Bellissimo, senatore, il capolavoro finale: l’uomo della patrimoniale sulla casa e dell’IVA più alta che viene a dare lezioni di destra liberale.

Mi accusa di argomenti di sinistra perché difendo i poveri che voi avete creato.

Afferrò il secondo dossier, il più spesso, e lo aprì.

Vuole giocare a etichette, giochiamo, ma guardiamo cosa la sua “destra liberale” ha fatto al tessuto produttivo.

Anno 2012: fallimenti aziendali a record storico, oltre dodicimila imprese chiuse.

Dodicimila storie, sogni, famiglie.

Perché.

Perché avete stretto il credito in una morsa mortale.

Credit crunch: banche chiudono i rubinetti alle aziende sane per comprare titoli di Stato, profitto facile garantito dalle vostre politiche.

Prosciugata la liquidità del sistema reale per innaffiare quello virtuale.

E chiama me statalista.

Io abbasso le tasse sul lavoro, voi le avete alzate su tutto.

È stato il più grande nemico dell’impresa privata che l’Italia ricordi.

Lei mi accusa di demagogia perché parlo dei cittadini.

La differenza tra destra sociale e tecnocrismo è questa: l’economia deve servire l’uomo, per lei l’uomo è una variabile sacrificabile.

Dice che sembro di sinistra, forse perché ha dimenticato il patriottismo: difendere la propria gente, non lo spread.

Se difendere un artigiano contro cartelle impazzite mi fa sindacalista, me ne vanto, perché quell’artigiano è l’Italia.

Monti tentò di intervenire: la demagogia non crea PIL, l’assistenzialismo non crea ricchezza.

Quale assistenzialismo, tuonò Meloni, siete voi che avete creato la necessità dell’assistenza.

Prima del vostro arrivo c’erano problemi, certo, ma c’era classe media e mobilità.

Avete distrutto la classe media, polarizzato la società: garantiti e grandi gruppi da un lato, dall’altro il novanta per cento impoverito e precario.

Trasformato un popolo di risparmiatori in debitori.

Ora viene a fare dottrina.

Lei non è destra né sinistra, è la categoria dei liquidatori.

Prese il tablet, scorse un grafico.

Parliamo d’Europa, visto che ci accusa di isolarci.

Si vanta di averci riportato al centro, ma a quale prezzo.

Fiscal Compact: obbligo di tagliare decine di miliardi l’anno per vent’anni, follia, condanna per l’economia.

Bail‑in bancario: conti correnti a rischio per salvare banche fallite.

Ancora liquidità al sistema virtuale, e accusa me di isolazionismo.

Io rinnegozio quelle follie firmate col sorriso sottomesso.

Monti si rimpicciolì nella poltrona bianca, l’imperturbabilità crepava.

Non era abituato a essere contraddetto con questa ferocia documentata.

Sempre circondato da convegni con domande concordate e aule dove il professore ha l’ultima parola.

Qui la luce impietosa rovesciava la narrazione della “responsabilità” contro il “caos”.

Vincoli europei, provò, sono garanzia per non diventare Argentina.

Capisco benissimo, incalzò Meloni.

C’è modo e modo di stare in Europa: Germania difende interessi fino all’ultimo bullone, Francia protegge aziende strategiche, e poi c’è stato il modo Monti.

Il modo del servo che anticipa i desideri del padrone per paura di essere sgridato.

Non ci ha ancorato, ci ha incatenato nella stiva.

Quando vado in Europa a battere i pugni non è populismo, è pretendere che l’Italia stia sul ponte di comando, o almeno al tavolo, non sotto a raccogliere briciole.

Chiuse il dossier, lo sguardo divenne freddo, chirurgico.

Mi ha accusato di essere primitiva, di pancia.

La pancia sente la fame, la testa nella torre non la sente.

Ha governato con la testa staccata dal corpo del paese.

Ha applicato formule a esseri umani.

Disse che il posto fisso è monotono, ai giovani senza mutuo.

Disse che i licenziamenti possono essere opportunità.

Parole come pietre.

Oggi, dodici anni dopo, viene a giudicare me.

Dovrebbe avere l’umiltà del silenzio.

Guardare i dati della disoccupazione giovanile che ci ha lasciato, oltre il quaranta per cento al Sud.

Chiedersi se la sua “scienza” non fosse ideologia macabra travestita da tecnica.

