Ci sono temi che, in Italia, non restano mai confinati nella cronaca e diventano subito un test di appartenenza.
Il carcere è uno di questi, perché tocca insieme paura, giustizia, sicurezza, pietà, e soprattutto l’idea di che cosa meriti attenzione quando “mancano i soldi per tutti”.
È in questo campo minato che si inseriscono le parole di Ilaria Cucchi e Ilaria Salis dopo un’ispezione a Regina Coeli, raccontata in video e rilanciata con toni accesi da commentatori e pagine social.
Il contenuto dell’intervento, al netto dei tagli e delle cornici polemiche, ruota attorno a un punto essenziale: condizioni materiali difficili, mancanza di manutenzione, carenza di risorse, e una presenza alta di detenuti con fragilità psichiatriche o dipendenze.
Detto così, sembrerebbe un tema da affrontare con serietà amministrativa più che con rabbia.

E invece, come spesso accade, la reazione online è diventata un incendio, perché la percezione di molti è che si stia chiedendo “pietà per chi ha sbagliato” mentre fuori c’è chi non arriva a fine mese e chi teme di non essere al sicuro.
La miccia emotiva è scattata proprio nel punto più prevedibile: il confronto tra il diritto dei detenuti a condizioni dignitose e il diritto dei cittadini a servizi funzionanti.
Quando un discorso pubblico evoca brandine a tre piani, celle senza luce, lenzuola mancanti, difficoltà nei trasferimenti per visite mediche o permessi, una parte del Paese ascolta e pensa “è civiltà”.
Un’altra parte ascolta e pensa “è il mondo al contrario”.
Il web, in questi casi, non si limita a dissentire, ma costruisce un processo parallelo fatto di sarcasmo, memoria selettiva, e indignazione istantanea.
Non serve nemmeno un grande influencer per farlo partire, perché l’algoritmo premia l’ira più del ragionamento.
Così le frasi diventano clip, le clip diventano sentenze, e il dibattito si trasforma in una gara a chi trova l’incoerenza più schiacciante.
Il cuore delle critiche, infatti, non è tanto “non parlate del carcere”, quanto “perché parlate del carcere in questo modo, e perché sembra che manchi sempre l’altra metà della storia”.
Quell’altra metà, per chi contesta, è la voce delle vittime, o almeno un riconoscimento esplicito che ogni reato ha un costo umano che non può essere archiviato con una formula.
Molti commenti, in casi simili, non chiedono vendetta, ma chiedono equilibrio narrativo, perché percepiscono una sproporzione: tanta empatia per chi è detenuto, poca attenzione pubblica per chi è stato colpito.
È una percezione che spesso nasce più dalla comunicazione che dalle intenzioni.
Cucchi e Salis, nelle ricostruzioni circolate, insistono su un dato che chiunque abbia visto i numeri del sistema penitenziario conosce: nelle carceri finiscono molte persone con problemi psichiatrici e di dipendenza, e il carcere non è un luogo di cura.
Questo è un punto che, tecnicamente, è difficile contestare.
Se una persona ha un disturbo grave non gestibile in cella, o una dipendenza che richiede percorsi sanitari strutturati, la detenzione “pura” può diventare solo un congelamento del problema, con effetti peggiori per tutti, compresi agenti, medici, educatori e altri detenuti.
Eppure, nel circuito social, questo ragionamento viene spesso riscritto in una frase molto più esplosiva: “vogliono far uscire i detenuti”.
Qui la discussione si spezza, perché entra la parola più potente di tutte nel dibattito italiano: sicurezza.
La sicurezza è un concetto elastico, che si porta dietro statistiche e paure, reati e percezioni, quartieri e storie individuali.
Quando qualcuno teme che “curare” o “spostare” significhi “liberare”, l’argomento sanitario viene divorato dall’argomento identitario.
A quel punto non si parla più di strutture adeguate, di REMS, di assistenza psichiatrica, di comunità terapeutiche, di misure alternative e controlli, ma di una contrapposizione morale: onesti contro colpevoli.
La viralità fa il resto, perché l’idea dell’“hotel per delinquenti” è un frame comunicativo semplice, immediato, e quindi irresistibile per chi vuole costruire indignazione.
Il paradosso è che quel frame può coesistere con una realtà in cui gli istituti penitenziari sono davvero sotto stress, e gli operatori davvero non ce la fanno, e le condizioni davvero non favoriscono né la dignità né la sicurezza.
In altre parole, “carcere duro” e “carcere disfunzionale” non sono la stessa cosa, ma nel discorso pubblico vengono spesso fusi.
Molte persone non vogliono celle più dignitose perché “amano i detenuti”.
Molte persone le vogliono perché sanno che un carcere che degrada produce più tensione, più violenza, più autolesionismo, più recidiva, e quindi più rischio anche fuori.
Questo è il punto che raramente passa, perché richiede una frase scomoda: trattare umanamente un detenuto non è un premio, è una politica di sicurezza di lungo periodo.
Ma la politica di lungo periodo è impopolare per definizione, perché non dà una gratificazione immediata.
Il caso Regina Coeli, così come viene raccontato, ha poi un altro detonatore emotivo: il confronto implicito con i problemi “di fuori”.
Quando nel video si parla di visite mediche saltate per mancanza di scorta, e qualcuno risponde “anche io aspetto mesi per una visita”, scatta una competizione per la sofferenza.
