Ci sono parole che in politica funzionano come sirene.
Le senti, ti voltano la testa, ti mettono addosso l’urgenza di scegliere una parte, anche quando non hai ancora capito di che cosa si stia parlando davvero.
“Libertà” è una di quelle parole.
È così potente che può reggere un comizio intero, una campagna elettorale, persino un governo.
Ed è così indeterminata che, se non la inchiodi a fatti verificabili, diventa un palloncino: grande, visibile, vuoto.
Il punto dello scontro fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, almeno nella forma in cui è stato rilanciato e discusso in queste ore, sta tutto qui.
Da una parte un’accusa netta, “state cancellando la libertà delle persone”.
Dall’altra una contro-mossa che non è un contro-attacco, ma una richiesta di precisione: “quali libertà, con quali provvedimenti”.
È una domanda semplice, e proprio per questo è difficile da eludere senza pagare un prezzo.
Perché la semplicità, in politica, è spesso un tribunale.

Quando ti chiedono “quale atto, quale norma, quale effetto”, non puoi più restare nel campo delle sensazioni condivise.
Devi scendere nel terreno scomodo dei dettagli, e i dettagli sono il luogo dove le narrazioni, se sono fragili, si rompono.
La scena si gioca quindi meno sul contenuto singolo e più sul metodo.
Meloni trasforma un’accusa ampia in un problema di prova.
Schlein, o chi per lei sostiene quella linea, è costretta a fare ciò che la politica spesso evita: definire.
Definire è rischioso, perché appena definisci apri la porta alla verifica.
E la verifica, oggi, ha un valore politico enorme, perché l’elettorato è saturo di parole e affamato di riscontri.
Nel discorso citato, Meloni aggiunge un secondo livello, ancora più strategico.
Non si limita a chiedere “quali libertà”, ma ribalta la cornice storica con un richiamo alla pandemia, sostenendo che le restrizioni più pesanti alla libertà sarebbero state votate anche da chi oggi accusa.
È una mossa che non dimostra automaticamente l’innocenza del governo attuale, ma sporca l’accusa avversaria di incoerenza.
In politica, l’incoerenza percepita è spesso più letale dell’errore tecnico.
Perché suggerisce che l’attacco non nasce da un principio, ma da convenienza.
A quel punto Meloni prova a intestarsi il monopolio semantico della parola “libertà”.
Parla di libertà di voto con il premierato, di libertà d’impresa con misure per le aziende, di libertà di scelta per le donne con politiche a sostegno del lavoro e della maternità.
È un passaggio cruciale, perché non sta difendendo singoli provvedimenti, sta ridefinendo l’intero campo da gioco.
Se “libertà” diventa per definizione ciò che fa il governo, allora l’accusa dell’opposizione rischia di suonare come una contraddizione in termini.
È una tecnica classica: appropriarsi della parola e costringere l’avversario a inseguire.
Quando poi Meloni richiama salario minimo, cuneo fiscale e finanziamento alla sanità, sta facendo un’altra operazione.
Sta spostando la discussione dalle libertà civili alle libertà materiali.
È un terreno dove il centrodestra contemporaneo si muove con più sicurezza comunicativa, perché può tradurre tutto in una domanda: “quanto ti resta in tasca”.
E quando l’asse diventa economico, l’opposizione rischia di essere incastrata nella difesa del passato di governo.
Perché il PD porta con sé un’eredità lunga e contraddittoria, fatta di scelte diverse in stagioni diverse, che possono essere richiamate come prova di occasioni mancate.
In altre parole, la domanda di Meloni non chiede solo “quali libertà”.
Chiede anche “perché dovremmo credere che vi stia a cuore adesso”.
È qui che il racconto di un “dibattito che si svuota” diventa plausibile come fenomeno mediatico.
Quando una parte usa un concetto enorme e l’altra lo riduce a una richiesta puntuale, la prima parte deve reagire subito con esempi altrettanto puntuali.
Se non lo fa, l’impressione che si crea è che l’accusa fosse più un gesto identitario che un’analisi.
E l’opinione pubblica, soprattutto quella non schierata, tende a premiare la parte che sembra chiedere “prove” invece che “fede”.
Naturalmente, c’è un punto che spesso si perde nella tifoseria.
Il fatto che un’accusa sia formulata in modo generico non significa automaticamente che sia falsa.
Significa che, così com’è, non è utile.
Non è utile per convincere chi non è già convinto.
Non è utile per orientare un dibattito serio.
E soprattutto non è utile per costruire una memoria pubblica verificabile, cioè una traccia che resti oltre le clip.
Se Schlein o il PD volessero rendere robusta l’accusa sulle libertà, dovrebbero scegliere una definizione operativa.
Per esempio, parlare di libertà come spazio di protesta e di dissenso.
