L’Aula è uno di quei luoghi in cui il rumore non è fatto solo di voci, ma di sottintesi.

Quando il tema è l’Ucraina, quel rumore diventa quasi fisico, perché la guerra, anche se lontana, entra nel lessico quotidiano e lo avvelena di paure.

Da settimane, nel dibattito pubblico, una domanda rimbalza come un colpo di tamburo: manderemo truppe italiane in Ucraina.

È la domanda che accende l’ansia e produce titoli, perché non riguarda un decreto o una riforma, ma l’idea stessa di confine tra prudenza e salto nel buio.

In questo clima, Giorgia Meloni sceglie una strategia precisa: non inseguire l’allarmismo, ma trasformare la paura in una questione di metodo.

La premier non si limita a dire “no”, o “non è previsto”, e nemmeno si rifugia nel linguaggio opaco dei comunicati.

Decide invece di mettere ordine nel caos con una parola che suona antica e moderna insieme: deterrenza.

La pronuncia come se fosse un perno, e infatti lo è, perché sposta immediatamente il confronto dal piano emotivo al piano concettuale.

Deterrenza, spiega, non è un’astrazione da addetti ai lavori, ma un principio che regge la pace quando la pace non è garantita dalla buona volontà.

E qui arriva il passaggio più curioso, quello che fa discutere non solo per il contenuto, ma per la forma: la lezione di latino.

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Meloni richiama l’etimologia, collega la parola al verbo “terrere”, e traduce tutto in una frase che ha l’ambizione di diventare definitiva: è la forza che costruisce la pace, non la debolezza.

Che piaccia o no, è una di quelle formule che funzionano in politica perché si lasciano ricordare, e perché danno al pubblico l’illusione di un criterio semplice in mezzo a una materia complicata.

Il punto, però, non è il latino, e neppure la brillantezza dell’aforisma.

Il punto è che così la premier si prende la cornice del dibattito e la porta dove vuole lei, cioè su un terreno in cui può apparire razionale e coerente.

Se la pace passa dalla deterrenza, allora sostenere l’Ucraina non è bellicismo, ma prevenzione.

E se sostenere l’Ucraina è prevenzione, allora chi invoca soluzioni vaghe rischia di essere dipinto come ingenuo o, peggio, complice involontario dell’aggressore.

È un gioco duro, ma è il gioco che la politica estera impone quando viene raccontata come scontro morale.

Meloni aggiunge anche un dettaglio che sembra minore e invece è decisivo: riconosce che avere una lettura diversa è legittimo, e che non si dovrebbe squalificare chi dissente come “filo-qualcuno”.

Questa concessione, apparentemente conciliatoria, ha una funzione precisa: si presenta come leader che non demonizza, mentre prepara il colpo successivo.

Perché il colpo successivo non è contro un’idea, ma contro un comportamento politico che lei definisce ambiguo.

Quando entra nella parte tecnica, la premier cambia tono e diventa quasi notarile.

Dice che, allo stato attuale, non c’è sul tavolo l’opzione dell’invio di truppe italiane, e distingue tra ipotesi, formule e architetture di garanzia.

Parla di una possibile “coalizione dei volenterosi” e soprattutto di un modello di garanzie di sicurezza “ispirato” all’Articolo 5 della NATO, il celebre meccanismo di difesa collettiva.

Il concetto che vuole far passare è lineare: si può garantire sicurezza senza avere per forza soldati sul terreno.

E per rendere quel concetto comprensibile usa un paragone implicito con il modello NATO stesso, ricordando che esistono Paesi protetti pur senza ospitare truppe straniere in modo permanente.

È un modo per rassicurare chi teme l’escalation e, allo stesso tempo, per apparire credibile agli occhi di chi teme l’opposto, cioè l’irrilevanza.

La deterrenza, in questa narrazione, non è l’immagine dei soldati in trincea, ma la previsione credibile di una risposta collettiva in caso di attacco.

Fin qui, la conferenza sarebbe potuta restare uno dei tanti momenti in cui un capo di governo prova a spegnere incendi mediatici con un linguaggio ordinato.

Ma la scena cambia quando Meloni decide di chiamare in causa il Partito Democratico.

Non lo fa come si fanno di solito i richiami all’opposizione, cioè con un generico “voi dite”, “voi fate”.

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Lo fa con una sfida procedurale, che in politica è spesso più letale di una battuta: se avete cambiato posizione, presentate una mozione in Parlamento e formalizzate la proposta.

La frase è costruita come un invito, ma suona come un ultimatum, perché obbliga l’interlocutore a scegliere tra due strade entrambe scomode.

La prima strada è la mozione, cioè l’assunzione pubblica di responsabilità su un tema che divide, spaventa e può diventare un boomerang elettorale.

La seconda strada è non presentarla, e quindi restare nel territorio più comodo del “si dice”, delle dichiarazioni a metà, delle interviste che non impegnano nessuno.

In quel momento la premier sposta l’opposizione dal campo della narrazione al campo della prova.

Non sta dicendo soltanto “io non mando truppe”, sta dicendo “se voi volete farlo, dovete metterci la firma”.

