A Montecitorio, a volte, la politica smette di essere procedura e diventa istinto.

Non perché cambino le leggi in cinque minuti, ma perché cambiano i ruoli davanti alle telecamere: chi accusa, chi si difende, chi riesce a ribaltare il tavolo con una frase.

La scena raccontata in queste ore, rilanciata in forma virale da clip e commenti, nasce da un tema che in Italia è sempre una miccia: benzina, accise, costo della vita e promesse elettorali.

Quando si pronuncia la parola “accise”, infatti, non si sta parlando solo di una voce fiscale, ma di un simbolo.

È il simbolo dello Stato che chiede, del carrello della spesa che pesa, del pieno che brucia il budget familiare prima ancora che inizi il mese.

Ed è anche il simbolo più comodo per l’opposizione, perché permette un’accusa semplice, emotiva e facilmente ricordabile: avevate promesso di tagliarle e non l’avete fatto.

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In questa cornice si inserisce l’intervento della deputata Vittoria Baldino, che nella ricostruzione ripresa dai video inchioda la premier Giorgia Meloni alle parole pronunciate in campagna elettorale.

L’affondo è costruito con una logica precisa: ricordare la scena alle pompe di benzina, richiamare lo sconto sulle accise introdotto in precedenza, e poi trasformare la decisione del governo di non confermarlo nello schema del “tradimento”.

Il messaggio è lineare e politicamente efficace: se il carburante costa di più, tutto costa di più, e se tutto costa di più mentre i salari faticano, il governo sta voltando le spalle a famiglie e imprese.

È un attacco che, sulla carta, dovrebbe funzionare, perché parla la lingua del quotidiano e non quella dei dossier.

Eppure il punto della serata, almeno nel racconto che ha preso piede, non è l’attacco in sé, ma ciò che succede quando la maggioranza e la presidente del Consiglio scelgono di non restare sul terreno del “sì o no alle accise”.

La risposta, infatti, non si limita a spiegare perché non si taglia una tassa, ma prova a spostare la domanda più in alto e più indietro nel tempo: chi ha lasciato i conti pubblici in condizioni tali da rendere quasi impossibile qualsiasi taglio strutturale.

È la mossa classica dei governi sotto pressione su una promessa impopolare: trasformare la promessa in un problema di vincoli e trasformare i vincoli in un’eredità.

Nel mezzo, come spesso accade in aula, si inserisce il rumore.

Interruzioni, richiami, battute, microfoni che amplificano il conflitto più che le frasi.

E quando il rumore sale, non vince quasi mai chi ha l’argomento più preciso, ma chi trova la frase che buca il caos e si fa titolo.

La frase che domina questa sequenza è quella che ha già fatto il giro dei social: “Il giorno che mi faccio spiegare che cosa ho detto da un esponente del Movimento 5 Stelle, mi dimetto”.

Non è un ragionamento economico, è un gesto di potere.

Serve a ristabilire gerarchia, a dire “non accetto la vostra cornice”, a trasformare l’interruzione in un boomerang per chi interrompe.

È anche un modo per parlare a un pubblico esterno, quello che non segue la contabilità pubblica ma capisce perfettamente il linguaggio dell’autorità e della sfida.

Subito dopo, il confronto scivola su un altro piano, che nella clip viene presentato come un’accusa “morale” prima ancora che politica.

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Meloni imputa al M5S l’irresponsabilità di evocare scenari di guerra per raccogliere consenso, sostenendo che “far credere ai giovani italiani che andranno in guerra” sarebbe un modo per alimentare paura.

È un passaggio che trasforma il tema, perché sposta l’attenzione dal pieno di benzina alla sicurezza collettiva, e dal costo della vita alla percezione di un mondo instabile.

In quell’attimo l’aula non è più un luogo dove si discute di imposte indirette, ma un luogo dove ci si accusa reciprocamente di usare l’ansia come carburante elettorale.

Poi arriva la parte che, nel racconto viralizzato, viene definita “bomba”, cioè il ritorno ossessivo del tema Superbonus come spiegazione totale di quasi ogni difficoltà di bilancio.

Meloni pronuncia numeri fortissimi, parlando di “200 miliardi” e sostenendo che quelle risorse avrebbero potuto andare a sanità, pensioni e lavoro, mentre sarebbero state dirottate su ristrutturazioni che avrebbero favorito soprattutto una porzione limitata del patrimonio immobiliare.

Qui è indispensabile mettere un punto fermo, perché la discussione pubblica su queste cifre è spesso un campo di battaglia tra stime diverse, perimetri diversi e conteggi che includono o escludono voci differenti.

In altre parole, le cifre citate in aula e nelle clip vanno trattate per ciò che sono: dichiarazioni politiche, non automaticamente bilanci certificati in quel formato.

Ma in politica la precisione non è sempre l’obiettivo, e la funzione di un numero in un discorso non è soltanto informare, è colpire.

“Duecento miliardi” non è solo una quantità, è un’immagine mentale.

È un macigno buttato sul tavolo per dire: voi oggi mi accusate di non spendere, ma non posso spendere perché avete già impegnato il margine.

È qui che compare l’espressione “maschera di ferro” e poi l’etichetta più tagliente, la “faccia di bronzo”, che nella retorica parlamentare significa una cosa molto semplice: accusare chi ti accusa di non avere il diritto morale di farlo.

La dinamica diventa così una resa dei conti narrativa.

