Bastano pochi secondi, un frammento di video e un ritornello riconoscibile per trasformare un pomeriggio qualunque in una questione politica nazionale.
È accaduto a Genova, città medaglia d’oro per la Resistenza, dove al Winter Park del Luna Park una canzone associata all’immaginario del ventennio è stata diffusa come sottofondo di un autoscontro, tra luci, musica alta e famiglie in fila.
La scena, ripresa da uno dei presenti e pubblicata sui social, si è propagata con la velocità tipica delle indignazioni contemporanee, che non aspettano comunicati, non aspettano verifiche complete, e spesso arrivano prima ancora che gli organizzatori abbiano il tempo di capire cosa stia succedendo.
Nel video, il cittadino che riprende commenta con sarcasmo e poi con durezza, mentre il giostraio replica liquidando tutto con una frase che in queste vicende torna sempre uguale: “È solo una canzone”.
Ed è proprio quel “solo” che ha fatto esplodere la polemica, perché in Italia la memoria storica non è un accessorio, e Genova non è un luogo qualsiasi in cui testare l’ambiguità del folklore.
Per alcuni è stata una provocazione consapevole, un ammiccamento nostalgico messo lì dove fa più effetto, in un posto frequentato da bambini e ragazzi, nel contesto più innocente possibile.

Per altri è stata un’idiozia senza pensiero, la dimostrazione che l’irresponsabilità può assumere la forma della leggerezza, e che la leggerezza, quando tocca simboli tossici, smette di essere neutrale.
In mezzo c’è un fatto che resta: quella musica, in quel luogo, in quel momento, ha prodotto uno scontro non solo emotivo ma istituzionale, perché chiunque amministri una città non può permettersi di sottovalutare segnali che spaccano la comunità.
La sindaca Silvia Salis è intervenuta con parole durissime, definendo l’episodio di “gravità assoluta” e ricordando un dettaglio che pesa come piombo nelle discussioni pubbliche: la manifestazione, per la sua realizzazione, beneficia di contributi pubblici del Comune.
Il punto, qui, non è il gusto personale o la libertà di ascoltare ciò che si vuole in privato, ma la responsabilità di ciò che si diffonde in uno spazio collettivo, soprattutto quando lo spazio è pensato per minori e famiglie.
Salis ha detto in modo netto che a Genova non ci sarà mai spazio per nostalgie fasciste, e ha annunciato approfondimenti e valutazioni su tutte le azioni possibili, comprese eventuali sanzioni e un intervento sugli organizzatori perché escludano l’attrazione coinvolta.
Ha anche aggiunto una frase che, letta bene, racconta l’altro lato della vicenda: anche se non fosse stato dettato da una motivazione politica, resterebbe comunque un atto di profonda stupidità e irresponsabilità.
È una distinzione cruciale, perché non tutti gli scandali hanno dietro una regia, ma tutti gli scandali hanno effetti, e in politica spesso gli effetti contano più delle intenzioni.
Lo staff del Winter Park, tramite il portavoce, ha condannato l’accaduto e ha parlato di “errore esecrabile di un singolo”, promettendo provvedimenti ferrei e chiedendo che la responsabilità non ricada sull’intera categoria di lavoratori e famiglie coinvolte nella manifestazione.
Anche qui, la scelta delle parole è stata rivelatrice, perché “singolo” è la parola con cui si prova a circoscrivere il danno e a impedire che l’episodio diventi un marchio collettivo, un’etichetta che resta appiccicata a tutto l’evento.
Il problema è che, nell’era dei social, il danno non si circoscrive con una frase, perché la percezione pubblica non si muove con la stessa razionalità dei comunicati.
Quando un video diventa virale, l’evento smette di appartenere agli organizzatori e diventa materia di conflitto nazionale, con i commentatori che si dividono, i partiti che misurano le parole, e un pezzo di Paese che pretende condanne immediate.
Questo caso, inoltre, non nasce nel vuoto, perché nei giorni precedenti era circolato un episodio simile a Sanremo e, secondo quanto riportato, in altre città, alimentando l’idea di una “moda” inquietante che rimbalza tra attrazioni, feste e raduni.
