In televisione lo scontro politico ha una regola non scritta: quando l’adrenalina supera l’argomento, la scena diventa il messaggio.

È in questa cornice che si inserisce la ricostruzione, circolata online in forma narrativa, di un faccia a faccia ad altissima tensione tra Matteo Renzi e Giorgia Meloni.

Il testo, per come viene condiviso, ha più il passo di una sceneggiatura che di un resoconto verificato minuto per minuto.

Eppure, proprio perché costruito come un duello “da prime time”, sta rimbalzando con forza: non tanto per i dettagli, quanto per il frame che impone, cioè Renzi come accusatore e Meloni come contro-attaccante che ribalta il tavolo.

La scena descritta è quella di uno studio che sembra un ring, con un tavolo di cristallo a fare da barriera simbolica più che da semplice elemento scenografico.

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Da un lato Renzi viene rappresentato nel suo registro più riconoscibile, rapido, sarcastico, martellante, con l’obiettivo di inchiodare l’avversaria a un’accusa-madre.

Dall’altro Meloni appare nella postura opposta, immobile e calcolatrice, come se stesse aspettando il momento esatto per trasformare l’attacco in un boomerang.

È un copione classico dei talk, ma qui il copione si nutre di due parole-chiave che in Italia fanno sempre scintille: “Quirinale” e “Costituzione”.

Secondo la narrazione, Renzi apre non sul merito di una singola misura economica, ma su una diagnosi politica: l’“ingordigia” di potere.

La scelta del termine non sarebbe casuale, perché “ingordigia” non descrive solo un progetto istituzionale, ma attribuisce un tratto morale, quasi caratteriale, alla premier.

In questo modo l’accusa smette di essere tecnica e diventa giudizio sulla persona, quindi più facile da capire, più facile da ricordare, più difficile da smontare con numeri e tabelle.

Il bersaglio indicato da Renzi, nella ricostruzione, è il premierato e ciò che questo potrebbe significare per l’equilibrio tra Palazzo Chigi e Colle.

Il messaggio sarebbe netto: la riforma non servirebbe a stabilizzare, ma a concentrare.

E il Quirinale, da garante, rischierebbe di diventare cornice, con un presidente trasformato in figura notarile, costretto a “firmare e tacere”.

Se questa è la linea d’attacco, la linea di difesa di Meloni nella stessa ricostruzione non è affatto difensiva, perché si fonda su un capovolgimento.

Meloni non accetterebbe di discutere l’accusa nel suo lessico morale, ma risponderebbe col lessico della legittimazione popolare.

Il terreno scelto sarebbe quello del “mandato”, della promessa di fine dei giochi di palazzo, del tema che più divide l’Italia: la distanza tra voto e governi.

È qui che lo scontro diventa un confronto tra due narrazioni identitarie: da una parte il timore dell’uomo solo al comando, dall’altra l’avversione verso il trasformismo e i ribaltoni.

La ricostruzione insiste sul momento in cui Meloni trasformerebbe Renzi da interlocutore a imputato, ricordandogli il referendum costituzionale perso e dipingendolo come simbolo di un potere che sopravvive anche senza consenso.

È una scelta retorica precisa: non rispondere solo all’argomento, ma screditare l’autorità morale di chi lo pronuncia.

In TV, questa mossa funziona perché sposta il giudizio da “ha ragione?” a “chi è autorizzato a dirlo?”.

Renzi, sempre nella scena narrata, tenterebbe allora la seconda via, quella dell’attacco sui risultati di governo.

Accise, immigrazione, sanità, potere d’acquisto, promesse non mantenute diventerebbero l’elenco implicito delle “prove” che la riforma sarebbe una distrazione.

La formula è efficace: se non risolvi l’ordinario, non ti do le chiavi per riscrivere lo straordinario.

A quel punto, la Meloni della ricostruzione sceglierebbe la risposta più tipica della comunicazione da leader in carica: contrapporre ai problemi un set di indicatori positivi e attribuire il resto alle eredità del passato.

Occupazione, spread, crescita relativa diventano il contro-racconto, mentre Renzi viene incasellato come “gufatore” interessato al fallimento altrui per tornare centrale.

Il dibattito, così, smette di essere su cosa prevede davvero la riforma e diventa un referendum emotivo su chi merita fiducia.

È qui che la “temperatura” dello scontro, almeno nel testo condiviso, cresce fino a diventare la sostanza stessa dell’evento.

Le frasi si stringono, i toni si alzano, le definizioni diventano marchi: “palude”, “intrighi”, “ricatto”, “feudo”, “capofazione”.

Sono parole progettate per produrre immagini immediate, perché in uno scontro televisivo la precisione perde quasi sempre contro la memorabilità.

E la memorabilità, in politica, è mezzo consenso.

L’elemento più interessante della ricostruzione non è chi “vince” a colpi di sarcasmo, ma come viene costruita la vittoria.

Meloni, nella scena, non punterebbe a convincere Renzi, ma a parlare sopra Renzi, direttamente al pubblico.

È la tecnica del “rompere la quarta parete” politica: io non sto discutendo con te, sto mostrando a casa chi sei.

Renzi, per contro, proverebbe a riportare tutto sul piano istituzionale, insistendo sui contrappesi e sulla fragilità della Repubblica parlamentare.

È una strategia razionale, ma spesso meno performante, perché i contrappesi sono un concetto e l’“ingordigia” è un’immagine.

