C’è un modo di raccontare la geopolitica che assomiglia a un trailer, con musica tesa, eroi in visore notturno e cattivi impacchettati come pacchi postali, ma la realtà, quasi sempre, è meno cinematografica e più inquietante.

Negli ultimi giorni circolano narrazioni iperboliche su operazioni “speciali”, arresti spettacolari e colpi di mano capaci di riscrivere il diritto internazionale in una notte, con l’Italia trascinata nel vortice tra alleanze e dipendenze.

È importante dirlo subito, per onestà intellettuale e per non trasformare l’ansia in cronaca: molte di queste ricostruzioni sono formulate come sceneggiature, insinuazioni o metafore, e non come fatti verificati.

Eppure, anche quando il racconto è esagerato o romanzato, può funzionare da sismografo, perché registra paure reali che attraversano l’opinione pubblica europea.

La paura principale è semplice da enunciare e difficilissima da governare: se le regole valgono solo quando conviene ai più forti, allora la sovranità diventa un abbonamento revocabile, non un diritto.

Dentro questa cornice si inserisce la figura di Massimo Cacciari, spesso evocato come voce severa e “fuori dal coro”, capace di tradurre l’attualità in una diagnosi sulla salute della civiltà politica europea.

Trump kêu gọi chiến tranh ở Ukraine: Meloni ngày càng xa rời Kiev về vấn đề vũ khí và các khoản vay từ châu Âu - Il Fatto Quotidiano

Quando Cacciari attacca l’idea che la forza sostituisca il diritto, sta indicando un nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo, cioè la distanza crescente tra i principi proclamati e le pratiche tollerate.

Non serve credere a un singolo retroscena per capire il punto: se la cultura strategica dominante premia l’efficacia immediata, il diritto rischia di diventare decorazione, e l’Europa rischia di scoprire di essere spettatrice del proprio destino.

Il nodo, per l’Italia, è che questa spettatorialità non è neutra, perché un Paese medio-grande, energivoro e industriale vive dentro vincoli di sicurezza e approvvigionamento che non può ignorare senza pagare un prezzo.

Qui entra in scena Giorgia Meloni, descritta da molti come leader “atlantista per necessità e sovranista per narrativa”, costretta a tenere insieme due platee che non coincidono sempre.

Da un lato c’è Washington, che resta l’architrave militare e tecnologico dell’Occidente, e dall’altro c’è Roma, dove la politica deve rispondere a salari stagnanti, bollette, filiere in difficoltà e un elettorato che chiede protezione.

In questo spazio stretto, ogni scelta estera viene letta come un test di autonomia, e ogni parola viene pesata come se fosse una confessione.

È qui che attecchisce l’idea, spesso lanciata con tono allusivo, di un “ricatto” o di una pressione personale esercitata da leader americani, come Donald Trump, su governi europei.

Ma parlare di “ricatto” senza prove significa trasformare la geopolitica in romanzo giudiziario, e la democrazia non guadagna nulla quando la critica scivola nella dietrologia permanente.

Quello che invece si può discutere seriamente, senza bisogno di insinuazioni, è la struttura delle dipendenze, perché la dipendenza non è un ricatto, è un rapporto asimmetrico che produce scelte obbligate anche senza minacce.

L’Italia dipende da cornici di sicurezza, catene di fornitura, mercati finanziari, tecnologie e flussi energetici, e queste dipendenze creano una forma di disciplina invisibile molto più potente di una telefonata “minacciosa”.

Quando un Paese dipende, non serve che qualcuno lo ricatti, perché basta che cambi il contesto per restringere le opzioni, e la politica si trova a vendere come “decisione” ciò che spesso è “adattamento”.

Cacciari, nel modo in cui viene citato e rilanciato, sembra voler strappare via proprio questa maschera, dicendo che l’Europa rischia di vivere sotto un diritto che non controlla e sotto una strategia che non decide.

Se questa diagnosi è vera anche solo in parte, allora la domanda non è “chi comanda”, ma “come si ricostruisce una capacità europea di incidere”, perché senza capacità non esiste libertà, esiste solo margine.

Il linguaggio che domina questi racconti, però, preferisce la drammatizzazione, perché dire “margine” non genera click, mentre dire “scelta pericolosa” accende immediatamente l’attenzione.

E così ogni tensione viene trasformata in un bivio morale, ogni alleanza in un sospetto, ogni prudenza diplomatica in un tradimento.

Il paradosso è che questo stile narrativo, mentre pretende di smascherare la propaganda, spesso finisce per riprodurne la logica, perché costruisce una verità totale che spiega tutto con una sola causa.

Nella versione più estrema, l’Italia diventerebbe una “colonia logistica”, l’Europa un “condominio in rovina”, e i leader nazionali personaggi costretti a recitare in una sceneggiatura scritta altrove.

È un’immagine potente, ma la potenza non è precisione, e la precisione è ciò che serve quando si parla di politica estera, perché gli errori lì costano più che nei talk show.

Se si vuole capire davvero il punto, bisogna tornare a ciò che il diritto internazionale dovrebbe fare: ridurre la violenza, stabilizzare le aspettative, trasformare il conflitto in negoziazione, e rendere prevedibile l’imprevedibile.

Quando la politica mondiale appare invece come un mercato immobiliare di territori, risorse e rotte, cresce la sensazione che le regole siano un lusso del tempo di pace.

