Ci sono sedute parlamentari che scorrono via come un verbale amministrativo, e poi ci sono istanti che, pur nascendo in un’aula istituzionale, finiscono per vivere di luce propria sui social e nei notiziari.
Lo scontro tra Licia Ronzulli e Matteo Renzi, così come è stato raccontato e rilanciato in forma di clip e commenti, appartiene a questa seconda categoria, perché mette insieme regole, ego, tempi televisivi e quella strana alchimia per cui una frase diventa più importante dell’atto che l’ha preceduta.
Non è “solo politica”, come amano dire i narratori dell’era digitale, ma non è neppure soltanto “spettacolo”, perché in mezzo ci sono un regolamento, un ruolo di presidenza, il diritto di parola e la difficoltà concreta di far funzionare un’assemblea quando i protagonisti scelgono il registro del duello.
Il punto non è stabilire un vincitore assoluto, perché la politica non dovrebbe essere un tabellone da stadio, ma capire perché quel frammento abbia acceso così tanto l’attenzione e quale meccanismo istituzionale e comunicativo si sia innescato.
La scena, nella ricostruzione più diffusa, si apre con un clima già elettrico, quello tipico delle sedute in cui l’ordine dei lavori diventa pretesto per misurare rapporti di forza e nervi scoperti.

Ronzulli, in veste di presidente di turno, ha il compito meno glamour e più ingrato: garantire tempi, turni di parola, rispetto delle procedure e, soprattutto, quel minimo di disciplina senza cui l’aula smette di essere un luogo deliberativo e diventa una platea in competizione per il titolo del giorno dopo.
Renzi, dall’altra parte, ha un profilo politico che da anni si nutre di prontezza e di accelerazioni improvvise, perché la sua forza mediatica sta nel trasformare passaggi tecnici in messaggi più ampi, destinati a uscire dall’aula e a parlare a un pubblico che non segue i dettagli, ma percepisce il “tono”.
Quando la presidenza richiama all’ordine, in Senato, non è mai un gesto neutro, perché il richiamo è insieme atto regolamentare e segnale politico, ed è proprio in quell’ambiguità che spesso nascono le scintille.
Secondo la narrazione che ha fatto il giro della rete, la miccia si accende con una frase che ha una storia alle spalle e che, proprio per questo, funziona come un colpo di teatro: “Stia sereno”.
È una formula breve, immediata, e soprattutto carica di memoria politica, perché richiama un lessico entrato da tempo nel repertorio italiano, e usarlo contro chi lo ha reso celebre significa fare leva su un’ironia che il pubblico capisce al volo.
In quel momento l’aula non è più soltanto aula, perché la frase non serve soltanto a riportare calma, serve a mettere un’etichetta sul destinatario, come a dire che la tensione è più rappresentata che reale, e che l’interlocutore sta recitando una parte.
Renzi, prevedibilmente, non incassa in silenzio, perché la sua cifra è reagire, e reagire subito, spostando il terreno dalla procedura alla dignità personale, che in politica è spesso il modo più rapido per obbligare tutti a guardarti.
La risposta, nelle versioni circolate, si carica di sarcasmo e di attacchi laterali, con riferimenti al modo in cui la presidenza conduce e a toni che vengono percepiti come personali, non più legati alla sostanza del regolamento.
È qui che il confronto si trasforma nel tipo di contenuto che diventa virale, perché la viralità richiede tre ingredienti semplici: una frase riconoscibile, un bersaglio chiaro e un conflitto leggibile senza contesto.
Quando entra in gioco la frase “le serve un disegnino”, o comunque un registro simile, la dinamica cambia ulteriormente, perché lo scontro scivola dal “lei non rispetta le regole” al “lei non capisce”, e la seconda è un’offesa più facile da condividere e più difficile da smontare in tempo reale.
Ronzulli, però, non è un personaggio estraneo al ring comunicativo, e la sua posizione istituzionale la costringe a un equilibrio complicato: deve rispondere abbastanza da non apparire debole, ma non tanto da far sembrare che la presidenza stia litigando invece di presiedere.