E in TV le immagini vincono.

C’è poi una dinamica ulteriore, resa molto evidente dalla narrazione: entrambi cercano di incollare l’altro a un’etichetta permanente.

Renzi vuole incollare Meloni all’idea del potere assoluto.

Meloni vuole incollare Renzi all’idea del politico che conta più dei voti, che vive di palazzo, che si alimenta di instabilità.

Sono due etichette antagoniste, e proprio perché antagoniste parlano a pubblici diversi senza quasi mai sovrapporsi.

Il testo condiviso, infatti, sembra scritto per produrre una sensazione di “umiliazione pubblica”, con Renzi dipinto come isolato e Meloni come dominatrice della scena.

Ma l’umiliazione, in un talk, raramente coincide con una vittoria politica reale.

Coincide con il controllo del ritmo, con l’ultima parola, con la battuta che chiude, con l’immagine che resta dopo lo stacco.

Se l’obiettivo è quello, allora “alzarsi”, “guardare in camera”, “ignorare la replica” sono gesti più importanti di qualsiasi argomento.

Ed è proprio qui che bisogna distinguere tra politica e storytelling.

Una riforma come il premierato, nella realtà, vive di testi, articoli, equilibri, pareri, percorsi parlamentari, quorum e referendum.

In un racconto virale, invece, la riforma vive di una frase: “vuoi il Quirinale”.

E l’opposizione, invece di discutere clausole e conseguenze, si riduce a un sospetto morale: “vuoi tutto”.

Non è un caso se il pezzo narrativo insiste su parole assolute come “tutto”, “nulla”, “predatore”, “feudo”.

L’assoluto è più condivisibile del complesso, e la condivisione è la moneta del dibattito contemporaneo.

Resta però un fatto, al di là della teatralità: il tema del rapporto tra premierato e ruolo del presidente della Repubblica è davvero uno dei nodi più sensibili del confronto italiano.

È sensibile perché il Quirinale, nella storia recente, è stato percepito alternativamente come argine, come garanzia, come supplenza e, per alcuni, come intralcio.

Ogni riforma che sfiori anche solo indirettamente questo equilibrio tocca la parte più delicata del patto repubblicano, quella che non si vede ma regge tutto.

Ecco perché un politico come Renzi, nella ricostruzione, insiste nel dire che lì “si gioca la partita democratica”.

Ecco anche perché Meloni, nella stessa ricostruzione, insiste nel dire che lì “si chiude la stagione dei giochi”, cioè la stagione in cui le maggioranze cambiano senza passare dalle urne.

Se si guarda la vicenda come fenomeno mediatico, il punto non è stabilire chi abbia “ragione” nel ring, perché il ring è progettato per non risolvere nulla.

Il punto è capire l’utilità politica dello scontro.

Per Renzi, la cornice dell’“ingordigia” è un modo per rientrare nella partita nazionale con una bandiera chiara: difesa degli equilibri e denuncia della concentrazione del potere.

Per Meloni, la cornice del “mandato popolare” è un modo per trasformare una critica istituzionale in un attacco delle élite alla scelta degli elettori.

Sono due strategie di posizionamento, entrambe coerenti con i rispettivi personaggi pubblici.

E proprio perché coerenti, risultano credibili ai rispettivi pubblici, anche quando non entrano nel merito.

Il rischio, però, è che la discussione pubblica si riduca a questo, cioè a un duello tra cornici, mentre il testo della riforma, le garanzie, i contrappesi e i meccanismi di crisi restano materia per addetti ai lavori.

È un rischio serio, perché le riforme istituzionali non sono un talent show, e non dovrebbero essere decise sulla base di chi ha avuto la battuta migliore.

La sensazione che “nulla sarà più come prima”, che la narrazione attribuisce al dopo-scontro, è un effetto tipico dei racconti virali.

Nella realtà politica, invece, nulla cambia davvero in un istante, ma cambiano le percezioni, e le percezioni cambiano i rapporti di forza.

Se Meloni appare granitica e Renzi appare nervoso, quel frame diventa utile alla maggioranza.

Se invece il pubblico percepisce che l’accusa sul Quirinale è seria e rimane senza risposta puntuale, il frame diventa utile all’opposizione.

È una partita di immagini, e le immagini, oggi, decidono l’agenda più di quanto decidano le commissioni.

Alla fine, il valore di questa storia sta meno nella sua fedeltà documentale e più nella fotografia che offre del clima politico: iper-personalizzazione, moralizzazione dello scontro, istituzioni trasformate in slogan e talk show come campo di battaglia permanente.

In un Paese così, lo scontro Renzi-Meloni non è solo un litigio televisivo.

È un modo di intendere la democrazia come spettacolo, dove la forza non è la solidità dell’argomento, ma la capacità di far sembrare l’altro piccolo.

E finché il dibattito resterà in questa forma, ogni riforma verrà giudicata prima come gesto di potere e solo dopo, forse, come architettura istituzionale.

Il paradosso è che proprio le istituzioni, che richiedono freddezza e precisione, finiscono per essere discusse nel linguaggio più caldo e impreciso che abbiamo.

Ed è così che una parola come “ingordigia” può diventare più potente di un articolo di legge, e un sorriso gelido può contare più di una spiegazione completa.

In televisione, spesso, vince chi chiude la scena.

Nella Repubblica, però, dovrebbe vincere chi regge la complessità senza ridurla a uno slogan.

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