E in Europa, dove la pace è stata a lungo data per scontata, questa sensazione genera panico culturale, perché mette in crisi l’idea stessa di progresso politico.

Dentro questo panico, l’Italia è particolarmente vulnerabile, perché non è un impero, non è autosufficiente, e non può permettersi rotture teatrali senza conseguenze sulla propria economia reale.

Meloni, dunque, non è “incastrata” solo tra due capitali, ma tra due verità: la verità della compatibilità internazionale e la verità della narrativa domestica.

La compatibilità internazionale richiede allineamenti, toni misurati, affidabilità e continuità, mentre la narrativa domestica richiede identità, orgoglio e l’idea di un controllo pieno.

Quando queste due verità divergono, il leader ha tre scelte: ammettere il vincolo, mascherare il vincolo, o provare lentamente a ridurre il vincolo investendo in capacità.

Ammettere il vincolo è onesto, ma spesso impopolare, perché suona come resa.

Mascherare il vincolo è politicamente comodo, ma corrosivo, perché genera cinismo quando i risultati non arrivano.

Ridurre il vincolo è la strada più difficile, perché richiede tempo, spesa, competenze e una classe dirigente capace di pensare oltre il ciclo elettorale.

Massimo Cacciari: "Trump đã đúng: Châu Âu là một thất bại" - Mở

Qui la critica “cacciariana”, al netto delle semplificazioni con cui viene usata in rete, può essere letta come un invito brutale a smettere di recitare e a tornare alla questione della potenza europea, che non è machismo, ma capacità di scelta.

Senza capacità industriale autonoma, senza energia gestibile, senza difesa credibile e senza peso tecnologico, la sovranità resta un discorso motivazionale, non un fatto.

Ed è in questo vuoto che prosperano le narrazioni sul “ricatto”, perché quando un Paese non riesce a spiegare i propri vincoli, la spiegazione viene sostituita da un colpevole.

Donald Trump, in particolare, è una figura perfetta per diventare quel colpevole simbolico, perché il suo stile comunicativo è brutale, transazionale e spesso apertamente mercantile.

Ma ridurre tutto a Trump rischia di nascondere il problema vero, che è strutturale e precedente: l’Europa si è abituata a delegare pezzi cruciali della propria sicurezza e della propria tecnologia, e ora paga il prezzo della delega.

In questa situazione, l’Italia può trovarsi davanti a scelte che sembrano “pericolose” non perché qualcuno la minacci, ma perché qualsiasi opzione comporta costi, e i costi diventano immediatamente politici.

Sostenere una linea dura può irritare partner commerciali, sostenere una linea morbida può irritare alleati strategici, e nel frattempo l’opinione pubblica chiede soluzioni immediate che la politica estera raramente può consegnare.

È anche per questo che la discussione italiana tende a scivolare nel teatro, con personaggi che urlano pace o sicurezza come se fossero pulsanti, mentre il mondo funziona più come un sistema di leve lente e attriti.

Il rischio maggiore, però, non è il disaccordo, perché il disaccordo è fisiologico, ma la perdita di linguaggio comune, cioè la trasformazione di ogni analisi in una gara di fedeltà tribale.

Quando ogni prudenza è “servilismo” e ogni alleanza è “sudditanza”, si impedisce la sola cosa utile che una democrazia può fare: discutere i trade-off in modo adulto.

Se c’è un “retroscena” davvero rilevante, allora, non è una conversazione segreta, ma un dato pubblico: il potere oggi si esercita sempre più attraverso infrastrutture, standard, tecnologia e finanza, e sempre meno attraverso dichiarazioni solenni.

Questo è il punto che rende credibile, sul piano emotivo, la metafora del “nuovo feudalesimo”, perché molti cittadini sentono che il proprio lavoro dipende da sistemi lontani e opachi.

La geopolitica, in questa prospettiva, non è una scacchiera romantica, ma la regolazione concreta di energia, dati, credito, filiere e sicurezza, cioè delle condizioni materiali della vita.

Per questo l’allarme sul diritto internazionale non è una questione da specialisti, perché quando le regole esterne si indeboliscono, anche le regole interne diventano più fragili, e la fiducia scende come una marea.

Meloni, come qualunque capo di governo italiano, può scegliere toni, alleanze e priorità, ma non può cambiare da sola la struttura del sistema, e la maturità politica sta nel dire quali vincoli si accettano e quali si vogliono ridurre.

Cacciari, con la sua durezza, costringe a guardare proprio lì, nel punto in cui la retorica patriottica incontra la realtà dei rapporti di forza.

Se la politica italiana userà questa lezione per costruire capacità, allora l’allarme sarà stato utile.

Se invece userà l’allarme solo per produrre indignazione, clip e appartenenze, allora avremo avuto l’ennesimo spettacolo perfetto che lascia tutto com’è, con più rabbia e meno lucidità.

Tra Washington e Roma non si apre solo una frattura diplomatica, ma una frattura di consapevolezza, perché l’Italia deve decidere se vuole essere solo reattiva o finalmente strategica.

E questa scelta, più di qualsiasi presunto retroscena, è davvero pericolosa, perché determina se resteremo spettatori del nostro futuro o autori, faticosi e imperfetti, di una linea indipendente che richiede coraggio, investimenti e una verità detta senza effetti speciali.

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