È una delle dinamiche più corrosive del nostro tempo, perché invece di sommare diritti li mette in guerra tra loro.
Se la sanità pubblica è in difficoltà, la risposta non dovrebbe essere “allora anche in carcere si soffra”, ma “allora dobbiamo riparare il sistema dove soffrono tutti”.
Eppure la politica, e soprattutto la comunicazione politica, spesso cavalcano proprio il contrario, perché il confronto “noi contro loro” genera consenso più veloce della riforma amministrativa.
Dentro questa tempesta, Cucchi e Salis diventano bersagli perfetti, non solo per ciò che dicono, ma per ciò che rappresentano per chi già le avversa.
Cucchi richiama una lunga stagione di scontro sul tema dei diritti e degli abusi, e per molti è un simbolo di battaglia civile, mentre per altri è un simbolo di “giustizialismo al contrario” o di attenzione considerata unilaterale.
Salis, per la sua esposizione recente e per la polarizzazione che la circonda, finisce spesso dentro lo stesso meccanismo: qualunque frase pronunciata viene letta non per il contenuto, ma come segnale di appartenenza.
Quando succede questo, non esiste più una frase “neutra”.
Esiste solo materiale per confermare la propria tifoseria.
La rete, inoltre, aggiunge un elemento crudele: la memoria a comando.
Ogni appello morale viene immediatamente confrontato con ciò che l’oratore avrebbe detto o non detto in altre occasioni, e non importa se il confronto è corretto o forzato, perché la dinamica non cerca verità, cerca un colpo.
Da qui nasce l’accusa più ripetuta: ipocrisia.
“Vi commuovete per le brande e non per le vittime”, “parlate di umanità e ignorate l’insicurezza”, “difendete chi ha sbagliato e dimenticate chi ha rispettato le regole”.
Sono frasi che funzionano perché si presentano come buon senso, e il buon senso, in politica, è spesso più potente dei dati.
Ma proprio qui la narrazione rischia di crollare sotto il peso dei fatti, perché i fatti, se guardati senza filtro, sono più complicati di qualsiasi slogan.
Regina Coeli, come molte carceri italiane, è un luogo dove il sovraffollamento, la carenza di personale, la manutenzione insufficiente e la fragilità sanitaria possono coesistere con la necessità di garantire sicurezza interna ed esterna.
La mancanza di risorse non colpisce solo i detenuti, colpisce anche la polizia penitenziaria e tutto il personale, che si ritrova a gestire tensioni altissime con strumenti limitati.
Se mancano agenti, saltano le scorte, saltano le traduzioni, saltano anche i protocolli di sicurezza, e questo non rende la società più protetta, la rende più fragile.
Se mancano psicologi, psichiatri e percorsi terapeutici, i problemi psichiatrici non spariscono, ma esplodono dove non dovrebbero esplodere, cioè dentro celle e corridoi.
Se mancano programmi seri di reinserimento e controllo, la recidiva aumenta, e il cittadino che oggi scrive “buttate la chiave” domani potrebbe essere il primo a chiedere perché quella persona è tornata a delinquere.
È qui che la politica dovrebbe fare la cosa più difficile: tenere insieme due verità che non si piacciono.

La prima verità è che la sicurezza dei cittadini è un dovere primario dello Stato, e minimizzare le paure reali è un errore che la sinistra paga da anni.
La seconda verità è che un carcere degradato non è una vittoria per la sicurezza, ma una fabbrica di problemi, e ignorarlo è un errore che la destra paga quando deve governare davvero, cioè quando deve far funzionare strutture e bilanci.
Il nodo, quindi, non è scegliere tra “pietà” e “sicurezza”.
Il nodo è costruire un sistema che non costringa il Paese a scegliere, perché quella scelta è una trappola comunicativa prima ancora che politica.
Se si vuole parlare di carcere senza far infuriare l’Italia, bisogna cambiare linguaggio.
Non basta evocare l’umanità, perché l’umanità, per essere accettata, deve essere spiegata come ordine, non come indulgenza.
Non basta denunciare la mancanza di risorse, perché chi fatica fuori si sentirà sempre preso in giro se non vede una gerarchia chiara di priorità e un piano concreto per finanziarle.
Non basta dire “non è un hotel”, perché lo ripetono tutti, e intanto nulla cambia.
Questa vicenda, in definitiva, non racconta solo un carcere e non racconta solo due parlamentari.
Racconta un Paese che si è abituato a discutere di diritti come se fossero fazioni, e a discutere di sicurezza come se fosse propaganda.
E quando la retorica ignora la complessità, la reazione è implacabile, perché la complessità torna sotto forma di rabbia.
Se c’è una lezione politica qui dentro, è che il tema carcerario è lo specchio perfetto dell’Italia: uno Stato che chiede fiducia ma fatica a funzionare, cittadini che chiedono protezione ma non vogliono pagare il costo delle soluzioni, e una classe dirigente che spesso preferisce una clip virale a una riforma silenziosa.
Finché il carcere resterà un’arma per ferire l’avversario e non un problema da risolvere, ogni appello alla pietà verrà letto come offesa, e ogni appello alla durezza verrà letto come incoscienza.
Nel mezzo, continueranno a pagare tutti, dentro e fuori, perché un sistema penitenziario che non regge non è un problema “dei detenuti”, ma un problema della Repubblica.
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