Ci sono storie politiche che sembrano cronaca e invece funzionano come specchi, perché riflettono paure, sfiducia e desiderio di un colpevole riconoscibile.

Il racconto che circola su Giorgia Meloni e su un presunto “segreto oscuro” dell’Unione Europea appartiene a questa categoria, perché è costruito come un thriller e consumato come una rivelazione.

Va detto subito, con chiarezza, che molte affermazioni presenti in questa narrazione sono accuse non dimostrate oppure interpretazioni presentate con il tono delle certezze.

Ed è proprio questa miscela, metà politica e metà romanzo, a renderla così contagiosa.

Hồ sơ của Meloni về Giải phóng: Phép màu kinh tế? Không phải do bà ấy tạo ra - Ildenaro.it

La scena iniziale è sempre la stessa, quasi cinematografica, con i flash dei fotografi, il sorriso controllato e la sensazione che “stia per succedere qualcosa”.

La protagonista viene dipinta come una leader che per anni avrebbe taciuto, accumulato prove e atteso il momento perfetto per colpire.

Il bersaglio, invece, è l’istituzione più facile da trasformare in antagonista assoluto: Bruxelles.

Nel racconto, l’Unione non è un sistema di trattati, compromessi e governi nazionali che litigano su tutto, ma un palazzo con una volontà unica, capace di punire e premiare.

È una semplificazione, ma è una semplificazione che funziona, perché riduce la complessità a un volto, e il volto a una colpa.

Per capire perché questo tipo di storia attecchisce, bisogna ricordare anche l’arco politico reale di Meloni, che da oppositrice ha criticato duramente l’Europa “dei vincoli” e da premier ha praticato spesso un pragmatismo istituzionale.

Questa trasformazione, inevitabile per chi governa, per alcuni è maturazione e per altri è tradimento.

La narrazione virale ribalta il giudizio e propone una terza via, ancora più seducente: non era conversione, era infiltrazione.

Secondo questo copione, i sorrisi nei palazzi europei non sarebbero stati diplomazia, ma mimetismo, e la moderazione non sarebbe stata responsabilità, ma strategia.

A livello emotivo è un’idea potentissima, perché offre ai delusi una consolazione elegante: non abbiamo perso, stiamo solo aspettando.

La storia poi inserisce un “punto di rottura” esterno, un evento simbolico che trasformerebbe il sospetto in certezza.

In molte versioni il punto di rottura coincide con una vicenda giudiziaria francese, letta non come fatto di tribunale ma come segnale di una guerra politica.

Qui la narrazione compie il salto più rischioso, perché suggerisce, senza prove pubbliche verificabili, un coordinamento occulto tra istituzioni europee e apparati nazionali.

È il passaggio in cui si smette di criticare la politica europea e si inizia a parlare di “lawfare” come macchina intenzionale di eliminazione degli avversari.

Un’accusa del genere, se fosse vera, sarebbe devastante per la democrazia.

Se fosse falsa o costruita, sarebbe devastante comunque, perché avvelenerebbe la fiducia nella giustizia e nella possibilità stessa di competere lealmente.

Nel racconto, Meloni osserva tutto e “capisce”, mentre gli altri fingono di non vedere o sarebbero parte del meccanismo.

È una struttura narrativa classica: l’eroe solitario, il sistema opaco, la verità proibita, l’ora della rivelazione.

Il tema della migrazione viene spesso usato come prova emotiva, perché è il campo in cui molti cittadini percepiscono l’Europa come lontana, lenta e moralista.

Qui il racconto si nutre di una frustrazione reale, cioè l’impressione che la solidarietà europea sia più dichiarata che praticata.

Ma la frustrazione reale non dimostra automaticamente un disegno segreto, e questo è il punto che la retorica tende a saltare.

The discrediting of von der Leyen is harming EU credibility

L’Unione Europea può essere inefficiente, contraddittoria o sbilanciata, senza essere necessariamente un “regime morbido” con una regia criminale.

