Ci sono confronti televisivi che si consumano come routine, e altri che diventano un test di tenuta per un’intera narrazione pubblica.

La puntata in cui Mario Giordano incrocia Angelo Bonelli viene percepita da molti spettatori come appartenente alla seconda categoria, perché non si limita a contrapporre due opinioni, ma mette in discussione il modo stesso in cui la transizione ecologica viene raccontata in Italia.

Non è tanto il tema, ormai onnipresente, della lotta alle emissioni a rendere la serata esplosiva, quanto il cambio di inquadratura: dalle promesse di “aria pulita” ai costi materiali, sociali e geopolitici di certe scelte.

Quando questo slittamento riesce, il dibattito smette di essere un confronto tra “buoni” e “cattivi” e diventa un esercizio di realtà, spesso scomodo, spesso impopolare, quasi sempre polarizzante.

Lo studio di Rete 4, con le sue luci nette e il ritmo serrato tipico dei talk, è un ambiente che amplifica la dinamica dello scontro.

Giordano non è un moderatore neutrale, e non ha mai costruito la sua cifra sulla prudenza, ma sulla pressione, sull’incalzare, sul costringere l’ospite a rispondere dentro cornici scelte da lui.

Bonelli, dall’altra parte, porta addosso un ruolo simbolico: quello di chi rappresenta l’ambientalismo politico e, più in generale, la promessa che la “svolta verde” sia non solo necessaria, ma anche moralmente superiore.

È proprio la dimensione morale, più che quella tecnica, a rendere fragile la postura di un leader ecologista in uno scontro televisivo di quel tipo.

Sei tu, la vera Italia". La commovente lettera di Mario Giordano

Se l’avversario riesce a spostare la discussione dal “fine giusto” ai “mezzi sporchi”, il vantaggio etico si rovescia in un attimo e l’intero impianto comunicativo rischia di cedere.

Il punto di rottura, nel racconto di quella diretta, arriva quando il discorso sulla mobilità elettrica viene strappato dalla comfort zone dei numeri sulle emissioni e trascinato nella dimensione della filiera.

Non più solo auto, incentivi, colonnine e scadenze europee, ma materie prime, estrazione, catene di fornitura, dipendenze industriali, e soprattutto le implicazioni umane che spesso restano fuori dalla retorica.

È qui che Giordano gioca la carta più potente sul piano televisivo: l’immagine morale capovolta.

La transizione “pulita” viene associata, nel suo incalzare, a scenari di sfruttamento in Paesi lontani, con l’idea che ciò che appare virtuoso in Europa possa essere costruito su una sofferenza invisibile altrove.

Al di là di come si valutino i dettagli e le semplificazioni inevitabili di una trasmissione generalista, il punto comunicativo è evidente: se la sostenibilità diventa un racconto che ignora la filiera, allora smette di essere sostenibilità e diventa marketing.

Bonelli prova, secondo la percezione che molti hanno riportato, a rientrare nei binari consueti parlando di evoluzione tecnologica e di necessità storica della transizione.

Ma in un’arena come quella, “la tecnologia migliorerà” suona come un futuro indefinito contrapposto a un presente drammatico, e il futuro indefinito perde quasi sempre contro il presente raccontato con immagini forti.

La televisione, quando vuole, non premia chi ha ragione, premia chi riesce a rendere l’altro responsabile di una contraddizione che lo spettatore può capire in dieci secondi.

Il meccanismo è spietato, perché la complessità reale della transizione energetica richiede tempo, grafici, fonti, distinzioni tra casi, e nulla di tutto questo vive bene nel tempo televisivo della polemica.

Così il confronto si sposta rapidamente dai valori alle conseguenze, e dalle conseguenze ai costi.

Giordano insiste sulla dimensione sociale della trasformazione, cioè su chi paga e su chi può permettersi di adeguarsi, mentre chi resta indietro viene punito da regole, divieti, limitazioni, e in generale da un senso di esclusione.

È un argomento che attecchisce perché parla a un’esperienza quotidiana: il lavoro, l’auto usata, i tragitti obbligati, la periferia, le aree dove il trasporto pubblico non basta.

Quando il tema viene raccontato così, la transizione non appare più come un percorso collettivo, ma come una selezione economica, e questa percezione brucia qualsiasi narrazione edificante.

Bonelli, in quel momento, rischia di apparire prigioniero di un lessico da conferenza, mentre il suo interlocutore parla come se stesse facendo un processo in piazza.

È una differenza di registro che, in diretta, conta quasi quanto la differenza di contenuto.

Un altro passaggio cruciale, nell’eco mediatico dello scontro, riguarda l’industria e la geopolitica.

Quando si dice “elettrico” si dice anche “batterie”, e quando si dice “batterie” si dice competizione globale, capacità produttiva, dipendenze tecnologiche e peso dei grandi attori internazionali.

L’argomento, presentato in modo frontale, diventa una domanda semplice: stiamo salvando il pianeta o stiamo consegnando un pezzo della nostra sovranità industriale a chi controlla le filiere.

La domanda è volutamente binaria, e proprio per questo è televisivamente efficace, anche se la risposta reale sarebbe un “dipende” lungo dieci minuti.

In studio, però, il “dipende” non è una risposta, è una vulnerabilità.

E infatti il tema del “caso per caso”, che in politica pubblica è spesso corretto, in un’arena aggressiva suona come esitazione e viene letto come scappatoia.

