Ci sono crisi che si vedono, con conferenze stampa, vertici notturni e voti di fiducia, e poi ci sono crisi che si intuiscono, perché passano attraverso i palinsesti, le omissioni e le facce sempre più tese davanti alle telecamere.
Negli ultimi mesi, attorno a Giorgia Meloni, la seconda categoria ha iniziato a fare più rumore della prima.
Non è una guerra dichiarata, perché nessuno firma un comunicato con scritto “da oggi siamo nemici”, ma somiglia a un assedio fatto di piccoli colpi, di segnali, di messaggi recapitati in prima serata.
La sensazione, per chi osserva la macchina del potere italiano, è che il centrodestra stia vivendo una fase in cui il consenso non basta più, perché il vero terreno di scontro diventa il controllo del racconto.
In questo scenario, la partita non si gioca solo tra maggioranza e opposizione, ma dentro il perimetro stesso della maggioranza, tra interessi, identità e strategie divergenti.
Il caso più emblematico, per come è stato percepito dall’opinione pubblica, resta quello legato ai fuorionda di Andrea Giambruno.
Quella vicenda, al di là dei giudizi personali e morali, ha avuto un impatto politico perché ha mostrato una verità semplice: quando un grande gruppo televisivo decide di trasformare un dettaglio privato in un evento pubblico, sta esercitando potere, non solo informazione.
Che lo faccia per ragioni editoriali, per calcolo industriale o per dinamiche interne, è una questione che richiederebbe prove e documenti, ma l’effetto è stato immediato e misurabile: il confine tra alleato e soggetto autonomo si è fatto improvvisamente visibile.
Per anni, una parte dell’elettorato di centrodestra ha dato per scontato che Mediaset fosse, se non un megafono, almeno una cintura di protezione culturale.
Quando quella protezione appare meno affidabile, scatta un allarme politico, perché chi governa sa che il potere non è solo decidere, ma far accettare le decisioni.
E farle accettare significa anche evitare che ogni giorno, nella fascia più vista, si depositi un’ombra sulla tua credibilità.
Da qui nasce il racconto di una frattura tra Palazzo Chigi e Cologno Monzese che molti descrivono come “irreversibile”, anche se la politica italiana ha dimostrato più volte che l’irreversibile spesso dura fino al prossimo bisogno reciproco.
Ciò che conta, però, è il cambio di clima, perché in politica il clima è un asset, e quando cambia, cambia il comportamento di tutti gli attori intorno.
È in quel cambio di clima che alcuni commentatori inseriscono un altro elemento: la pressione sotterranea di Matteo Salvini.
Parlare di “fili mossi nell’ombra” è sempre comodo e sempre rischioso, perché può trasformarsi facilmente in una narrazione senza verifiche, ma una cosa è certa: Salvini ha un interesse strutturale a non lasciare che Meloni diventi l’unica proprietaria del campo del centrodestra.
Se la Premier consolida un rapporto privilegiato con il mondo moderato e con i grandi centri di influenza, il leader della Lega rischia di trovarsi confinato in una nicchia identitaria, rumorosa ma politicamente marginale.
Per evitarlo, a Salvini serve una cosa più delle dichiarazioni: serve che la leadership della coalizione torni ad apparire contendibile.
Non necessariamente per far cadere il governo, perché una caduta sarebbe un boomerang anche per lui, ma per costringere la Premier a negoziare, a rallentare, a concedere spazio e bandierine.
In questo tipo di equilibrio, l’arma più efficace non è una mozione, ma una percezione: far filtrare l’idea che Meloni sia forte nei numeri ma vulnerabile nella narrazione.
Ed è qui che Mediaset diventa un punto sensibile, perché può incidere sulla percezione del pubblico più trasversale, quello che non vive di politica militante ma di impressioni quotidiane.
La trasformazione dell’ecosistema Mediaset, del resto, è un tema reale e osservabile, anche senza costruirci sopra un romanzo di congiure.
Pier Silvio Berlusconi ha più volte indicato un orientamento aziendale che mira a un profilo più “centrale”, più compatibile con un mercato pubblicitario e finanziario che premia stabilità, moderazione e reputazione.
E quando un gruppo mediatico si riposiziona, inevitabilmente cambia anche la grammatica con cui tratta la politica.
Non significa automaticamente che “attacchi” il governo, ma significa che non lo considera più un’estensione naturale della propria identità.
In una fase di riposizionamento, perfino una scelta di scaletta, un titolo, un taglio di servizio, una presenza frequente di certi volti, può essere letta come un segnale.
L’arrivo e la centralità di figure televisive percepite come più trasversali, e la ricerca di un linguaggio meno identitario, contribuiscono a costruire un ambiente in cui il baricentro si sposta senza che nessuno lo dichiari.
In questo ambiente, una Forza Italia più istituzionale e “rassicurante” può tornare appetibile come interlocutore, soprattutto se il messaggio implicito diventa: la stabilità non è solo a Palazzo Chigi, è anche nel perimetro dei moderati.
Antonio Tajani, con il suo profilo europeo e governativo, beneficia di questa dinamica, perché può apparire come la continuità tranquilla dentro un quadro più agitato.
La conseguenza politica è che la coalizione non si spacca necessariamente sui voti, ma si spacca sulla regia della credibilità.

Meloni ha costruito la sua forza su due pilastri: identità e serietà, e quando uno dei due viene messo in discussione, anche solo per sfumatura, il danno non è immediato ma cumulativo.
Un governo può sopportare un caso mediatico isolato, ma soffre se ogni settimana deve rispondere a un nuovo tassello di racconto che lo descrive come opaco, divisivo o instabile.
