Novanta miliardi è una cifra che, buttata lì, sembra fatta apposta per accendere rabbia e sospetto.
È grande abbastanza da far tremare chi paga le tasse, ma anche abbastanza vaga da diventare un contenitore dove infilare tutto: guerra, energia, sanità che manca, salari fermi, Europa distante.
Ed è proprio su questa miscela che si innesta la narrazione rilanciata da Roberto Vannacci, diventata virale come un avviso di tempesta.
Nel racconto, Vannacci non si limita a criticare la linea europea sull’Ucraina e le scelte della Commissione, ma parla di un “debito fantasma”, di un “dossier proibito”, di un piano che Bruxelles avrebbe voluto tenere lontano dal pubblico.
La scena è costruita come un’inchiesta che non chiede permesso: luci fredde, salotti dorati, champagne, e in mezzo il conto che ricadrebbe sull’operaio e sulla famiglia.
Il punto, però, è che la politica moderna spesso assomiglia a un trailer, mentre la realtà assomiglia a un bilancio.
E quando una cifra diventa un’arma retorica, la prima cosa che conta non è quanto suona bene, ma cosa significa davvero.
In queste ore, i “novanta miliardi” vengono presentati come un debito comune europeo legato alla guerra e destinato a gravare per decenni su Paesi come l’Italia, con interessi reali e costi inevitabili.
È una tesi potente perché traduce la geopolitica in portafoglio e trasforma la guerra in una rata mensile invisibile.

Ma proprio perché è potente, merita un’operazione che la propaganda odia: la distinzione tra ciò che è decisione politica, ciò che è strumento finanziario e ciò che è interpretazione.
L’Unione Europea, negli ultimi anni, ha effettivamente utilizzato strumenti di debito comune e di raccolta sui mercati per finanziare programmi straordinari.
Questa scelta, già vista con grandi iniziative post-crisi, ha aperto un dibattito profondo sulla condivisione del rischio e sulla durata dell’impegno.
Quando la discussione si sposta sulla ricostruzione e sugli aiuti a Kiev, il nodo diventa ancora più sensibile, perché i cittadini chiedono una risposta semplice a una domanda semplice: chi paga.
Vannacci, nella narrazione che circola, risponde in modo netto: pagate voi, pagheranno i vostri figli, e “la Russia non pagherà mai”.
È un’affermazione che può essere usata come bandiera politica, ma che in termini di realtà dipende da come sono strutturati gli strumenti europei, da quali garanzie vengono previste e da quali eventuali recuperi o asset congelati vengono effettivamente utilizzati.
In altre parole, dire “non pagheranno mai” è una previsione, non un fatto già scritto in un documento.
E le previsioni, in politica, sono spesso più utili a mobilitare che a spiegare.
Il cuore del messaggio di Vannacci non è solo economico, è morale.
Lui mette in scena un’Europa che predica diritti e democrazia, ma pratica interessi e opportunismo, stringendo rapporti con chi conviene e demonizzando chi non conviene.
È un tema che fa presa perché contiene una contraddizione reale: la politica estera occidentale, storicamente, ha spesso alternato principi e realpolitik a seconda delle aree, delle risorse e degli equilibri.
Quando questa contraddizione viene raccontata con immagini forti, come il “cesso d’oro” o il “tappeto rosso”, l’indignazione diventa immediata e quasi automatica.
Il problema è che immagini così funzionano anche quando non sono verificabili, o quando prendono episodi marginali e li trasformano in simboli di un sistema.
Qui la differenza tra cronaca e propaganda è essenziale, perché la propaganda non deve dimostrare, deve suggerire.
Nel racconto, Bruxelles è descritta come un palazzo che vive di rituali, mentre il fronte vive di sangue, e in mezzo c’è il contribuente italiano che non viene consultato.
È una rappresentazione che alimenta una sfiducia già esistente verso le istituzioni europee, percepite come tecnocratiche e lontane.
