Mentre l’Italia osserva, la tensione sale.
Maurizio Landini non si limita più alle parole: l’azione sindacale diventa piattaforma politica, il vocabolario della piazza si trasforma in grammatica dell’ambizione e l’intervista-manifesto a Repubblica appare come il varco simbolico di un passaggio di fase.
Non è più soltanto conflitto col governo, ma competizione per lo spazio del potere.
Al centro c’è un concetto che pesa come un macigno: “economia di guerra”.
Non un aggettivo acceso, ma una scelta lessicale chirurgica, calcolata per spostare l’asse dalla contabilità alla paura, dai numeri alla mobilitazione emotiva, dal tavolo della contrattazione al tribunale dell’emergenza permanente.
In guerra non si discute, si obbedisce; in guerra l’eccezione diventa regola e chi nomina la guerra reclama implicitamente il ruolo di guida.
È su questa leva che Landini prova a sollevare il Paese.

Dice che l’esecutivo Meloni trascina l’Italia nel solco di una strategia internazionale che riarmo chiama e sacrificio pretende; evoca un’Europa costretta e un’America trumpiana che spinge, tra pressioni atlantiche e aggressioni russe.
Il risultato è una narrazione che polarizza, accende, divide.
Ed è qui che scatta l’accusa più delicata: lo sconfinamento.
La linea di confine tra rappresentanza sindacale e indirizzo politico-estero è sottile, ma reale; la Costituzione la scolpisce affidando al Quirinale la garanzia dell’unità nazionale, la ratifica dei trattati, la presidenza del Consiglio Supremo di Difesa.
Quando Landini allaccia salario e articolo 36 alla retorica dell’“economia di guerra”, la scossa risale inevitabilmente fino al Colle.
Non perché il presidente scelga una parte, ma perché la sua neutralità diventa oggetto implicito del discorso.
Ed è su questo crinale che molti, tra giuristi e costituzionalisti, alzano il sopracciglio: coinvolgere il garante negli scontri d’attualità significa spostare il sindacato fuori dal suo perimetro, trascinandolo nella contesa istituzionale.
Gli amici parlano di coraggio; i critici, di temerarietà che sconfina nell’imprudenza.
Landini – 5 milioni di iscritti rivendicati – non vuole più essere il megafono del disagio: ambisce a diventarne l’architetto.
L’isolamento nello sciopero generale, senza CISL e UIL, non è un incidente tattico, è una scelta identitaria.
Meglio guidare pochi ma granitici che barattare la radicalità con compromessi.
Ma la storia italiana è severa con i solisti: l’onda della purezza simbolica travolge spesso chi la cavalca, soprattutto quando i numeri dell’organizzazione non coincidono con i numeri dell’elettorato.
In Parlamento sussurrano che il segretario CGIL stia “tastando il terreno”.
Non solo nei capannoni e davanti ai cancelli, ma nei corridoi, nei salotti, nelle redazioni.
Saggiando reazioni, misurando consensi, appuntando nomi.
Si rievoca il fantasma del “nuovo Bertinotti”, la profezia sarcastica di Giampaolo Pansa sul “chiacchierone rosso” che occupa il vuoto lasciato dai partiti.
Allora come oggi: troppo politico per restare solo sindacalista, troppo esterno per diventare sistema.
Il parallelo non è un insulto, è un monito.
Il terreno scelto da Landini è sdrucciolevole perché accumula tre piani normalmente separati: rivendicazione salariale, critica macroeconomica, postura geopolitica.
Nel primo, la CGIL gioca in casa: salari stagnanti, inflazione percepita, contratti al palo, precarietà cronica.
Sul secondo, il sindacato alza il tiro: patrimoniale, spesa sociale, legge di bilancio “inadeguata”.
Sul terzo, la forzatura: “economia di guerra”, riarmo, NATO, dottrina trumpiana.
Questo trittico ridefinisce l’immagine pubblica del leader: non più mediatore-inflessibile, ma tribuno strategico, capace di raccontare un’Italia “sotto comando” a cui opporre un fronte sociale “sovrano”.
È efficace?
Nelle piazze sì, perché fornisce una trama semplice e calda.
Nelle istituzioni molto meno, perché poggia su un’equivalenza ruvida tra spending militare e militarizzazione sociale che ignora – o appiattisce – la specificità tecnica delle scelte di difesa, oggi legate a tecnologie, cyber, supply chain critiche e deterrenza integrata.
Qui sta il rischio di spaccare il Paese in due.
Da una parte chi legge nella retorica di Landini la legittima difesa dei ceti vulnerabili schiacciati dall’inflazione e dal caro-vita; dall’altra chi vi scorge l’innesco di un conflitto istituzionale, con il sindacato che si propone di fatto come governo ombra senza passare dai riti della rappresentanza politica.