Monti provò ancora, ma la voce di Meloni occupava tutto lo spazio.

Ha avuto pieni poteri, Parlamento in ginocchio, giornali come coro, Europa come benedizione.

Ha fallito, lasciando un paese più povero, triste, arrabbiato, indebitato.

Se oggi l’Italia vota me, è per difendersi da quelli come lei.

Siamo la reazione immunitaria del corpo della nazione contro il virus della tecnocrazia.

Non malattia, ma cura.

La convalescenza è lunga, i danni alle ossa profondi, ma l’Italia guarirà, nonostante gufi, spread e lezioni a scoppio ritardato.

Il silenzio tornò, pesante come macerie fumanti.

Monti immobile, mani intrecciate, nocche bianche, la maschera del professore scivolata, rivelando un uomo politico condannato dalla realtà che tentò di piegare ai grafici.

Riprese, arroccato sulla profezia sventurata.

È abile, ammiro l’oratoria, ma l’oratoria non paga debiti.

Festeggia sul ponte del Titanic mentre l’orchestra suona.

Quando i mercati si sveglieranno, lo spread tornerà, stia certa, capirà che la mia austerità era scialuppa.

Vende illusioni di sovranità in mondo interdipendente.

Puliremo dopo di lei, come sempre, tecnici insultati per il lavoro sporco.

Esco a testa alta, lei dovrà spiegare perché ha sprecato l’occasione di tacere e imparare.

Meloni chiuse il tablet, spostò i dossier, liberò il tavolo, si sporse, mani incrociate.

Lo sguardo perse durezza, diventò pietà storica.

Vede, senatore, disse con calma confidenziale, è questo il punto che non capirà mai.

Lei parla di dovere, ma il dovere di un leader non è solo far quadrare i conti, è dare speranza.

Ha governato con la paura, tutta la sua narrazione, ieri come oggi, è terrore: attenti allo spread, attenti alla troika, attenti al fallimento.

Ha trattato l’Italia come un bambino da spaventare con l’uomo nero.

Noi siamo diversi, non governiamo con paura, ma con orgoglio.

Lei chiama illusione la voglia di riscatto, io la chiamo rinascita.

Aspetti pure lo spread, la vendetta personale contro chi ha osato sfidare i suoi dogmi.

Ma l’Italia non è più quella nazione impaurita e in ginocchio del 2011.

Abbiamo raddrizzato la schiena, le aziende che ha quasi ucciso hanno ripreso a correre, non grazie a lei, ma nonostante lei.

Gli italiani hanno ricominciato a credere che il loro destino si decida a Roma, nelle urne, non in un ufficio buio di Francoforte.

La storia non è ciclica, va avanti.

Ha emesso la sua sentenza sul montismo: parentesi grigia, inverno dello spirito, errore da non ripetere.

Nessuno rimpiange il loden, né la sobrietà stantia.

Il suo tempo è finito, è un reperto di un’era in cui si credeva che la tecnica potesse sostituire l’anima.

Ma l’anima non si ammette in un foglio Excel.

Si tenga le sue profezie, faccia la Cassandra dai banchi del Senato a vita, quel seggio che occupa senza voto.

Noi andremo avanti, faremo errori, ma saranno nostri, di un popolo libero.

Lei può tornare nei circoli esclusivi a lamentare l’ignoranza del popolo, noi restiamo tra la gente a costruire il futuro che voleva ipotecare.

Arrivederci, senatore, e stia tranquillo: il loden nella naftalina, non servirà più.

Meloni raccolse le carte, ignorò la mano esangue di Monti, che pareva abbozzare un saluto o una protesta.

Le luci si abbassarono, lasciando Monti solo nella poltrona bianca, figura statica e sbiadita.

La sagoma della premier uscì dal cono di luce con passo deciso.

Non servivano commenti finali né sentenze del conduttore: il contrasto visivo era la sentenza.

Da una parte un passato freddo e tecnocratico che svaniva nell’ombra, dall’altra una politica viva, imperfetta ma pulsante, che reclamava il centro della scena.

L’umiliazione non era negli insulti, ma nella dimostrazione plastica dell’irrilevanza storica a cui il professore era stato condannato dalla realtà stessa.

E i documenti, i numeri, le contraddizioni mostrati in diretta avevano trasformato l’attacco in boomerang, facendo crollare l’aura del tecnocrate davanti a un paese che, almeno per una sera, aveva scelto di credere ai fatti.

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