E questa sfiducia cresce ogni volta che l’Europa appare rapida nel finanziare emergenze esterne e lenta nel risolvere emergenze interne.
Da qui nasce lo slogan implicito che attraversa tutto il discorso: esiste un “decreto Ucraina” ma non un “decreto Italia”.
Questa contrapposizione è politicamente efficace perché non richiede dettagli tecnici, richiede solo un confronto emotivo tra “noi” e “loro”.
Eppure, anche qui la realtà è più complessa, perché l’Italia riceve e gestisce strumenti europei, ha bilanci nazionali, e decide internamente come allocare risorse, anche quando i vincoli europei contano.
Dire che non esiste un “decreto Italia” è una formula narrativa, non una fotografia oggettiva dell’azione pubblica.
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Ciò che però quella formula intercetta è reale: la percezione di abbandono di pezzi del Paese, soprattutto su sanità, sicurezza urbana, salari e costo dell’energia.
Quando una persona aspetta mesi per una visita, o vede una bolletta salire, non le interessa quale capitolo di bilancio spiega il problema, le interessa perché nessuno lo risolve.
In questo spazio si inserisce Vannacci, proponendosi come “voce fuori dal coro” e trasformando la sua credibilità di militare in una patente di autenticità.
È un meccanismo classico: l’uomo d’azione viene rappresentato come immune dal linguaggio dei palazzi e quindi più vicino al “vero”.
Ma autenticità non è sinonimo di accuratezza, e una biografia forte non sostituisce i riscontri.
Il discorso, inoltre, intreccia guerra, energia e migrazioni in un unico filo, suggerendo che l’Europa stia pagando la guerra e contemporaneamente importando insicurezza e declino.
Qui si entra in un terreno particolarmente scivoloso, perché è facile trasformare fenomeni complessi in una sola causa e in un solo colpevole.
L’aumento dei prezzi dell’energia, per esempio, è il risultato di molte variabili, tra cui mercati globali, scelte nazionali, infrastrutture, contratti, transizione, e ovviamente shock geopolitici.
Ridurre tutto a un complotto o a una “ideologia” può far sentire la rabbia più ordinata, ma raramente aiuta a capire come ridurre davvero le bollette.
Lo stesso vale per il tema della sicurezza urbana, che viene evocato come prova che lo Stato non protegge più i cittadini.
È un tema serio, ma spesso viene utilizzato come accelerante emotivo, mettendo insieme episodi, percezioni e statistiche senza distinguere tra criminalità, degrado, capacità di prevenzione e politiche sociali.
In questo quadro, i “novanta miliardi” diventano il simbolo totale: la prova che l’Europa avrebbe scelto altrove e contro di noi.
È una narrazione politicamente utile a chi vuole spostare il baricentro del dibattito da “cosa fare in Ucraina” a “cosa fate per l’Italia”.
E su questo passaggio Vannacci colpisce un punto debole dell’intero sistema politico italiano, non solo europeo: la sensazione che le priorità interne siano sempre rinviate.
Quando poi il discorso inserisce l’idea che “pagheremo per trent’anni”, si introduce un elemento di paura generazionale, forse il più potente in assoluto.
La paura per i figli e i nipoti è la leva che fa saltare ogni cautela, perché nessuno vuole sentirsi complice di un futuro ipotecato.
Ma proprio per questo, parlare di orizzonti temporali e costi intergenerazionali richiede una chiarezza che i video non amano: quali scadenze, quali tassi, quali quote, quali impegni di rimborso, quali condizioni.
Senza questa chiarezza, si resta nella suggestione, che è una forma di politica, ma non è una forma di rendicontazione.
Un altro nodo centrale del racconto è la denuncia dell’ipocrisia internazionale, con esempi che puntano a mostrare doppi standard su regimi e alleanze.
È un argomento che può essere discusso seriamente, perché l’Occidente ha spesso mantenuto rapporti con Paesi problematici per ragioni energetiche e strategiche.