Il M5S prova a riportare la discussione sulla promessa tradita, cioè sul fatto che il taglio delle accise era stato evocato con forza e poi non realizzato.

La premier prova a chiudere la porta dicendo che la promessa non si misura nel vuoto, ma dentro un bilancio che porta il peso di scelte precedenti.

E mentre il Paese guarda, la questione tecnica delle accise si trasforma in un referendum sulla credibilità complessiva dei due campi.

Da un lato l’opposizione chiede coerenza e immediatezza, perché la benzina non aspetta i tempi della finanza pubblica.

Dall’altro lato il governo chiede comprensione dei vincoli, perché i vincoli non si abbattono con uno slogan.

Il risultato è che ogni frase si carica di un significato che va oltre il merito.

Quando Baldino parla di “amnesie” e di memoria dei cittadini, sta dicendo che la bugia non si cancella e che la distanza tra propaganda e governo è un tradimento.

Quando Meloni risponde con l’idea dell’eredità e del Superbonus, sta dicendo che l’irresponsabilità non è non tagliare oggi, ma aver speso ieri senza sostenibilità.

In questa contrapposizione, la contabilità pubblica diventa un’arma identitaria, non una disciplina.

Perché la contabilità, se davvero la fai, non serve a umiliare l’avversario, serve a scegliere cosa sacrificare.

E scegliere cosa sacrificare è la parte più impopolare della politica, quella che nessuno vuole rivendicare in un reel da trenta secondi.

È per questo che il dibattito si polarizza su “voi avete mentito” contro “voi avete bruciato le risorse”, perché entrambe le frasi permettono di evitare la domanda più scomoda: cosa si fa adesso, concretamente, per ridurre il prezzo alla pompa senza aprire un buco strutturale o senza spostare il peso altrove.

La verità è che tagliare un’imposta come l’accisa non è come premere un interruttore, perché bisogna decidere se compensare con altre entrate, con tagli di spesa, o con deficit, e ogni opzione ha una platea che paga e una platea che applaude.

In un’aula che cerca il titolo, però, la complessità è un fastidio.

E allora il discorso si riduce a una battaglia di reputazione: chi è più “serio” e chi è più “leggero”, chi difende i conti e chi compra consenso, chi lavora e chi improvvisa.

Quando Meloni accusa i 5 Stelle di leggerezza “pari” a quella con cui avrebbero gestito il bilancio dello Stato, lega due piani in una sola frase: politica estera e politica economica, paura e spesa, emergenza e conti.

È un trucco retorico efficace, perché crea l’impressione di un’unica colpa costante, sempre la stessa, declinata su ogni tema.

Ed è anche una semplificazione, perché la realtà dei conti pubblici italiani è fatta di decenni, di governi diversi, di shock esterni e di scelte stratificate, non di un solo capitolo.

Ma la politica, soprattutto in diretta, premia chi riesce a far sembrare complesso ciò che è semplice per lui, e semplice ciò che è complesso per gli altri.

Il motivo per cui questa sequenza viene percepita come “massacro” non è tanto la superiorità tecnica di una parte, quanto la capacità della premier di spostare la colpa dal presente al passato e, insieme, di spostare l’offesa dalla sua persona al suo ruolo.

Dire “mi dimetto” in quel modo non è una disponibilità reale a dimettersi, è una dichiarazione di non negoziabilità, un “non accetto lezioni” che risuona bene presso chi vuole vedere forza.

E l’espressione “faccia di bronzo” chiude simbolicamente la scena, perché consegna al pubblico una conclusione pronta: chi accusa è in realtà l’imputato.

Il rischio, però, è che tutta questa energia si consumi in teatro e non in soluzioni.

Perché il cittadino che paga la benzina non vive la politica come una competizione di colpi, la vive come un costo mensile.

E il cittadino che guarda l’aula in tumulto, con interruzioni e grida, spesso non si chiede chi abbia “vinto”, si chiede se qualcuno stia davvero risolvendo qualcosa.

La cosa più interessante, allora, non è stabilire chi abbia ragione in assoluto in questa scena, perché senza un’analisi completa delle misure e dei conti si rischia di fare lo stesso gioco della propaganda.

La cosa più interessante è capire perché entrambi i messaggi possano sembrare veri a pubblici diversi.

È vero che una promessa sul taglio delle accise, ripetuta e simbolica, se non realizzata produce sfiducia e rabbia.

Ed è anche vero che i vincoli di bilancio e le scelte passate, specialmente quelle molto costose, riducono lo spazio per nuovi interventi senza conseguenze.

Nel corto circuito italiano, però, queste due verità non dialogano, si accusano.

L’opposizione dice “avete tradito”, il governo dice “non posso perché avete bruciato tutto”, e intanto la benzina resta cara e la politica resta una guerra di cornici.

Se questa scena ha un effetto, è soprattutto comunicativo: rafforza l’immagine di Meloni come leader che non arretra e che respinge l’attacco trasformandolo in atto d’accusa.

E indebolisce, almeno in quel momento mediatico, l’efficacia dell’argomento M5S, perché lo costringe a difendersi su un terreno che non aveva scelto.

Ma la resa dei conti vera non avviene nell’aula e nemmeno nei video.

Avviene nei prossimi mesi, quando gli stessi cittadini che oggi ricordano le promesse e domani ricordano i debiti chiederanno una cosa sola: non chi ha urlato meglio, ma chi ha trovato un modo credibile per far pesare meno la vita reale.

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