È questa la “domanda shock”, perché non riguarda l’Ucraina soltanto, riguarda la credibilità del PD come forza che pretende chiarezza dal governo ma, secondo Meloni, non la pratica su se stessa.

La tensione esplode proprio perché la politica italiana vive spesso di posizioni implicite, che consentono di parlare a pubblici diversi senza pagare il prezzo della coerenza.

Una mozione, invece, è un oggetto rigido, lascia traccia, costringe a contarsi.

Meloni lo sa e infatti subito dopo aggiunge un elemento che rende la sua posizione ancora più difficile da attaccare: la questione dell’efficacia.

Quante truppe dovremmo mandare per essere davvero credibili sul piano deterrente, chiede, quando dall’altra parte c’è un esercito numericamente enorme.

Qui la premier gioca una carta pragmatica, perché riduce il problema a una proporzione che il pubblico può intuire anche senza conoscere i dossier militari.

Il messaggio implicito è che l’invio di un contingente simbolico sarebbe più un gesto che una strategia, e i gesti, in guerra, possono costare più di quanto rendano.

È un modo per dire che non basta essere coraggiosi, bisogna essere utili, e che la propaganda bellica e la propaganda pacifista possono somigliarsi quando ignorano la realtà materiale.

A questo punto Meloni inserisce la rivendicazione più politica di tutte, quella che mira a trasformare la difesa in orgoglio nazionale.

Sostiene che nei documenti oggi discussi le garanzie di sicurezza per l’Ucraina vengono disegnate anche sulla base di una proposta italiana.

E aggiunge di aver ascoltato, per mesi, ironie e derisioni su quella proposta, come se fosse campata in aria.

La chiusura “evidentemente così campata in aria non era” è un colpo di narrativa, perché non ha bisogno di dimostrazione dettagliata per produrre un effetto: l’Italia derisa che diventa modello.

In quel momento la premier si presenta come leader che non solo resiste alle pressioni, ma anticipa il tempo e viene poi riconosciuta dai fatti.

È una costruzione identitaria potente, soprattutto in un Paese che soffre da anni il complesso di contare poco nelle grandi scelte internazionali.

La partita, però, resta interna, perché il bersaglio principale non è l’estero, è la sinistra italiana e la sua presunta oscillazione tra pacifismo di bandiera e tentazioni di durezza.

Meloni suggerisce che il PD avrebbe giocato “con la paura della guerra”, e poi, secondo la sua lettura, starebbe cambiando tono.

Che il PD stia davvero cambiando posizione o che si tratti di sfumature e sensibilità differenti è una questione politica che richiederebbe atti e dichiarazioni verificabili, non soltanto impressioni.

Ma nel linguaggio di una conferenza stampa, la percezione vale quanto il fatto, perché ciò che resta al pubblico è la scena di una leader che chiede chiarezza e costringe l’altro a esporsi.

È qui che la conferenza diventa uno spartiacque mediatico.

Non perché risolva il dilemma dell’Ucraina, ma perché sposta il conflitto su un piano che la premier controlla meglio: quello della coerenza e della procedura parlamentare.

Meloni non dice “voi siete guerrafondai” in modo diretto, e non dice “voi siete incoerenti” come slogan.

Dice invece “se è così, fatelo”, e in quella forma c’è tutto il veleno istituzionale della sfida.

Il risultato è un’Aula divisa non solo tra favorevoli e contrari a una linea, ma tra chi appare disposto a mettere nero su bianco e chi appare più prudente, o più indeciso, nel farlo.

La domanda tra propaganda e verità, in questa dinamica, diventa una lama a doppio taglio.

Perché propaganda può essere anche ridurre ogni ipotesi di garanzia a “truppe al fronte”, così come può essere propaganda vendere qualunque fermezza come “pace assicurata”.

E verità, quando si parla di sicurezza, è spesso un equilibrio fragile tra deterrenza credibile, capacità reale, consenso interno e sostenibilità nel tempo.

Meloni, con questa uscita, si mette nella posizione di chi dice “io ho una linea, ed è questa”, e chiama l’opposizione a fare lo stesso senza scorciatoie.

È una mossa che polarizza, perché costringe ciascuno a scegliere se vedere nella premier una figura di responsabilità o una figura che usa l’estero per mettere in difficoltà gli avversari interni.

Ma, politicamente, è anche una mossa che spiega bene il tempo in cui viviamo: la guerra produce paura, la paura produce narrazioni, e chi governa tenta di trasformare la narrazione in disciplina.

Alla fine, la frase che resta non è solo “niente truppe”, e non è solo “la forza costruisce la pace”.

La frase che resta è “presentate una mozione”, perché in quelle tre parole c’è il passaggio più duro: la richiesta di responsabilità formale.

E quando la responsabilità diventa formale, la politica smette di poter galleggiare sulle ambiguità.

È per questo che l’Aula “esplode”, anche senza urla, perché il colpo non è emotivo, è procedurale, ed è proprio la procedura, in democrazia, a separare le intenzioni dalle decisioni.

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