La domanda legittima non è “esiste l’ipocrisia”, perché esiste, ma “quali alternative reali abbiamo”, e a quale prezzo.
Se l’Europa taglia rapporti energetici con un fornitore, deve sostituire quel flusso, e spesso lo fa attraverso mercati globali dove la purezza morale non è in vendita.
Questo non giustifica tutto, ma spiega perché le scelte non sono mai pulite come uno slogan.
Vannacci, invece, propone una lettura più tranchant: la geopolitica sarebbe diventata un affare, e chi paga sarebbero sempre gli stessi.
Questo messaggio, anche quando semplifica, funziona perché incontra un sentimento diffuso: l’idea che esista un’élite protetta dai costi delle proprie decisioni.
La parola “establishment” serve esattamente a questo, perché non indica un soggetto preciso, ma una categoria emotiva su cui convogliare responsabilità e rabbia.
In questo modo, una discussione su strumenti finanziari europei e strategie di difesa collettiva diventa un racconto di caste, banchetti e popolo bollito.
È una traduzione efficace, ma produce un rischio: quando tutto è corruzione e menzogna, nulla è più discutibile con metodo.
E quando nulla è discutibile con metodo, ogni soluzione proposta diventa facile quanto radicale e spesso impraticabile.

Il discorso invoca un “decreto Italia” come risposta definitiva, cioè un piano di emergenza centrato su sanità, sicurezza e riduzione dei costi energetici.
Questa proposta, formulata così, è più un desiderio che una misura, perché non dice con quali risorse, quali tempi e quali trade-off.
Ma il suo valore politico sta altrove: restituisce priorità interne e propone un ribaltamento simbolico, prima noi e poi il resto.
È un frame che attecchisce soprattutto quando la popolazione percepisce sacrifici senza ritorni, e quando la comunicazione istituzionale non riesce a mostrare benefici concreti.
Qui entra il punto più importante, al di là di Vannacci: la crisi di fiducia.
L’Europa e i governi nazionali possono anche prendere decisioni complesse e in parte inevitabili, ma se non riescono a spiegarle in modo comprensibile, lasciano spazio a chi le spiega in modo emotivamente perfetto.
E la spiegazione emotivamente perfetta, quasi sempre, è più dura, più semplice, più accusatoria, e quindi più memorabile.
La domanda vera, dunque, non è se “qualcuno sta insabbiando” un dossier, perché spesso non serve nessun complotto per generare opacità, basta una comunicazione scarsa e documenti tecnici inaccessibili ai cittadini.
La domanda vera è perché i cittadini devono scoprire cifre e scelte attraverso monologhi incendiari e non attraverso istituzioni capaci di rendere conto in modo trasparente.
Se esistono impegni finanziari pluriennali, la trasparenza non è facoltativa, è il prezzo minimo della democrazia.
Se esistono scenari di debito comune, i Parlamenti nazionali e l’opinione pubblica devono capirne i meccanismi, non solo subirne le conseguenze.
E se l’Europa vuole reggere alla pressione, deve smettere di parlare solo il linguaggio degli addetti ai lavori e imparare a parlare il linguaggio dei costi percepiti dalle famiglie.
Alla fine, il “dossier proibito” di cui parla la narrazione può anche essere una metafora più che un documento.
La metafora di un sistema che decide lontano e poi chiede fiducia, mentre la fiducia si sta esaurendo.
In questo contesto, Vannacci diventa il detonatore di un sentimento, non necessariamente la fonte di una verità completa.
Ed è proprio per questo che il tema non può essere liquidato con sarcasmo o con scomuniche, perché dietro l’enfasi restano domande legittime: quanto costa, chi decide, chi controlla, chi paga, e cosa otteniamo in cambio.
Quando la politica non risponde a queste domande con chiarezza, qualcuno risponde al posto suo con un racconto più feroce.
E in quel momento, anche se il racconto semplifica, il danno è già fatto, perché la percezione di essere stati esclusi dal conto diventa più reale del conto stesso.
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