C’è un momento, in certi talk show italiani, in cui capisci che il programma non sta più “ospitando” una persona, ma sta “gestendo” un problema.
È un cambio di temperatura che si avverte prima ancora delle parole, nel modo in cui la regia stringe sulle facce, nella postura degli altri ospiti, nel tono con cui viene pronunciato un nome che divide il pubblico in tifoserie.
Il caso di Roberto Vannacci, soprattutto da quando il suo profilo pubblico è diventato polarizzante, è uno dei più esposti a questo meccanismo, perché porta con sé una combinazione esplosiva di identità, istituzioni, controversie e mercato editoriale.
Ed è proprio qui che nasce l’accusa più ricorrente, rilanciata da video e commenti: “in studio la sentenza è già scritta”, “non è un confronto, è un processo”, “la RAI censura”, “le regole nuove sono un bavaglio elegante”.
Accuse pesanti, che vanno maneggiate con cautela, perché la censura è una parola precisa e grave, e usarla senza distinguere tra censura vera, gestione editoriale, scelte di scaletta e spettacolarizzazione del conflitto significa confondere le cause con gli effetti.

Ma c’è anche un fatto che non si può liquidare con sufficienza: oggi la televisione, soprattutto quella di prima fascia, non è più solo un luogo di discussione, è un’industria dell’attenzione, e l’attenzione si produce più facilmente con lo scontro che con l’ascolto.
Quando un personaggio viene percepito come “non addomesticabile”, il talk show tende a trasformarlo in un oggetto narrativo, e cioè in un simbolo da collocare dentro una storia già pronta.
In quella storia c’è quasi sempre un ruolo per l’imputato, un ruolo per l’accusa, un ruolo per la giuria, e un ruolo per il giudice che, almeno formalmente, dovrebbe garantire equilibrio.
Il problema è che il ritmo televisivo non somiglia al ritmo della comprensione, e la comprensione è lenta, mentre la diretta è veloce e affamata di momenti.
La sensazione di “processo in diretta” nasce spesso da una sequenza ripetuta, che non richiede alcun complotto per funzionare.
Si sceglie un ospite polarizzante perché alza l’audience e genera clip condivisibili.
Si costruisce una cornice morale, non solo politica, perché la morale produce reazioni più immediate della tecnica.
Si alza la densità di interruzioni, perché l’interruzione è un dispositivo di controllo del tempo e quindi del potere, e in un talk il potere coincide con chi decide quando un concetto è “abbastanza” e quando invece è “troppo”.
Si introduce il sarcasmo, perché il sarcasmo non confuta, ma delegittima, e delegittimare è più veloce che smontare un ragionamento con dati, fonti e contesto.
Infine si chiude il cerchio con una frase che suona ragionevole, tipo “non possiamo normalizzare certe idee”, che sposta la discussione dal merito al diritto di cittadinanza delle idee stesse.
Quando la discussione scivola su questo piano, il pubblico non ascolta più “che cosa stai dicendo”, ma decide “che tipo di persona sei”, e a quel punto il format ha già vinto la sua partita.
Il paradosso è che il talk show, nato per far parlare, finisce per misurare la capacità di resistere a una camera di compressione emotiva.
Chi riesce a restare calmo e a rilanciare sembra forte, chi si innervosisce sembra colpevole, e chi prova a spiegare troppo sembra sfuggente, perché la spiegazione lunga viene letta come giustificazione.
È un gioco che non premia necessariamente la verità, ma la performance.
Dentro questa dinamica, l’accusa di “censura” ha due facce, e confonderle è l’errore più comune.
La prima faccia è la censura in senso stretto, cioè un divieto imposto dall’alto che impedisce la diffusione di un contenuto o la presenza di una voce per ragioni politiche.
La seconda faccia è ciò che potremmo chiamare sterilizzazione comunicativa, cioè un insieme di scelte di conduzione e di montaggio della discussione che, pur lasciando formalmente parlare l’ospite, rendono difficile far arrivare un discorso completo al pubblico.
La sterilizzazione non è meno rilevante sul piano democratico, ma è diversa, perché non agisce con l’interdizione, agisce con il contesto.
Non ti impedisce di aprire bocca, ma fa in modo che ciò che dici appaia confuso, tronco, aggressivo o ridicolo.
È il motivo per cui chi la subisce spesso dice “mi hanno fatto parlare per non farmi parlare”, che suona contraddittorio ma descrive bene la sensazione.
Ora, questa dinamica non è una specialità esclusiva della RAI, perché la ritroviamo in molti talk di rete privata e in molti format digitali, dove la polarizzazione è carburante e l’algoritmo premia l’urto.
Ma nel servizio pubblico il tema diventa più sensibile, perché entra in gioco il canone e quindi un’aspettativa più forte di pluralismo, di qualità del contraddittorio e di neutralità istituzionale.
Ed è qui che si inserisce la questione delle “nuove regole”, spesso evocate come prova di un restringimento del perimetro del dicibile.
Senza citare documenti specifici non verificati in questa sede, si può però dire una cosa generale: ogni regolamento interno che nasce con l’obiettivo di ridurre aggressività, disinformazione e linguaggio d’odio può essere usato in due modi opposti.
Può essere usato come garanzia, cioè come cornice che impedisce al più forte di schiacciare il più debole.