Quando però le bollette salgono, i confini diventano tema quotidiano e la guerra in Ucraina dura più del previsto, la domanda collettiva cambia natura.

Non si chiede più soltanto “che cosa conviene”, ma “chi decide”, e questa domanda è l’inizio di tutte le narrazioni antisistema.

Il racconto insiste sul fatto che la Commissione non sia eletta direttamente, e anche questo è un detonatore emotivo, perché viene interpretato come assenza totale di controllo.

Nella realtà istituzionale europea esistono passaggi di nomina, voto e fiducia parlamentare, ma sono passaggi così tecnici da sembrare invisibili.

Ciò che è invisibile, nella politica contemporanea, viene percepito come sospetto.

La storia poi passa al capitolo più redditizio per qualsiasi sceneggiatura: i documenti “nascosti”, i dossier “chiusi a chiave”, le prove “pronte a esplodere”.

È una promessa narrativa perfetta, perché non deve dimostrare subito, deve solo evocare.

E quando un racconto evoca abbastanza bene, molti spettatori colmano i vuoti da soli, mettendoci dentro tutte le delusioni accumulate negli anni.

A quel punto Ursula von der Leyen diventa, nel linguaggio del thriller, la custode del sistema, il volto sorridente di una struttura che punisce chi devia.

È una personalizzazione estrema, che ignora quanto potere reale sia disperso tra Consiglio, governi nazionali, Parlamento europeo, banche centrali, mercati e alleanze militari.

Ma la personalizzazione è irresistibile, perché rende “punibile” ciò che altrimenti sarebbe solo complesso.

In alcune versioni, la narrazione recupera anche una frase attribuita alla leadership europea sulle “misure” disponibili contro i governi indisciplinati.

Quel tipo di frase, anche quando nasce come riferimento a strumenti previsti dai trattati sullo stato di diritto, diventa dinamite comunicativa se viene percepita come minaccia politica.

Il cittadino non ragiona per articoli e procedure, ragiona per sensazioni, e la sensazione è: “se voti male, ti puniscono”.

Ed è in questo spazio emotivo che la storia dell’infiltrazione diventa plausibile per chi già pensa che le elezioni contino meno dei mercati.

Poi arriva il colpo di scena finale, quello in cui Meloni, davanti a una platea immaginata come “Italia in piedi”, pronuncerebbe la frase che cambia tutto.

Secondo il racconto, rivelerebbe un coordinamento segreto, mostrerebbe registrazioni, produrrebbe memo, inchioderebbe il sistema.

È qui che la narrazione smette di essere analisi e diventa profezia, perché promette una prova totale che, nella realtà pubblica, non è stata resa disponibile in quei termini.

Il meccanismo psicologico è evidente: se la prova non arriva, è perché la censurano.

E se qualcuno contesta, è perché è parte del sistema.

Questo schema è perfetto per sopravvivere a qualsiasi smentita, perché trasforma ogni confutazione in ulteriore conferma.

Il problema, però, è che una democrazia non può vivere di schemi “a prova di smentita”, perché la democrazia è fatta di verifiche, contraddittorio e responsabilità dimostrabili.

Ciò non significa che l’Unione Europea sia immune da critiche, anzi.

Significa che la critica più efficace non è quella che inventa un mostro onnipotente, ma quella che illumina i punti reali di opacità, di conflitto d’interessi, di cattiva comunicazione e di deficit di legittimazione.

Sul piano dei fatti discutibili, esistono temi seri che hanno alimentato sfiducia, come la trasparenza di alcune negoziazioni, la gestione emergenziale di crisi consecutive e la difficoltà di spiegare scelte impopolari senza rifugiarsi nel tecnicismo.

Esiste anche il tema, tutto politico, del rapporto tra sovranità nazionale e vincoli condivisi, che non è una cospirazione ma un conflitto strutturale dentro l’integrazione europea.