Oppure parlare di libertà come tutela delle minoranze da discriminazioni istituzionali.
Oppure parlare di libertà come accesso equo ai diritti sociali, cioè sanità, scuola, lavoro, casa.
Ognuna di queste definizioni porta a un tipo diverso di prova e a un tipo diverso di conflitto.
E qui sta il problema politico di chi attacca.
Se scegli la libertà come dissenso, devi citare norme e prassi che limitano manifestazioni, raduni, forme di mobilitazione, e devi dimostrare che la limitazione non è proporzionata o non è necessaria.
Se scegli la libertà come diritti civili, devi indicare atti che incidono su famiglie, identità, riconoscimenti, accesso a servizi, e devi dimostrare un danno concreto.
Se scegli la libertà come diritti sociali, devi sostenere che alcune scelte di bilancio o di organizzazione riducono la libertà “reale” delle persone, ma devi anche accettare che l’avversario risponda con numeri e stanziamenti.
Nel discorso di Meloni, la richiesta “ditemi quali libertà” funziona anche perché molte critiche all’azione di governo sono, in effetti, disperse.
Ci sono critiche sull’immigrazione e sul trattamento delle ONG, che alcuni considerano una compressione di diritti e altri considerano una riaffermazione della sovranità e dell’ordine.
Ci sono critiche su sicurezza e ordine pubblico, dove il confine tra tutela e abuso è spesso oggetto di scontro politico prima ancora che giuridico.
Ci sono critiche su informazione e pluralismo, che però richiedono prove solide e non suggestioni, perché altrimenti si trasformano in propaganda speculare.
Ci sono critiche su lavoro e welfare, che parlano di libertà “dalla precarietà” e “dalla povertà”, ma che chiamano in causa decenni di scelte precedenti e quindi indeboliscono il dito puntato sul solo governo in carica.
La forza della domanda di Meloni, insomma, sta nel costringere l’opposizione a selezionare.
Selezionare significa rinunciare a una parte del proprio pubblico, perché ogni scelta di campo scontenta qualcuno.
Se parli solo di libertà civili, ti diranno che ignori stipendi e bollette.
Se parli solo di libertà materiali, ti diranno che riduci tutto all’economia e non vedi i diritti.
Se parli di libertà come dissenso, ti diranno che difendi il caos o giustifichi l’illegalità.
È un gioco crudele, ma è il gioco in cui la politica contemporanea vive.
E in questo gioco, chi governa ha un vantaggio: può presentare la propria linea come “concreta” e quella altrui come “evocativa”.
C’è però anche un limite nella mossa del governo.
Chiedere esempi è legittimo, ma non basta a chiudere il tema delle libertà.
Perché la libertà non è solo il divieto esplicito scritto in un articolo di legge.

La libertà è anche l’effetto combinato di norme, prassi amministrative, clima pubblico, linguaggio politico e priorità istituzionali.
Un Paese può formalmente “non vietare” e nello stesso tempo scoraggiare, marginalizzare, rendere più difficile.
È qui che la discussione si fa adulta, e proprio per questo tende a sparire dal formato social.
Perché richiede esempi concreti e richiede anche una teoria di che cosa intendiamo per libertà.
Meloni, nel discorso citato, tenta di chiudere con una frase massimalista, sostenendo che la libertà in Italia sarebbe stata limitata “solo dalla sinistra”.
È una frase politicamente efficace per il suo pubblico, ma storicamente e logicamente troppo assoluta per reggere un’analisi seria.
Le libertà possono essere limitate da governi di qualunque colore quando si inseguono emergenze, consenso, ordine, o semplicemente quando si sbaglia.
Il punto, quindi, non è stabilire una purezza morale, ma costruire un metodo di verifica.
Ed è esattamente la domanda finale che resta sospesa dopo questo scambio.
Quanto pesa un’accusa, oggi, se non è accompagnata da prove verificabili.
La risposta è scomoda per tutti, perché vale anche al contrario.
Anche chi governa non può cavarsela con la richiesta di esempi se poi, quando gli esempi arrivano, li liquida come “propaganda”.
Se vuoi imporre il metodo della precisione, devi accettare di essere giudicato con lo stesso metro.
Per l’opposizione, invece, la lezione è persino più netta.
Se vuoi usare la parola “libertà” contro un governo che prova a intestarsela, devi essere capace di farla diventare un fascicolo e non uno slogan.
Devi saper dire: questa norma, questo atto, questa circolare, questa scelta, questo effetto misurabile.
Solo così la politica smette di essere un derby di parole e diventa, finalmente, una contesa sui fatti.
E quando una contesa sui fatti inizia davvero, il pubblico non si “accende” subito come con l’indignazione.
Il pubblico, più lentamente, ricomincia a fidarsi.
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