Un “partito senza urne”, dicono i maliziosi, un “mandato surrettizio” che scavalca i partiti ma pretende l’obbedienza della massa.
Il nodo politico sta tutto nella parola mandato.
I 5 milioni di iscritti alla CGIL sono forza sociale e infrastruttura organizzativa, non automaticamente consenso elettorale.
Il Paese fluttuante – astensionisti, precari, partite IVA, giovani intermittenti – non si conquista con l’appartenenza, ma con risultati misurabili e dispositivi credibili.
E la tentazione di parlare “a nome” dei senza-rappresentanza si scontra con la domanda elementare: con quale programma, con quali alleanze, con quale responsabilità verso i vincoli europei e gli impegni di sicurezza?
In questo quadro, Giorgia Meloni gioca da front-runner istituzionale.
Non ha bisogno di inseguire Landini sul terreno emotivo; le basta ribadire il perimetro: collocazione euro-atlantica, difesa professionale, nessuna leva obbligatoria, priorità ai conti pubblici e ai ceti produttivi.
Il governo, se intelligente, non demonizzerà lo sciopero (regala martiri) né banalizzerà i salari (regala argomenti); proverà invece a scorporare le tre partite: tavoli su retribuzioni e cuneo, confronto duro ma tecnico sulla manovra, glaciale fermezza sull’indirizzo estero-difesa.
Separare è governare.
Accorpare è regalare il frame all’avversario.
E il Quirinale?
Resta la diga.
Non nel senso di un intervento, ma di una postura.
La sua neutralità attiva tutela l’architettura costituzionale proprio quando il linguaggio pubblico prova a piegarla.
Per questo la prudenza sul richiamo simbolico al Colle non è formalismo: è igiene democratica.
Nell’Italia della polarizzazione permanente, la tentazione di invocare l’arbitro è un corto circuito che logora l’arbitro e non rafforza il gioco.
Sul terreno sindacale, la scommessa solitaria della CGIL pesa.
Senza CISL e UIL, lo sciopero generale è insieme prova di forza e esposizione al rischio.
Se il Paese si ferma, Landini incassa leadership.
Se il Paese tira dritto, la compagnia si assottiglia e la strategia “pochi ma buoni” diventa “pochi e isolati”.
Nel mezzo, l’elettorato liquido osserva e giudica.
C’è, infine, la questione-stile.
Il tono tribuno funziona in piazza, ma per trasformarsi in credibilità di governo deve modulare: dire come, con chi, quando, a costo di cosa.
“Economia di guerra” è una sirena potente; “politica industriale, salari, produttività, partecipazione, contrattazione di secondo livello, innovazione e sicurezza” sono la prosa faticosa che cambia i salari.
Se il sindacato vuole attraversare il Rubicone, dovrà entrare nella prosa e portare numeri, non solo slogan.
Che cosa resta, dunque?
Tre scenari, uno snodo e una domanda.

Primo scenario: Landini resta leader sindacale duro e puro, usa l’iperbole come leva negoziale, ottiene tavoli, strappa risorse, arretra sul fronte istituzionale.
Secondo: Landini si ibrida, apre una “rete civica” para-politica, alimenta una pressione permanente che condiziona i partiti di opposizione e tenta la scalata culturale.
Terzo: Landini si espone, sfida apertamente la politica entrando in campo o costruendo una lista di rappresentanza sociale; vince l’attenzione, rischia l’entropia.
Lo snodo è il Quirinale come linea rossa: lambirlo rafforza per un giorno, indebolisce per anni.
La domanda è se l’Italia abbia bisogno di un sindacato che aspira a guidare o di un sindacato che costringe a governare meglio.
Ci sono stagioni in cui la radicalità apre strade e stagioni in cui chiude porte.
Questa, per come sono messi i conti, la geopolitica, le filiere e i salari, sembra una stagione in cui serve radicalità nei risultati più che nelle parole.
Se Landini trasformerà l’enfasi in ingegneria, la sua sfida diventerà fattore.
Se resterà sul registro dell’“economia di guerra”, rischia di regalare a Meloni la postura di garante delle istituzioni e di spaccare il Paese in due narrazioni speculari che si parlano addosso senza incontrarsi.
La sinistra ha già visto questo film e sa che l’epilogo raramente coincide con la sceneggiatura.
La politica, quando tenta il salto senza rete, scopre che la rete non è un ostacolo, ma l’unica cosa che ti salva quando atterri male.
Tra ambizione legittima e scontro istituzionale il margine è minimo: si chiama responsabilità.
È la misura che separa il tribuno dal leader.
E l’Italia, oggi, ha più bisogno del secondo che del primo.
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