In questa stretta, la scelta più efficace spesso è la freddezza, perché la freddezza è l’unica cosa che, in un’aula agitata, può somigliare a un argine.
E infatti, almeno nella percezione di molti osservatori, la forza della presidenza in questi casi non sta nel “vincere” un botta e risposta, ma nel far capire che la partita non è alla pari, perché uno dei due è chiamato a garantire il gioco, non a giocare.
La seconda fase del duello, sempre secondo la ricostruzione più popolare, vede Renzi spostare il fuoco sulla maggioranza, usando un’etichetta ad alta condivisibilità, come “sovranisti diventati globalizzatori”.
È la tipica formula da politica contemporanea, corta e pungente, pensata per essere citata, ritagliata, rilanciata, e soprattutto per colpire l’identità dell’avversario più che una singola misura.
L’etichetta è una tecnica antica, ma oggi ha una potenza nuova, perché una volta bastava farla entrare in un titolo, mentre adesso basta farla entrare in un video di dieci secondi.

Ronzulli, nel ruolo di presidenza, non può rispondere nel merito come farebbe un capogruppo in battaglia, ma può scegliere quanto spazio concedere alla performance, e spesso è proprio questo il nodo: stabilire quando l’aula sta discutendo e quando sta esibendo.
La tensione cresce perché, in un contesto istituzionale, gli attacchi personali vengono percepiti come una rottura del patto implicito di forma, anche quando la sostanza politica è legittimamente aspra.
A un certo punto, nello scambio riportato, arriva l’affondo più simbolico: Renzi attribuisce alla presidenza un atteggiamento di compiacimento, come se l’applicazione del regolamento fosse accompagnata dalla ricerca di consenso o simpatia.
È un’osservazione che non mira a correggere una procedura, ma a erodere l’autorevolezza, perché se riesci a far sembrare “vanità” ciò che l’altro fa per dovere, lo indebolisci anche senza dimostrare un errore tecnico.
Ed è qui che entra la frase destinata a restare, perché Ronzulli risponde ribaltando il colpo e trasformando l’insulto in una prova di forza: l’idea della “medaglia al valore” nel venire giudicata negativamente proprio da chi sta attaccando.
Non serve riportare il concetto come se fosse una sentenza universale, perché il punto non è la lettera, è la dinamica, e la dinamica è quella del judo retorico: prendere l’energia dell’attacco e usarla per rafforzare la propria posizione.
In quel momento, per chi osserva, l’aria cambia perché la replica non cerca di giustificarsi, non cerca di spiegare troppo, e soprattutto non concede il terreno della reazione emotiva.
Le risposte più efficaci in contesti ad alta tensione spesso sono quelle che non inseguono l’avversario, ma lo fissano in una cornice sfavorevole, facendolo apparire come qualcuno che attacca a prescindere.
Ecco perché molti hanno letto quello scambio come una “lezione politica”, non perché qualcuno abbia impartito un insegnamento dall’alto, ma perché si è visto in diretta il modo in cui un ruolo istituzionale può difendersi senza trasformarsi in un partecipante allo scontro.
L’effetto “silenzio” che tanti commentatori attribuiscono a Renzi va inteso con cautela, perché in aula nessuno viene davvero zittito per magia, e le sedute proseguono con interventi, richiami, rumore e tempi contingentati.
Ma sul piano comunicativo una frase può tagliare il flusso, perché costringe l’altro a scegliere tra due strade entrambe costose: rilanciare e sembrare ossessivo, oppure fermarsi e sembrare colpito.
È il paradosso della politica mediatica: non vince chi ha ragione in senso assoluto, vince chi costringe l’altro a una scelta scomoda.
Ronzulli, con una risposta costruita per mostrare imperturbabilità, ottiene esattamente questo risultato, perché rende l’attacco di Renzi meno “spettacolare” e più “ripetitivo”, e la ripetizione è il nemico numero uno della viralità.
