Per mesi la narrazione è stata a senso unico: allarmi, paure, previsioni cupe.
Poi arrivano i numeri.
E quando parlano i numeri, l’ideologia comincia a vacillare.
A fine 2025, un fatto politico-mediatico rompe il copione che sembrava scritto da tempo.
Non è un comizio, non è una dichiarazione di Palazzo Chigi, non è una conferenza stampa della maggioranza.
È il Financial Times, uno dei quotidiani economico-finanziari più autorevoli al mondo, a cambiare improvvisamente il tono sul governo italiano guidato da Giorgia Meloni.
Un giornale britannico, osservatore esterno, privo di appartenenze emotive alla politica italiana, che guarda il Paese come un investitore guarda un bilancio.
E la fotografia che ne emerge è molto diversa da quella raccontata quotidianamente nel dibattito interno.
Secondo il Financial Times, l’Italia, spesso liquidata in passato come l’anello debole dell’Europa, si sta trasformando in una storia di successo economico.
Parole pesanti.
Parole che arrivano da fuori e che proprio per questo fanno più rumore di qualsiasi autocelebrazione governativa.
Nel panorama politico italiano, da mesi dominato da un racconto allarmista, questa presa di posizione agisce come una crepa improvvisa in un muro che sembrava solido.
L’opposizione parla di un Paese che va a rotoli, di un’economia al collasso, di un governo isolato e incapace.
All’estero, però, i numeri raccontano altro.
Il Financial Times non commenta slogan, ma dati.
Analizza la crescita del PIL, la tenuta dello spread, la fiducia dei mercati, il comportamento degli investitori istituzionali.
E conclude che l’Italia, sotto il governo Meloni, appare più stabile e più credibile di quanto venga descritta nei talk show nostrani.
Questo è il punto che destabilizza il dibattito.
Non si tratta di simpatia politica, ma di credibilità economica.
I mercati non votano, non tifano, non militano.
Osservano e decidono.
E la loro decisione, certificata da flussi di investimento e giudizi delle agenzie di rating, racconta un Paese che non è affatto allo sbando.
La disoccupazione scende al 6,1 per cento, un livello che non si vedeva da quasi vent’anni.
Il numero degli occupati raggiunge livelli record.
I contratti a tempo indeterminato aumentano, mentre quelli precari diminuiscono.
La partecipazione femminile al lavoro cresce come mai prima.
Lo spread resta contenuto, segnale di fiducia nei conti pubblici.
Tutti dati ufficiali, certificati da Istat, Eurostat, Banca d’Italia.
Quando Giorgia Meloni li cita, viene accusata di raccontare un Paese che non esiste.
Ma se quei numeri vengono letti da Londra, da New York o da Bruxelles, diventano improvvisamente una prova di affidabilità.
Qui nasce la frattura.
In Italia, il dibattito politico si è trasformato in una guerra di narrazioni.
A sinistra si sostiene che i dati siano falsati, che vadano “contestualizzati”, che nascondano una realtà sociale drammatica.
Il governo risponde che i numeri sono numeri, e che non possono essere diffamati solo perché non piacciono.
Il Financial Times entra in scena e, senza partecipare alla rissa ideologica, certifica che la traiettoria economica italiana è migliorata.
Questo non significa che tutto vada bene.
Ed è proprio qui che il discorso si fa più complesso e meno propagandistico.
Lo stesso racconto che riconosce i progressi macroeconomici non può ignorare il grande nodo irrisolto: i salari.
L’Italia continua ad avere stipendi bassi, spesso non all’altezza di un Paese del G7 e terza economia dell’Eurozona.
Il potere d’acquisto degli italiani è in calo da decenni.

Un problema strutturale che precede Meloni e che attraversa governi di destra e di sinistra.
Negli ultimi cinquant’anni, mentre l’economia globale cresceva, i salari italiani restavano indietro.
Un fallimento che chiama in causa anche il ruolo dei sindacati e della contrattazione collettiva.
Eppure, nel dibattito pubblico, questa complessità viene spesso sacrificata.
O tutto è un disastro, o tutto è un miracolo.
La realtà è più scomoda.
Ci sono indicatori macroeconomici positivi e una condizione microeconomica, quella delle famiglie, che resta fragile.
Il salario minimo diventa il simbolo di questa contraddizione.
Non è una battaglia ideologica, ma una questione di civiltà, presente in quasi tutte le grandi economie avanzate.
La sinistra lo ha promesso per anni senza mai realizzarlo.
Il governo Meloni lo evoca con l’idea dell’equa retribuzione, ma resta bloccato dalle resistenze interne alla maggioranza.
Intanto, il tempo passa.
Il Financial Times non entra in questi dettagli politici.
Guarda il quadro generale.
E nel quadro generale vede un’Italia che non spaventa più gli investitori, che dialoga con l’Europa, che ottiene margini di manovra sul PNRR, che non viene più considerata una mina vagante.
Questo giudizio esterno ha un effetto dirompente sul piano interno.
Perché smonta la narrazione emergenziale su cui l’opposizione ha costruito gran parte della sua critica.
Se l’Italia fosse davvero sull’orlo del baratro, i mercati se ne sarebbero già accorti.
Se il governo fosse isolato, le agenzie di rating non avrebbero confermato la fiducia.
Se la gestione economica fosse disastrosa, gli investimenti non aumenterebbero.
Il silenzio che segue queste evidenze è eloquente.
Nel dibattito politico italiano, quando i numeri non tornano utili, diventano improvvisamente sospetti.
Ma all’estero, i numeri contano più delle ideologie.
E questo mette in difficoltà chi ha costruito un racconto basato solo sulla paura.
Non significa che Giorgia Meloni abbia risolto tutti i problemi del Paese.
Significa che la realtà è più articolata di quanto venga raccontato.
Significa che si può criticare il governo senza negare l’evidenza dei dati.
Significa che si può riconoscere una stabilità economica pur denunciando le ingiustizie sociali ancora aperte.
Il vero nodo, oggi, è la credibilità.
Credibilità delle istituzioni.
Credibilità della politica.
Credibilità del racconto pubblico.
Quando un quotidiano come il Financial Times cambia tono, non lo fa per convenienza elettorale.
Lo fa perché qualcosa, nei numeri, è cambiato davvero.
E questo obbliga tutti, maggioranza e opposizione, a rivedere le proprie certezze.
La propaganda vive di slogan.
La realtà vive di dati.
E quando i dati parlano, anche l’ideologia più rumorosa è costretta a fare un passo indietro.
È qui che si gioca il vero scontro politico del futuro.
Non tra chi urla di più, ma tra chi sa leggere la realtà senza deformarla.
Perché di fronte ai numeri, gli slogan non bastano più.
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