C’è un tipo di caos che in politica non nasce dal rumore, ma dal disallineamento.
Quando il messaggio che vuoi imporre non coincide con la scena che si sta producendo davanti alle telecamere, ti ritrovi a inseguire gli eventi invece di guidarli.
Ed è in quei pochi minuti, spesso apparentemente banali, che un leader capisce se sta recitando un copione o se sta davvero controllando il palco.
Il racconto che circola sul confronto mediatico tra Giorgia Meloni e la sinistra, con Elly Schlein nel mirino, descrive esattamente questo: una sequenza rapida in cui la premier riesce a trasformare l’attacco al governo in un boomerang per l’opposizione.
Non è necessario credere alla versione più “cinematografica” per cogliere il punto politico, perché il meccanismo è reale e ricorrente.
Meloni, da quando è a Palazzo Chigi, ha sviluppato una strategia comunicativa molto chiara: non limitarsi a rispondere nel merito del singolo tema, ma risalire immediatamente di livello e chiedere all’avversario di dimostrare coerenza, credibilità e coperture.
È una tattica che funziona soprattutto in diretta, dove il tempo è corto e la pressione è alta.

Se l’opposizione non è preparata a reggere il cambio di campo, rischia di sembrare esitante anche quando ha ragione sul merito.
Quando poi la discussione non riguarda un provvedimento tecnico ma una “grande cornice” come energia, industria, alleanze internazionali e sicurezza delle filiere, la differenza tra chi governa e chi contesta diventa ancora più visibile.
Chi governa può dire: sto facendo, sto incontrando, sto firmando, sto trattando.
Chi è all’opposizione deve dimostrare che il “fare” dell’altro è sbagliato, insufficiente o pericoloso, e deve farlo senza apparire pregiudizialmente ostile a qualsiasi iniziativa.
È qui che, secondo la narrazione, Schlein “trema” e “sbaglia tutto”, perché non riesce a tenere insieme tre esigenze che spesso si contraddicono.
Deve criticare la premier senza sembrare che critichi l’Italia.
Deve denunciare rischi e costi senza apparire allergica a investimenti e diplomazia economica.
Deve difendere un’identità progressista senza regalare alla maggioranza la caricatura della sinistra come partito dei veti.
Il problema non è di temperamento, come piace raccontare nei format più aggressivi, ma di geometria politica.
Il Partito Democratico, in questa fase, vive una tensione strutturale tra due linguaggi: quello della testimonianza e quello dell’alternativa di governo.
Il primo serve a mobilitare una base che vuole riconoscersi in parole nette, anche moralmente marcate.
Il secondo serve a convincere un elettorato più largo che chiede competenza e praticabilità.
In diretta, quando la premier spinge sulla necessità di accordi industriali, energia, tecnologia e sicurezza delle catene di fornitura, il linguaggio della testimonianza rischia di suonare come una protesta, non come un progetto.
Ed è qui che Meloni “affonda” l’avversario, non perché sia imbattibile, ma perché costringe l’altro a scegliere: vuoi essere il partito del no o il partito del come.
Ogni volta che l’opposizione non riesce a trasformare la critica in proposta, la premier incassa un vantaggio comunicativo che vale più di un sondaggio del giorno dopo.
Il passaggio più interessante, in queste dinamiche, non è l’insulto o la battuta, ma il momento in cui Meloni riesce a far apparire l’opposizione “fuori tema”.
Se la discussione è sulla competitività e il PD risponde spostandosi su un terreno moralistico o simbolico, la percezione diventa: non stanno parlando della mia vita reale.
Se la discussione è sull’energia e l’opposizione si rifugia nell’indignazione generica, la percezione diventa: non mi stanno dicendo cosa farebbero domani mattina.
E se la discussione è sulla politica estera e l’opposizione alterna rigidità e ambiguità, la percezione diventa: non hanno una linea.
In questo senso, la “crisi” evocata nel titolo non è necessariamente una crisi di numeri o di leadership personale, ma una crisi di posizionamento.
Il PD è costretto a competere in un ecosistema in cui la velocità del messaggio conta quanto la sua coerenza interna, e spesso di più.
Ma la velocità, se non è sostenuta da una sintesi robusta, diventa scivolosa.
Schlein, inoltre, porta sulle spalle un problema che non si risolve con la comunicazione: il partito che guida è un partito plurale fino alla frammentazione.
Ogni frase su industria, energia, difesa, Cina, Medio Oriente o rapporti con gli Stati Uniti può essere applaudita da una corrente e contestata da un’altra.
In diretta, questa pluralità si traduce spesso in prudenza, e la prudenza, in un duello televisivo, viene letta come debolezza.
Meloni, al contrario, beneficia del fatto che oggi la sua coalizione, almeno sulle grandi cornici, appare più allineata.
Quando un leader non deve passare mezz’ora a blindare la propria frase contro il fuoco amico, può permettersi di essere più netta, più rapida, più aggressiva.
E in televisione, la nettezza è una valuta forte.
La parte più delicata del racconto, però, è l’idea che la sinistra “sbagli tutto” perché non capirebbe la realtà globale, mentre la premier giocherebbe a scacchi con un piano perfetto tra Oman, Giappone e Corea del Sud.