La ripetizione è ciò che trasforma una singola bravata in un fenomeno percepito, e un fenomeno percepito diventa automaticamente questione politica, perché chi governa e chi amministra non può far finta di non vedere un pattern.
A Genova, poi, il contesto aggiunge strati di significato che altrove sarebbero meno esplosivi, perché parlare di fascismo, anche indirettamente, non è un tema astratto ma una ferita storica e identitaria.
Il punto più delicato, e quello che sta facendo discutere più di tutto, è la linea che separa la memoria dalla spettacolarizzazione, e la libertà dall’irresponsabilità.
C’è chi sostiene che vietare o reprimere questi episodi significhi dare loro più forza, trasformando la provocazione in martirio e regalando pubblicità a chi cerca attenzione.
C’è chi risponde che normalizzare simboli e canti del ventennio nello spazio pubblico significa spostare lentamente la soglia di ciò che è accettabile, e che la storia insegna quanto siano pericolosi i piccoli slittamenti.
In mezzo, come sempre, c’è la legge e c’è la prassi, che raramente combaciano con i desideri della folla.
In Italia esistono norme e giurisprudenza che riguardano l’apologia del fascismo e l’istigazione all’odio, con riferimenti che nel dibattito ricorrono spesso, dalla legge Scelba alla legge Mancino, e con interpretazioni che dipendono dal contesto, dall’intento e dalla capacità concreta di diffusione e propaganda.
Dire “è reato” in modo assoluto, come fa chi riprende nel video, è una reazione comprensibile sul piano emotivo, ma sul piano giuridico l’accertamento richiede valutazioni specifiche che spettano alle autorità competenti.
Quello che invece è immediato, e non ha bisogno di tribunali, è il giudizio civico su opportunità e responsabilità, perché un’organizzazione che ospita migliaia di persone ha il dovere minimo di evitare contenuti che dividono e feriscono.
Quando si parla di eventi sostenuti da risorse pubbliche, il dovere si alza di un livello, perché il cittadino non è solo spettatore, è anche contribuente.
È qui che la questione smette di essere “una canzone” e diventa una domanda politica: quali standard pretendiamo negli spazi finanziati, autorizzati o patrocinati dalle istituzioni.
Non è una domanda moralista, è una domanda amministrativa, perché le regole di un evento pubblico non servono a imporre un pensiero unico, servono a garantire che un luogo resti inclusivo e sicuro per tutti.
E sicurezza non significa soltanto assenza di violenza fisica, ma anche assenza di messaggi che possono essere percepiti come minaccia, come insulto implicito, come nostalgia di un regime che ha negato diritti e libertà.
In questa vicenda pesa anche la psicologia dei luoghi di divertimento, dove tutto è rapido, rumoroso e spesso gestito con superficialità, come se l’atmosfera da festa autorizzasse qualunque scelta purché “faccia casino”.
Ma la superficialità, quando incrocia simboli politici totalitari, non resta superficialità, perché diventa un gesto pubblico con conseguenze pubbliche.
Il paradosso è che il Luna Park, per definizione, è lo spazio dell’infanzia e dell’evasione, e proprio per questo l’accaduto viene percepito come più disturbante.

Non è successo in una sede di partito o in una piazza militante, dove il conflitto è previsto, ma in un luogo che dovrebbe essere neutro e leggero, dove un bambino non dovrebbe essere esposto a codici ideologici travestiti da intrattenimento.
Questa “intrusione” è ciò che ha acceso lo sconcerto, perché molti genovesi leggono quell’episodio come un tentativo di rendere normale ciò che normale non è.
La reazione della sindaca, in questo senso, ha un valore politico preciso, perché segnala che l’amministrazione non intende archiviare la cosa come un incidente di percorso.
Allo stesso tempo, l’intervento degli organizzatori mira a evitare un effetto domino che potrebbe travolgere l’intera manifestazione, con ricadute economiche e reputazionali su persone che non c’entrano nulla.