È l’effetto goccia, quello che non fa esplodere il palazzo in un giorno, ma lo logora fino a renderlo più fragile in ogni trattativa.
Chi sostiene che Mediaset “spari” in prima serata descrive proprio questo: non un colpo mortale, ma una serie di piccole ferite che impediscono alla Premier di respirare politicamente.
Il punto, però, non è immaginare una cabina di regia segreta, perché spesso basta molto meno per produrre un risultato simile.
Basta che gli interessi si disallineino.
Basta che un gruppo mediatico voglia proteggere la propria traiettoria industriale, mentre un governo vuole massimizzare la propria traiettoria identitaria.
Basta che un alleato politico voglia evitare l’egemonia dell’altro e trovi conveniente alimentare, anche solo indirettamente, un clima di “equilibrio instabile”.
In politica, l’assenza di un patto esplicito vale quanto un attacco, perché chi governa vive anche di aspettative.
Se l’aspettativa era una sponda amica e la sponda diventa neutrale o critica, il risultato è percepito come tradimento, anche quando è solo autonomia.
Da qui nasce l’immagine del “cerchio d’assedio” attorno a Meloni, con la Premier costretta a difendersi su più fronti contemporaneamente.
C’è il fronte della gestione concreta, con dossier complessi come economia, migranti e politica estera, su cui ogni errore viene amplificato.
C’è il fronte interno, con alleati che possono scegliere di cooperare o di alzare il prezzo politico di ogni passaggio.
E c’è il fronte del racconto, dove ogni esitazione viene trasformata in incertezza, e ogni rigidità viene trasformata in estremismo.
In mezzo, la Premier rischia la trappola più classica: qualunque mossa può essere raccontata contro di lei.
Se attacca, diventa aggressiva e isolante.
Se tace, diventa debole e ricattabile.
Se media, diventa incoerente con l’immagine di leader che “non arretra”.

Per questo, in un contesto del genere, la risposta più razionale è spesso la più difficile: cambiare terreno di gioco.
Meloni potrebbe provare a riconquistare spazio non con lo scontro frontale, ma con una strategia di normalizzazione, costruendo un rapporto più diretto con i canali istituzionali, con i risultati amministrativi e con una comunicazione meno reattiva.
Ma la normalizzazione ha un costo, perché riduce l’adrenalina identitaria che ha portato al successo elettorale.
E senza adrenalina, la coalizione può diventare più gestibile, ma anche più tiepida, quindi più esposta a manovre interne.
Dall’altra parte, Salvini ha un incentivo opposto: mantenere alta la temperatura, perché in un centrodestra “freddo” il suo ruolo si riduce, mentre in un centrodestra “caldo” può tornare indispensabile.
È qui che la metafora della guerra silenziosa diventa utile, non perché ci sia un complotto dimostrato, ma perché descrive bene una competizione dove nessuno vuole prendersi la responsabilità di un’esplosione, e tutti vogliono il vantaggio di una pressione costante.
Il potere mediatico, in questo schema, non deve “rovesciare” un governo.
Gli basta rendere il governo più dipendente, più prudente, più attento a non perdere la fascia moderata.
E il potere politico interno alla coalizione non deve “uccidere” la leader.
Gli basta impedire che diventi intoccabile.
Questo è il punto in cui gli alleati possono iniziare a somigliarsi ai nemici, perché il loro obiettivo non è distruggere la casa comune, ma ridisegnarne le stanze.
La domanda vera, allora, non è se Meloni sia destinata a cadere, perché le maggioranze cadono di solito per numeri o per scandali, non per suggestioni.
La domanda vera è se Meloni rischi di diventare prigioniera di una difesa continua, cioè di un’agenda dettata dagli altri, giorno dopo giorno, tema dopo tema.
Un leader in difesa permanente può restare in piedi, ma perde capacità di iniziativa, e quando perdi iniziativa, perdi anche la possibilità di dettare il senso delle tue scelte.
È lì che un assedio diventa devastante, perché trasforma la politica da progetto a sopravvivenza.
Se davvero il centrodestra sta entrando in questa fase, il risultato più probabile non è una rottura immediata, ma una redistribuzione lenta del potere interno, con Forza Italia che recupera centralità e con la Lega che tenta di rialzare il prezzo della propria presenza.
In mezzo, Mediaset non sarebbe un “generale”, ma un territorio strategico, un luogo dove l’aria che tira si percepisce prima che arrivi nei comunicati ufficiali.
Alla fine, la regola resta antica: in Italia governa chi tiene insieme tre cose, i numeri in Parlamento, il rapporto con gli alleati e la credibilità nel racconto quotidiano.
Se una di queste tre gambe si indebolisce, non crolli subito, ma inizi a barcollare, e quando barcolli, tutti ti misurano, tutti ti testano, tutti provano a capire quanto puoi resistere.
È per questo che la “guerra silenziosa” di cui parlano certi video funziona come immagine, perché cattura un’ansia reale, quella di un potere che non è mai pienamente nelle mani di chi lo esercita formalmente.
Ma proprio perché l’immagine è potente, va maneggiata con attenzione, distinguendo ciò che è osservabile, come i cambi di tono e di posizionamento, da ciò che resta un’ipotesi, come l’esistenza di una regia unica e coordinata.
La politica, spesso, non ha bisogno di registi, perché gli interessi sanno coordinarsi da soli, senza una stanza segreta, solo seguendo la convenienza.
E la convenienza, oggi, dice che Meloni deve essere forte abbastanza da governare, ma non così forte da rendere irrilevanti gli altri.
Questo è il cerchio d’assedio, ed è anche la sua crudele semplicità.
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