C’è un tipo di scena politica che funziona come una scatola cinese: sembra un dibattito sul merito, ma in realtà è una battaglia sul frame.
Il siparietto commentato in queste ore, nato da un passaggio televisivo e poi rilanciato con toni da “processo pubblico”, ha proprio questa struttura.
Non conta solo cosa si dice su Giorgia Meloni, su Fratelli d’Italia o sul Partito Democratico.
Conta soprattutto come si costruisce l’idea che un avversario sia “legittimo” o “non legittimo” a governare, e quali parole si scelgono per far scattare l’applauso automatico del proprio pubblico.
Dentro questa cornice, l’attacco attribuito a Laura Boldrini viene raccontato come un’operazione semplice: definire la destra “illiberale” e quindi inadeguata a guidare un Paese fondatore dell’Unione Europea.
Il contro-attacco, invece, viene presentato come una trappola: prendere quella parola, “illiberale”, e farla esplodere contro chi l’ha pronunciata, riducendola a slogan svuotato e contraddittorio.

È una dinamica classica della politica contemporanea, dove spesso la vittoria non è dimostrare di avere ragione, ma far sembrare l’altro ridicolo mentre parla.
Nel racconto circolato, infatti, la questione non parte dal “governerebbero bene o male”, che sarebbe una domanda politica normale.
Parte da una domanda più scivolosa, quasi istituzionale: “possono governare” anche se vincono.
È qui che si apre il cortocircuito, perché in una democrazia parlamentare la risposta corretta, di principio, è sempre la stessa: se ottieni la maggioranza necessaria, governi, punto.
Si può contestare un programma, si può combattere un’idea di Paese, si può denunciare un rischio politico, ma trasformare la legittimità elettorale in un “forse” è benzina gettata sul fuoco della sfiducia.
Ed è proprio questa benzina che, nel video commentato, viene usata per costruire la battuta più velenosa contro il PD: un partito che porta la parola “democratico” nel nome, ma che sembrerebbe mettere in discussione l’esito democratico se vince l’avversario.
Che Boldrini lo abbia inteso davvero in senso letterale o in senso politico-morale, nella logica dei media conta relativamente.
Conta l’effetto.
E l’effetto, in una clip, è sempre binario: o suona come una cautela, o suona come un veto.
Il passaggio successivo è ancora più interessante perché sposta lo scontro dal piano istituzionale al piano semantico.
Che cosa vuol dire “liberale” in Italia, oggi, in televisione, in campagna permanente.
Nella ricostruzione, la tesi di Boldrini sarebbe che una destra liberale non farebbe “barricate” sulla direttiva Bolkestein e non ostacolerebbe una riforma del catasto.
È una tesi che richiama due parole chiave che, da sole, accendono discussioni infinite: concorrenza e fisco.
La Bolkestein, nel discorso pubblico, viene spesso raccontata come la prova del nove dell’apertura dei mercati.
Da un lato c’è chi sostiene che senza gare e senza concorrenza le concessioni diventano rendite, e le rendite strangolano la modernizzazione.
Dall’altro c’è chi sostiene che applicarla in un certo modo significhi azzerare investimenti e regole pregresse, producendo un esproprio di fatto mascherato da liberalizzazione.
In quel punto la parola “liberale” non descrive più un’idea di libertà individuale e di stato di diritto.
Descrive una posizione su un settore specifico, e quindi diventa un’arma retorica, non una categoria filosofica.
Lo stesso vale per la riforma del catasto, che nella discussione politica italiana viene spesso trasformata in una scorciatoia narrativa.
Per alcuni è aggiornamento tecnico, trasparenza, allineamento a valori reali, strumento per politiche più razionali.