Renzi, dal canto suo, resta dentro il suo personaggio pubblico, quello dell’uomo che non accetta cornici imposte e che prova sempre a riprendersi la scena, e questo spiega perché lo scontro non venga percepito come un incidente, ma come una scelta.
Quando due protagonisti entrano in un registro del genere, l’aula diventa inevitabilmente un teatro, perché la politica ha sempre avuto una componente performativa, solo che oggi è moltiplicata dalle telecamere, dai social e dal fatto che ogni frase può essere isolata e resa assoluta.
Il rischio, però, è che l’istituzione diventi scenografia e il regolamento diventi pretesto, e che la discussione reale, quella che produce leggi e indirizzi, resti fuori campo.
Chi applaude uno o l’altro spesso non lo fa per ciò che è stato detto sul merito, ma per ciò che quella battuta rappresenta simbolicamente: una rivincita, un’identità, un risentimento, una fedeltà.
E infatti lo scontro Ronzulli-Renzi è diventato materiale perfetto per la polarizzazione, perché permette a ciascun pubblico di vedere ciò che vuole vedere.
I sostenitori di Ronzulli leggono fermezza, autocontrollo, difesa del ruolo e capacità di non farsi trascinare nel fango.

I sostenitori di Renzi leggono invece la denuncia di una gestione considerata ostile, il rifiuto di una presidenza percepita come di parte, e la rivendicazione del diritto di parola senza interruzioni.
In mezzo, come quasi sempre, c’è la realtà istituzionale: presiedere non è essere simpatici, è far scorrere i lavori, e intervenire non è fare show, è portare un punto politico nel tempo assegnato.
Quando i due piani si sovrappongono, la politica guadagna audience e perde chiarezza, perché il pubblico ricorda la battuta e dimentica la ragione procedurale che l’ha generata.
Eppure questi momenti non sono inutili, perché mostrano con brutalità un fatto: la comunicazione è diventata parte integrante del potere, e chi gestisce il linguaggio gestisce anche l’interpretazione di ciò che accade.
La “lezione” più concreta, per chi osserva senza tifare, è che la forma non è un dettaglio, perché in Parlamento la forma è sostanza, e chi controlla la forma controlla il ritmo del confronto.
Ronzulli ha usato la brevità e l’ironia come strumenti di contenimento, mentre Renzi ha usato l’incalzare e l’etichetta come strumenti di pressione.
Sono due modi diversi di vincere una scena, e spesso la scena la vince chi riesce a far sembrare l’altro fuori posto rispetto al contesto.
In un’aula, “fuori posto” può voler dire eccessivo, aggressivo, oppure può voler dire troppo freddo, troppo formale, troppo distante, a seconda della sensibilità di chi guarda.
È anche per questo che il caso ha fatto il giro del Paese, perché ognuno ci ha proiettato un’idea dell’Italia: l’Italia delle regole contro l’Italia dell’istinto, l’Italia dell’ordine contro l’Italia della contestazione, l’Italia delle istituzioni contro l’Italia delle battute.
Alla fine, il dato più interessante non è la frase in sé, ma il fatto che un breve scambio al Senato venga consumato come un episodio seriale, con protagonisti, cliffhanger e commenti a cascata.
Se la politica italiana vuole sopravvivere al rischio di diventare solo intrattenimento, dovrà imparare a far convivere due esigenze che oggi sembrano nemiche: il rispetto delle regole e la capacità di parlare in modo comprensibile e diretto.
Lo scontro tra Ronzulli e Renzi, nel bene e nel male, mostra quanto sia difficile quel equilibrio e quanto sia facile, invece, trasformare una seduta in un frammento virale.
Ed è proprio qui che sta la sua forza mediatica e la sua fragilità democratica: in pochi secondi sembra tutto chiarissimo, ma appena si allarga lo sguardo torna la domanda che conta davvero, quella che nessuna battuta può risolvere, cioè se il Parlamento stia convincendo gli italiani con le decisioni o soltanto intrattenendoli con le repliche.
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