Quando l’UE pretende unità, spesso lo fa tramite compromessi che scontentano tutti, e questo produce un paradosso: nessuno si sente davvero rappresentato, ma tutti si sentono vincolati.

In quel vuoto di rappresentanza percepita, la figura del leader nazionale torna centrale, perché è l’unica che la gente può “vedere” e punire alle elezioni.

La narrazione virale usa Meloni come avatar di una rivincita nazionale, e usa Bruxelles come avatar di un potere senza volto.

È una storia che funziona anche perché offre una trama morale semplice: popolo contro élite, autenticità contro ipocrisia, trasparenza contro segretezza.

Ma la politica europea, nella pratica, raramente è morale pura, perché è fatta di interessi legittimi che si scontrano, e di interessi illegittimi che a volte si nascondono meglio degli altri.

Quando si confondono interessi e complotti, si perde la capacità di distinguere l’errore dall’abuso e la cattiva politica dal reato.

E quando si perde questa distinzione, si finisce per credere che l’unica salvezza sia un atto salvifico, una “rivelazione” che faccia crollare tutto.

Le democrazie, invece, migliorano quasi sempre in modo meno spettacolare, attraverso regole più chiare, controlli più forti, accesso agli atti più semplice, media più rigorosi e cittadini più attenti.

Il successo di queste narrazioni dice comunque una verità che Bruxelles dovrebbe ascoltare senza fastidio.

Molti europei, non solo italiani, non percepiscono più l’Unione come promessa di benessere condiviso, ma come una macchina che chiede sacrifici spiegandoli male.

Quando una macchina chiede sacrifici e non sa raccontare il perché in modo umano, viene vissuta come ostile.

E quando viene vissuta come ostile, ogni inciampo diventa prova di malafede.

Il rischio più grande non è che qualcuno creda a un video in più, ma che si consolidi l’idea che la politica sia solo una guerra tra apparati, e che il voto sia un dettaglio decorativo.

Se questo cinismo vince, non perde Bruxelles, perde la possibilità stessa di costruire consenso democratico su qualsiasi scelta difficile, dalla difesa comune all’energia, dalla migrazione alla transizione industriale.

Per questo il punto non è stabilire se la storia sia “bella” o “convincente”, perché lo è, nel senso narrativo del termine.

Il punto è distinguere tra una critica legittima dell’UE, che riguarda trasparenza e accountability, e un racconto totalizzante che pretende di spiegare tutto con un’unica regia occulta.

Se Meloni vuole davvero mettere in discussione la traiettoria europea, ha strumenti politici chiari: alleanze, voto in Consiglio, iniziative in Parlamento, negoziati pubblici, e soprattutto risultati misurabili.

Se l’Europa vuole davvero recuperare fiducia, ha strumenti altrettanto chiari: processi decisionali più leggibili, comunicazione meno autoreferenziale, e una capacità maggiore di ammettere i propri fallimenti senza trattare ogni critica come eresia.

Tra il thriller e la realtà c’è una distanza che non va riempita con slogan, ma con fatti, perché le istituzioni si riformano con i fatti e si distruggono con le fantasie.

La “bugia gigantesca” di cui parlano queste narrazioni, spesso, non è un segreto firmato in una stanza buia.

È la promessa implicita che la complessità non esista, che tutto sia controllabile, che la politica sia pulita se solo si caccia un volto, e che la verità arrivi come un colpo di scena.

La verità, quasi sempre, è meno cinematografica e più faticosa: l’Unione è un cantiere incompleto, in cui il potere è abbastanza forte da incidere sulla vita quotidiana, ma ancora troppo confuso per essere percepito come pienamente responsabile.

Ed è proprio questa zona grigia, non un complotto perfetto, a far tremare davvero i palazzi del potere, perché la zona grigia è dove nasce la sfiducia che nessuna conferenza stampa riesce più a spegnere.

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