Oppure può essere usato come arma, cioè come leva selettiva che colpisce alcuni toni e tollera altri, finendo per produrre un pluralismo solo apparente.
Il confine tra le due cose non sta nella nobiltà delle intenzioni, ma nella coerenza dell’applicazione e nella trasparenza dei criteri.
Quando un ospite come Vannacci entra in studio, porta con sé un elemento che rende tutto più difficile: non è solo un interlocutore politico, ma un segnale identitario.
Per alcuni è il simbolo di un’Italia che si sente zittita e che vuole reagire.
Per altri è il simbolo di un ritorno di idee considerate pericolose, retrograde o discriminanti.
Questa doppia proiezione trasforma ogni domanda in un test morale e ogni risposta in una trincea.
Il conduttore, anche quando è in buona fede, si trova allora schiacciato tra due rischi: apparire complice se lascia correre, oppure apparire inquisitore se incalza.
Il problema è che per evitare il primo rischio spesso si esagera nel secondo, e il talk scivola nel “tribunale”, perché in TV la severità è una forma di autoprotezione reputazionale.
Se io ti metto all’angolo, sto dicendo al mio pubblico “non vi sto tradendo”, e sto dicendo alla mia redazione “ho fatto il mio dovere”.
Ma fare il proprio dovere non significa umiliare l’ospite, significa ottenere risposte verificabili, ricostruire contesti, e distinguere tra opinioni, fatti, numeri e inferenze.
Il punto non è essere gentili, perché in democrazia si può essere durissimi.
Il punto è essere giusti, cioè usare lo stesso metro con tutti, non trasformare la conduzione in una gara di interruzioni, e non sostituire la confutazione con la smorfia.
C’è poi un aspetto spesso ignorato, che spiega perché la sensazione di “sentenza già scritta” attecchisca così facilmente.
Molti spettatori non guardano più il programma intero, ma vedono frammenti, e un frammento, per definizione, è un contesto amputato.

Se io vedo trenta secondi in cui un ospite viene interrotto tre volte, la mia mente conclude che tutto il blocco è stato così, anche se magari in altri minuti l’ospite ha parlato.
Se io vedo una battuta sarcastica del conduttore, la mia mente conclude che il conduttore “odiava” l’ospite, anche se magari prima aveva fatto domande corrette.
La politica della clip riduce la complessità a un istante simbolico, e l’istante simbolico viene poi usato come prova di una tesi più grande, tipo “non ci fanno parlare”.
Questa tesi si rafforza perché molte persone, fuori dalla TV, sperimentano davvero forme di autocensura sociale, soprattutto su temi identitari e polarizzanti.
Non serve credere a un grande regista occulto per riconoscere che la pressione del gruppo, sul lavoro o in famiglia, può spingere al silenzio.
E quando una persona vive questo nella propria quotidianità, è molto più incline a vedere nella TV la conferma di un clima generale.
Il punto delicato è che una percezione diffusa non equivale automaticamente a una regia centrale, ma equivale quasi sempre a un cambiamento culturale: più paura di essere etichettati, meno fiducia che il dissenso venga ascoltato, più incentivo a parlare solo tra simili.
Questo è un problema reale, e ignorarlo con arroganza è il modo migliore per ingrandirlo.
Arriviamo allora alla domanda che resta sospesa, quella che trasforma la polemica in questione democratica.
È ancora dibattito, o è già censura travestita da pluralismo.
La risposta non può essere assoluta, perché dipende da casi concreti e verificabili, e perché “censura” non è un sentimento ma un fatto dimostrabile.
Ma si può tracciare una linea di controllo molto chiara: se un talk show invita una voce controversa solo per produrre indignazione, interrompendola sistematicamente, riducendola a caricatura e impedendo qualsiasi ricostruzione completa, allora non sta offrendo pluralismo, sta monetizzando il conflitto.
E monetizzare il conflitto, nel servizio pubblico, è una scelta editoriale che dovrebbe essere spiegata e giustificata con più responsabilità di quanta se ne veda di solito.
D’altra parte, se un talk show lascia passare affermazioni non verificate senza contraddittorio, allora non sta offrendo pluralismo, sta offrendo propaganda.
Il pluralismo vero è più faticoso di entrambe le scorciatoie, perché richiede tempo, regole uguali per tutti, domande puntuali, e la pazienza di far finire un ragionamento prima di smontarlo.
Richiede anche una cosa che la TV teme, perché non fa share immediato: l’idea che lo spettatore sia adulto, e che non abbia bisogno di essere protetto con la derisione, ma guidato con la chiarezza.
Se c’è una crepa nel “muro mediatico”, non è un documento segreto, è il fatto che una parte crescente del pubblico percepisce il disprezzo e lo scambia per censura.
E quando la percezione di disprezzo diventa stabile, il pubblico scappa verso altri luoghi, spesso meno verificati, più urlati, più identitari, dove però almeno sente di non essere trattato come un problema da correggere.
La sfida, per la RAI e per chi fa informazione in prime time, non è scegliere tra permissivismo e inquisizione.
La sfida è ricostruire fiducia mostrando che si può essere rigorosi senza essere umilianti, duri senza essere caricaturali, pluralisti senza essere ingenui.
Perché se il talk show diventa un processo, non è detto che il condannato sia l’ospite.
Molto spesso il condannato, alla lunga, è la credibilità di chi conduce e l’idea stessa che la televisione pubblica sia davvero la casa di tutti.
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