È una tensione reale e non finta, perché nelle città italiane gli eventi pubblici sono spesso un equilibrio fragile tra socialità, lavoro e identità civica.
Se l’episodio venisse percepito come tollerato, l’evento perderebbe legittimità.
Se l’episodio venisse gestito con una punizione collettiva indiscriminata, si produrrebbe un altro tipo di ingiustizia, e le ingiustizie alimentano altra rabbia.
Il compito delle istituzioni, dunque, è doppio: essere inflessibili sul messaggio e proporzionate sulle responsabilità, distinguendo tra chi ha scelto, chi ha permesso, chi avrebbe dovuto controllare, e quali misure siano realmente efficaci per evitare che accada di nuovo.
Un altro elemento che sta spaccando l’opinione pubblica è la richiesta di “condanna chiara e senza ambiguità” da parte di tutti i partiti cittadini.
È una richiesta che ha un senso, perché in Italia il non detto pesa quanto il detto, e i silenzi su questi temi vengono interpretati come complicità o calcolo.
Ma è anche una richiesta che mette a nudo un problema della politica contemporanea: l’incapacità di parlare in modo netto senza scivolare nella propaganda.
Condannare dovrebbe essere semplice, eppure spesso diventa una partita di posizionamento, con frasi misurate, parole limate, tempi scelti.
In questa esitazione si infilano le accuse più dure, perché la gente, davanti a simboli così pesanti, non chiede un’analisi, chiede una linea morale immediata.
E quando la linea morale non arriva, la percezione è che qualcuno stia facendo i conti con la convenienza.
La vicenda di Genova, in definitiva, racconta qualcosa di più ampio del singolo autoscontro e del singolo brano diffuso.
Racconta la fragilità della soglia pubblica, cioè il confine tra ciò che la comunità considera accettabile e ciò che considera un ritorno di fantasmi che non dovrebbero avere cittadinanza.
Racconta anche la crisi del “è solo”, quella formula che in Italia viene usata per minimizzare tutto, dall’insulto al simbolo, come se il contesto potesse cancellare la storia.
E racconta, infine, quanto la memoria sia ancora un campo di battaglia, perché basta un episodio apparentemente marginale per riaprire divisioni profonde e generare un caso che si trascina per giorni.
L’Italia non si spacca soltanto sulla canzone, si spacca sul significato della vigilanza democratica e sul valore della responsabilità quotidiana.
Per alcuni, vigilare significa non concedere neppure un centimetro a simboli del fascismo, soprattutto in luoghi pubblici e frequentati da minori.
Per altri, vigilare significa evitare isterie e lasciare che a parlare siano le regole, le autorità e i fatti, senza trasformare ogni episodio in una guerra civile culturale.
La realtà, come spesso accade, sta nel fatto che le due esigenze non si escludono, perché si può essere rigorosi senza essere isterici, e si può pretendere responsabilità senza trasformare tutto in un linciaggio.
Adesso la palla passa agli accertamenti, alle decisioni degli organizzatori e alle eventuali misure amministrative, con un dettaglio che non va dimenticato: ciò che conta, oltre alla punizione, è la prevenzione.
Se un evento pubblico può diventare teatro di messaggi nostalgici, allora vuol dire che i controlli sui contenuti diffusi sono insufficienti o inesistenti, e la soluzione non può essere soltanto lo scandalo del giorno dopo.
La risposta più seria è costruire regole chiare per chi opera in spazi autorizzati, con responsabilità esplicite e conseguenze proporzionate, perché la libertà non è assenza di limiti, è presenza di regole condivise.
A Genova, città orgogliosamente antifascista, questo episodio lascia un segno proprio perché avviene nel luogo sbagliato, al momento sbagliato, con il pubblico più sbagliato, quello che dovrebbe essere protetto da tutto ciò che trasforma il divertimento in propaganda.
E se è vero che bastano pochi secondi per accendere una miccia, è altrettanto vero che servirà molto più di un comunicato per spegnere l’idea che certi fantasmi stiano provando a rientrare dalla porta di servizio, quella dell’abitudine e della minimizzazione.
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