Ci sono scontri mediatici che nascono come conversazioni e finiscono come processi sommari.

E ce ne sono altri che sembrano dibattiti, ma funzionano come trappole narrative: una frase buttata lì, apparentemente leggera, e l’intero discorso pubblico si inclina come una nave colpita sotto la linea di galleggiamento.

La vicenda che ha messo uno contro l’altra Umberto Galimberti e Giorgia Meloni, così come è stata raccontata e rilanciata in rete, appartiene a questa seconda categoria.

Non perché ci sia stato un confronto filosofico degno di un’aula universitaria, ma perché la dinamica è stata quella di un colpo secco, rapido, progettato per restare in testa.

Da una parte un intellettuale abituato a ragionare per diagnosi culturali, dall’altra una leader che vive di politica ma anche, inevitabilmente, di comunicazione.

La scintilla, nella narrazione circolata online, è la frase attribuita a Galimberti secondo cui Meloni “vincerebbe” anche grazie a un trucco curato, quasi che una parte del consenso dipendesse più dal makeup che dalle idee.

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È una frase che alcuni hanno letto come battuta, altri come provocazione, altri ancora come osservazione sulla società dell’immagine.

Ma in televisione, e soprattutto sui social, la differenza tra battuta e tesi dura quanto dura un taglio di montaggio.

La frase rimbalza, si compatta, diventa titolo, e in quel momento smette di essere un’uscita estemporanea e si trasforma in un’accusa simbolica.

Non si discute più di politiche, ma di legittimità.

La risposta attribuita a Meloni, “Mi votate perché sono truccata bene? Mi trucco da sola e nemmeno così bene”, è la perfetta risposta da tempo dei social: breve, autoironica, e soprattutto capace di spostare l’asse emotivo.

Non è una confutazione nel senso accademico del termine, perché non entra nel merito della teoria dell’immagine, ma è una contro-narrazione immediata.

In tre secondi, la premier non si difende soltanto, ma mette l’interlocutore nella posizione scomoda di chi ha detto qualcosa di percepibile come sessista o paternalista.

Ed è qui che il presunto “dibattito” si chiude, perché quando una frase viene percepita come ingiusta sul piano del rispetto, il resto diventa rumore.

In altri termini, la discussione smette di essere “quanto conta l’immagine in politica” e diventa “perché stai riducendo una donna al trucco”.

La trappola narrativa sta esattamente in questo scarto, perché chi pronuncia una frase del genere può pensare di parlare del sistema mediatico, ma lo spettatore sente parlare della persona.

E quando la persona è la presidente del Consiglio, e per di più una donna, il rischio di scivolare nel commento sull’apparenza è altissimo.

La politica contemporanea, piaccia o no, è un’industria visiva.

Telecamere, luci, posture, tagli di capelli, palette cromatiche, training sulla voce, tempi televisivi: tutto contribuisce a costruire autorevolezza.

Questo vale per chiunque, a destra e a sinistra, e negarlo sarebbe ingenuo.

Ma riconoscere che l’immagine conta non significa sostenere che l’immagine spieghi tutto.

Dire “ha consenso perché è truccata bene” non è una critica alla mediatizzazione, è una scorciatoia che sposta il merito dalla politica alla cosmetica.

E quella scorciatoia, anche quando nasce come ironia, ha un effetto preciso: svaluta.

Svaluta la leader e svaluta gli elettori, perché suggerisce che il voto sia una reazione epidermica, una specie di riflesso condizionato davanti al video.

È per questo che l’episodio, nella sua versione virale, è esploso come detonatore.

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Non tocca solo Meloni, tocca milioni di persone che l’hanno votata o che comunque si riconoscono nel diritto di scegliere senza sentirsi trattati da pubblico manipolato.

Quando Meloni replica con l’autoironia del “mi trucco da sola”, sta facendo un’operazione doppia.

Da un lato disinnesca l’accusa con una risata, dall’altro trasforma la critica in una prova della distanza tra “salotto” e “Paese reale”.

È una tecnica comunicativa che la premier usa spesso: convertire un attacco in un segnale di snobismo altrui.

E non importa se l’intellettuale intendesse davvero essere snob, perché in questa fase la percezione vale più dell’intenzione.

La frase, infatti, non cade nel vuoto, ma dentro un terreno già preparato da anni di rancori e stereotipi reciproci.

C’è lo stereotipo secondo cui quando vince la destra è perché l’elettorato è “semplice”, “suggestionabile”, “poco istruito”, mentre quando vince la sinistra la vittoria viene raccontata come prova di maturità e coscienza civile.

È uno schema che torna ciclicamente e che funziona come anestetico: invece di chiedersi perché si è perso, si decide che l’altro ha vinto “per motivi sbagliati”.

In quel momento la politica non è più confronto, è autoassoluzione.

Meloni, con la sua risposta, aggancia proprio questo nervo scoperto e lo porta in superficie.

Non dice soltanto “la vostra battuta è ridicola”, ma suggerisce “voi non rispettate chi non vi somiglia”.

E quando questa idea attecchisce, diventa un accelerante del consenso, perché molte persone hanno esperienza quotidiana del sentirsi giudicate dall’alto.

Il punto centrale, dunque, non è il trucco.

Il punto è l’autorità di chi parla e il modo in cui la esercita.

Galimberti rappresenta, nel bene e nel male, una figura classica dell’intellettuale italiano, quella che interpreta la realtà e la commenta con un certo tono da cattedra.

Meloni rappresenta, nel bene e nel male, la figura del leader politico che scende sul terreno popolare e risponde con un registro più diretto.

Quando questi due registri si scontrano, spesso non vince chi è più preciso, ma chi è più allineato alla sensibilità del pubblico del momento.