Qui conviene stare con i piedi per terra, perché la diplomazia economica non è mai un videogame con missioni riuscite al 100%.
Viaggi, incontri e memorandum possono avere valore strategico, ma la loro efficacia si misura nel tempo, con investimenti effettivi, progetti cantierati, ricadute industriali, e risultati verificabili.
Dire “abbiamo firmato” è l’inizio, non la fine.
E anche l’opposizione, se è seria, dovrebbe criticare non il fatto che un governo cerchi partnership, ma il modo in cui le costruisce, i vincoli che accetta, le contropartite che concede, e l’impatto sulla politica industriale nazionale.
Il problema è che questa critica richiede competenza e pazienza, due qualità che il formato della diretta punisce.
E quando la diretta punisce, la politica si trasforma in teatro, con un paradosso evidente: si parla di cose enormi con gli strumenti più poveri.
Meloni in quel teatro gioca meglio, almeno oggi, perché ha capito che non deve convincere tutti.
Deve vincere la percezione di solidità presso un elettorato che teme instabilità e declino.
La sinistra, invece, spesso prova a vincere la percezione di giustizia presso un elettorato che teme disuguaglianze e arroganza del potere.
Sono due paure diverse, e la paura che domina l’agenda cambia a seconda del ciclo economico, delle crisi internazionali, e perfino del prezzo dell’energia.
Negli ultimi anni, con guerra, inflazione e tensioni nelle catene globali, la domanda di “sicurezza” ha guadagnato terreno.
Chi riesce ad associare il proprio volto alla parola sicurezza ottiene un vantaggio.
E Meloni, nel bene e nel male, ha lavorato proprio su quella associazione: confini, energia, filiere, industria, posture nette.
Se Schlein risponde con un linguaggio percepito come troppo interno, troppo identitario o troppo procedurale, rischia di non intercettare quell’ansia.
Da qui nasce la sensazione di “panico nell’opposizione” di cui parlano i contenuti più militanti, perché l’opposizione vede l’agenda spostarsi su un campo che non le è naturale.
Ma la crisi che “fa paura anche ai suoi” non si capisce guardando solo un confronto televisivo.
Si capisce osservando cosa succede dopo, quando i dirigenti del partito devono spiegare ai propri elettori perché la linea detta in tv non coincide con quella detta in un’assemblea, o perché una critica fatta al governo non viene accompagnata da una proposta praticabile.
È lì che iniziano le frizioni, perché la base chiede coerenza e il gruppo dirigente chiede flessibilità.
E quando coerenza e flessibilità non si parlano, il partito si irrigidisce o si divide.

In questo quadro, Meloni non “distrugge” la sinistra con una frase, ma sfrutta un vuoto: la mancanza di una narrazione unificante alternativa.
La premier ha una narrazione semplice, che può piacere o irritare, ma è riconoscibile: interesse nazionale, conti pubblici, realismo, ordine, posizionamento occidentale, pragmatismo economico.
La sinistra, oggi, spesso ha molte narrazioni contemporaneamente, e non sempre si sommano.
Ha la narrazione dei diritti, quella del lavoro, quella dell’ambiente, quella della pace, quella dell’Europa, quella dell’industria, e spesso vengono percepite come capitoli non coordinati.
In diretta, la non-coordinazione diventa esitazione.
E l’esitazione, contro un leader allenato al conflitto, diventa un bersaglio.
Il rischio più grande per il PD non è perdere una polemica, ma diventare prevedibile: sempre indignato, sempre reattivo, sempre un passo dopo.
Un’opposizione prevedibile è un regalo per chi governa, perché consente di preparare le contromosse con anticipo e di scegliere il terreno dove lo scontro sarà più favorevole.
La domanda vera, quindi, non è se Schlein abbia “sbagliato tutto” in pochi minuti, come se la politica fosse una verifica a crocette.
La domanda vera è se il PD riesca a costruire una sintesi che parli di industria senza sembrare subalterno, di energia senza sembrare velleitario, di Europa senza sembrare burocratico, e di giustizia sociale senza sembrare moralista.
Perché finché quella sintesi non esiste, ogni diretta sarà un rischio, e ogni rischio verrà letto come crisi.
Meloni continuerà a sfruttare quel vuoto, perché è ciò che fanno i leader efficaci: non vincono solo con i propri punti, vincono anche sulle fragilità altrui.
E la fragilità principale della sinistra, oggi, non è la mancanza di temi, ma la mancanza di una forma che li tenga insieme senza contraddirsi.
Se la politica italiana sembra un teatro dell’assurdo, è anche perché i ruoli sono diventati più importanti delle soluzioni.
Il governo recita la parte del realista che firma accordi e “fa succedere le cose”.
L’opposizione recita la parte del guardiano che denuncia e ammonisce.
Ma in un Paese stanco e sotto pressione, il guardiano deve anche saper costruire una porta alternativa, non solo dire che quella attuale scricchiola.
Finché non lo farà, i “pochi minuti di caos” continueranno a tornare, perché non sono un incidente televisivo.
Sono la fotografia di una difficoltà politica più profonda, che non si risolve alzando la voce, ma cambiando schema.
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