La parola che torna, a caldo, nelle reazioni del pubblico è “imbarazzo”, e l’imbarazzo in tv è una moneta pesante.

Si vede, si sente, si incolla ai volti, e una volta che la regia lo inquadra, l’ospite deve fare uno sforzo enorme per riprendersi il controllo del frame.

Poi arriva il capitolo più sensibile, quello che in molte narrazioni viene presentato come “il sistema opaco”, cioè la questione dei fondi pubblici e del ruolo delle grandi aziende.

Qui occorre una premessa, perché la confusione è frequente: il PNRR è un contenitore ampio, con misure diverse e obiettivi diversi, e parlare di “miliardi” senza distinguere strumenti, bandi, destinatari e vincoli rischia di trasformare un tema serio in slogan.

Detto questo, il punto politico sollevato in trasmissione resta comprensibile e, per molti, urticante: se la transizione richiede incentivi, chi incassa davvero quei flussi di denaro, e con quali condizioni.

Se il cittadino sente solo la parte dei sacrifici e vede solo la parte dei benefici concentrati, la fiducia evapora, e con la fiducia evapora anche la disponibilità a cambiare abitudini.

È su questa frattura percettiva che Giordano costruisce l’accusa di ipocrisia: da una parte si chiede rigore alle famiglie, dall’altra si aprono canali di sostegno e investimento che appaiono come regali ai grandi attori industriali.

Bonelli, in questo quadro, finisce per essere rappresentato come il difensore di un impianto che promette giustizia climatica, ma che produce un trasferimento di costi e vantaggi difficilmente spiegabile in trenta secondi.

E quando non lo spieghi, in tv, sembra che non lo sappia.

Il cuore della puntata, quindi, non è una disputa su quanto sia urgente decarbonizzare, perché su questo anche il pubblico più scettico spesso riconosce la necessità di cambiare.

Il cuore della puntata è la domanda su come si cambia, con quale ritmo, con quali tutele, e soprattutto con quale onestà nel raccontare le zone grigie.

Un altro nodo che Giordano porta in superficie, e che amplifica ulteriormente la percezione di opacità, è quello del fine vita delle batterie.

Anche qui la questione reale è complessa, perché esistono filiere di riciclo che stanno crescendo, tecnologie diverse, capacità industriali in aumento e normative in evoluzione.

Ma la domanda televisiva non chiede complessità, chiede rassicurazione immediata, e se la rassicurazione non arriva, resta l’immagine di un futuro pieno di rifiuti difficili da gestire.

Il risultato, in termini di percezione pubblica, è un corto circuito: “pulito” non appare più pulito, ma solo spostato altrove.

Questo è il punto in cui lo storytelling ambientalista, come viene spesso inteso nei talk, mostra la sua fragilità.

Se la narrazione si limita a dire “è giusto, quindi si fa”, lascia scoperto il fianco a chi può rispondere “è sporco, quindi è falso”.

E tra “giusto” e “falso”, nel rumore mediatico, si perde l’unica cosa che servirebbe davvero: una discussione adulta su compromessi, priorità, tecnologie alternative, tempi realistici e protezioni sociali.

Giordano, da par suo, non cerca quella discussione adulta, perché il suo format mira alla frattura più che alla mediazione, e questo va detto con chiarezza.

Il suo obiettivo è far emergere una contraddizione percepibile, costringere l’ospite a reagire, e trasformare la reazione in prova che la contraddizione esiste.

Bonelli, invece, si trova a dover difendere non solo una linea politica, ma una narrazione complessiva, e questo lo espone al rischio di apparire rappresentante di un dogma.

Quando in tv ti appiccicano addosso la maschera del dogma, qualsiasi spiegazione suona come catechismo, e qualsiasi prudenza suona come omissione.

È in questo spazio che il pubblico percepisce “dati elusi”, anche quando, in realtà, la verità è spesso un’altra: i dati non sono elusi per malafede, ma perché non c’è tempo, e perché la domanda è posta in modo da rendere qualsiasi dato insufficiente.

Eppure la percezione conta, perché il talk show non è un’aula di verifica, è un’arena di impressioni.

La sintesi che molti spettatori portano a casa è brutale: il “verde” non regge le domande quando le domande non riguardano l’obiettivo, ma il prezzo umano e sociale del percorso.

Che questa sintesi sia completa o parziale, giusta o ingenerosa, è secondario rispetto al fatto che produce un effetto politico immediato: indebolisce la fiducia nelle élite della transizione e rafforza l’idea che dietro la sostenibilità ci sia un sistema di interessi.

Ed è proprio qui che la puntata diventa un evento mediatico, perché mette in scena una cosa che in Italia sta crescendo da anni: la fatica di credere alle grandi narrazioni morali quando la vita quotidiana racconta un’altra storia.

La lezione, se così la si vuole chiamare, non è che la transizione ecologica sia sbagliata o impossibile.

La lezione è che una transizione che pretende consenso deve accettare domande scomode, rispondere con trasparenza, ammettere le zone d’ombra e costruire protezioni credibili per chi rischia di restare indietro.

Altrimenti basterà sempre un conduttore capace di trasformare un dubbio in un’accusa, e un’accusa in un verdetto, perché la televisione, quando fiuta una crepa, non la ripara: la allarga finché diventa spettacolo.

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