E il momento, oggi, è segnato da una stanchezza diffusa verso qualunque forma di superiorità morale percepita.

La parte ironica, quasi beffarda, è che l’argomento dell’immagine potrebbe essere discusso in modo serio e persino utile.

Si potrebbe parlare di come i talk show premiano la performance più della competenza, di come le piattaforme tagliano i discorsi in clip, di come i consulenti costruiscono identità visive e narrative, e di come tutto questo influisce sulla qualità della democrazia.

Ma per farlo bisognerebbe evitare la personalizzazione degradante, soprattutto quando il bersaglio è una donna.

Perché con le donne la politica occidentale ha un riflesso antico: commentare prima l’aspetto e poi, forse, le idee.

È una zavorra culturale che resiste anche nei contesti più “colti”, a volte proprio lì, dove il sarcasmo si traveste da analisi.

Se un intellettuale dicesse che un leader uomo “vince perché è pettinato bene”, la frase suonerebbe come una boutade, non come una chiave interpretativa.

Sulla leader donna, invece, il commento finisce subito per toccare un pregiudizio strutturale: l’idea che l’autorevolezza femminile sia sempre in bilico tra sostanza e artificio.

Ed è per questo che la replica di Meloni funziona: perché si appoggia a una sensibilità contemporanea che riconosce l’ingiustizia della riduzione.

In quel breve scambio, la premier riesce a ottenere un vantaggio simbolico che non dipende dalle politiche reali, ma dal frame.

Il frame è: mi attaccano non per ciò che faccio, ma per ciò che sono, e lo fanno con un riflesso culturale vecchio.

Questo frame produce solidarietà anche oltre il suo elettorato, perché tocca il tema del rispetto e non solo quello dell’appartenenza.

Naturalmente, c’è anche un altro lato della medaglia, che merita onestà.

L’immagine in politica conta davvero, e chi governa investe davvero sulla comunicazione.

Non c’è nulla di scandaloso, è parte del mestiere, ma è anche un rischio quando la comunicazione diventa sostituto dell’azione.

Il problema nasce quando la politica smette di essere valutata per i risultati e viene valutata come show.

E allora l’intellettuale che critica lo show, se sbaglia bersaglio o tono, finisce per alimentare lo show stesso.

È un corto circuito perfetto: vuoi denunciare la società dell’immagine, ma la tua battuta diventa un meme che rafforza il leader che volevi mettere in discussione.

Questo spiega perché la vicenda è stata descritta come una “trappola”.

Non necessariamente perché qualcuno abbia pianificato tutto, ma perché l’ecosistema mediatico rende inevitabile un esito del genere.

In un ecosistema dove la frase più breve diventa sentenza, chi riesce a chiudere con una battuta controlla la memoria collettiva dell’evento.

E infatti la frase di Meloni, nella versione raccontata, chiude tutto.

Non chiude la questione filosofica, ma chiude la puntata emotiva.

Da lì in poi, chi insiste sul tema rischia di sembrare accanito o, peggio, di confermare l’idea di voler ridurre la leader alla superficie.

È una vittoria comunicativa, non necessariamente una vittoria argomentativa, ma nella politica del 2026 la differenza è spesso teorica.

Il caso, inoltre, racconta una frattura più ampia: quella tra élite culturale e rappresentanza politica.

Molti cittadini percepiscono una parte del discorso intellettuale come distante, autoreferenziale, incapace di parlare a chi non condivide le stesse premesse.

Ogni volta che un intellettuale sembra ridicolizzare l’elettorato, questa frattura si allarga.

E l’effetto finale è paradossale: chi si propone di educare o correggere il Paese finisce per consegnare altro spazio a chi si presenta come “uno di voi”.

Meloni, da anni, lavora su questo meccanismo.

Si mostra come figura non patinata, non perfetta, non “da salotto”, e usa la spontaneità come prova di autenticità.

Dire “mi trucco da sola” non è solo una precisazione, è un messaggio identitario.

Significa: non sono un prodotto, non sono un manichino, non devo chiedere permesso alla cultura che mi giudica.

È un messaggio che divide, certo, ma proprio perché divide mobilita.

E mobilitare, oggi, è spesso più importante che convincere gli indecisi con lunghi ragionamenti.

Se si vuole trarre una lezione da questa vicenda, la lezione non è che gli intellettuali debbano tacere.

La lezione è che, quando parlano di politica, devono scegliere con cura il punto d’appoggio, perché un singolo scivolamento lessicale può trasformare una critica legittima in un regalo all’avversario.

E la politica, dal canto suo, dovrebbe resistere alla tentazione di ridurre tutto a “noi contro loro”, perché il rispetto degli elettori non dovrebbe essere una bandiera di parte, ma un prerequisito comune.

Alla fine, ciò che resta non è una discussione sul fondotinta, e nemmeno un seminario sull’immagine.

Resta una fotografia nitida di come si costruiscono oggi le vittorie comunicative: una frase sbilanciata, una replica rapida, e la partita viene archiviata come KO.

E quando la politica diventa questo, il rischio è che si continui a parlare di superficie anche mentre il Paese aspetta sostanza.

Ma proprio per questo l’episodio è rivelatore: mostra quanto sia urgente riportare il confronto sui temi reali senza usare scorciatoie che umiliano, specialmente quando quelle scorciatoie colpiscono sempre gli stessi bersagli.

Perché se la democrazia si riduce a trucco contro contro-trucco, la vera sconfitta non è di Galimberti o di Meloni.

La vera sconfitta è di un dibattito pubblico che confonde la battuta con la verità e l’applauso con l’argomento.

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