Per altri è l’anticamera di nuove tasse sulla casa, cioè la cosa che in Italia fa tremare più di una crisi di governo.
In un Paese dove la proprietà immobiliare è diffusa e vissuta come “salvagente” familiare, basta pronunciare la parola “catasto” perché metà pubblico senta “patrimoniale”, anche quando nessuno l’ha detta.
Ed è esattamente qui che, nella narrazione del commento pro-Meloni, la trappola si chiude.
Se tu definisci “illiberale” chi teme che una riforma tecnica si trasformi in aumento del prelievo, vieni accusato di usare il liberalismo come etichetta punitiva, non come principio.
Se tu definisci “illiberale” chi contesta un’applicazione della Bolkestein percepita come favorevole ai grandi gruppi, vieni accusato di confondere liberalizzazione con consegna del mercato ai più forti.
Il contro-frame è micidiale perché è intuitivo: “ci chiamate illiberali perché non vogliamo tasse e non vogliamo che lo Stato tolga a qualcuno ciò che ha costruito seguendo le regole che lo Stato stesso gli ha dato”.
Che questa ricostruzione sia completa o parziale, poco importa nel formato della polemica.
Nel formato della polemica, la domanda non è “qual è la soluzione migliore”, ma “chi sta dalla parte della gente normale”.
E la “gente normale”, nel racconto, è l’italiano che teme di pagare di più, che diffida delle grandi multinazionali, che non vuole sorprese sulla casa, e che sente la parola “liberale” come sinonimo di “lasciateci vivere”.
A quel punto la sinistra diventa, per definizione, quella che dà lezioni morali e chiede sacrifici, mentre la destra diventa quella che “protegge”.
È un meccanismo potente, perché parla alla pancia senza bisogno di mentire apertamente, basta scegliere il dettaglio che attiva la paura giusta.
Se poi si aggiunge il tema, evocato nel passaggio originale, dell’europeismo e dell’estremismo, la polarizzazione diventa totale.
Da una parte l’argomento identitario “noi siamo il fronte democratico europeo”.
Dall’altra l’argomento identitario “voi siete il partito che decide chi è degno di governare e chi no”.
Sono due narrazioni che non si incontrano mai, perché non stanno discutendo la stessa cosa.
Una parla di valori e collocazione internazionale.
L’altra parla di legittimità e di portafoglio.
Quando questi piani si sovrappongono in televisione, la politica smette di essere confronto e diventa teatro dell’indignazione.
Ed è in quel teatro che una premier come Meloni, molto efficace nella comunicazione oppositiva e nella battuta tagliente, può trasformare un attacco in un assist.
Non serve nemmeno che risponda davvero nel merito, le basta far sembrare l’accusa una caricatura.
Il punto centrale, però, è che questo tipo di scambio non “umilia” solo una persona.
Può umiliare un intero metodo di opposizione, quello basato sull’idea che l’avversario sia per definizione anomalo, pericoloso, e quindi da contenere più che da battere.
Quando l’opposizione appare intenta a delegittimare invece che a convincere, regala al governo un vantaggio enorme: l’aria di normalità.
Il governo può dire, implicitamente o esplicitamente, “vedete, loro non accettano il risultato, mentre noi governiamo”.
E in un’epoca di stanchezza democratica, la normalità è già consenso.
Questo non significa che non esistano questioni reali sull’orientamento culturale di una destra, sulle sue frequentazioni, sulle sue ambiguità, o sui suoi rapporti con pezzi di estremismo.
Significa che il modo in cui lo si dice decide se la critica passa o rimbalza.
Dire “siete illiberali” può essere una denuncia seria se accompagnata da esempi che parlano alla vita delle persone, come libertà individuali, diritti, pluralismo, garanzie.
Dire “siete illiberali” e poi farlo sembrare una disputa su catasto e concessioni, invece, rischia di suonare come un moralismo tecnico, e il moralismo tecnico in Italia muore in diretta.
Ecco perché questo episodio viene raccontato come “la narrazione del PD ridicolizzata”.

Perché il PD, spesso, prova a vincere la partita sul piano della superiorità morale e della complessità amministrativa, mentre la destra gioca sul piano della semplificazione e dell’identità.
Quando i due piani si scontrano, il pubblico non fa un seminario.
Fa una scelta istintiva: chi mi parla in modo comprensibile, chi sembra difendermi, chi non mi tratta da allievo.
Il risultato è il boomerang di cui parlano i commentatori: l’offensiva costruita per inchiodare Meloni su “illiberalismo” viene riscritta come prova di arroganza e di distanza dal Paese reale.
È una lezione di comunicazione politica più che un verdetto sul merito delle riforme.
Se l’opposizione vuole evitare che ogni critica diventi un assist al governo, deve imparare a distinguere tra delegittimazione e alternativa.
La delegittimazione mobilita i già convinti, ma raramente conquista gli indecisi.
L’alternativa, invece, richiede fatica: proporre, spiegare, e soprattutto accettare che l’avversario possa governare, per poi dimostrare che lo fa peggio.
In un’Italia che vive di clip e di frasi killer, sembra una strategia lenta.
Eppure è l’unica che non ti si ritorce contro quando l’avversario, freddo e allenato, ti lascia parlare e poi ti fa inciampare sulle tue stesse parole.
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