C’è un momento, nelle interviste ai grandi artisti, in cui la conversazione smette di parlare di cinema e comincia a parlare di Italia.
Non serve una dichiarazione clamorosa, a volte basta una pausa, un cambio di ritmo, una risposta che scivola via come sapone.
È su quel confine, sottile e modernissimo, che molti hanno letto l’ultima uscita pubblica attribuita a Paolo Sorrentino sul tema Giorgia Meloni.
Non tanto per ciò che avrebbe detto, quanto per il modo in cui avrebbe scelto di non dire, o di dire senza stringere mai davvero la presa.
Da qui nasce l’accusa, diventata virale, di un “regime del silenzio” nel mondo culturale italiano, una specie di codice non scritto che spingerebbe gli artisti a muoversi con prudenza quando il potere politico è quello “sbagliato”.
È una tesi che affascina perché è cinematografica, e infatti viene raccontata con gli stessi ingredienti del thriller: il nome proibito, il campo minato, la paura, la punizione invisibile.
Ma proprio perché è cinematografica, va trattata con la freddezza che il cinema spesso chiede allo spettatore quando la musica tenta di commuoverlo a comando.
La domanda vera non è se esista una cabina di regia occulta che decide chi lavora e chi no, perché su questo terreno le prove sono raramente all’altezza delle parole.

La domanda vera è più concreta e, per certi versi, più inquietante: in un ecosistema culturale fatto di reputazione, finanziamenti, festival, critica e reti professionali, quanto pesa l’autocensura anche senza un censore.
Perché l’autocensura è la forma di controllo più efficiente, dato che non lascia impronte digitali e non richiede nemmeno un ordine.
Se l’aria del tempo suggerisce che alcuni argomenti bruciano più di altri, molti imparano a non toccarli, e il risultato è identico a un divieto, pur senza il divieto.
In questo senso, l’episodio Sorrentino diventa un pretesto perfetto per far riemergere una frattura antica, quella tra “paese reale” e “salotti”, tra cultura percepita come élite e politica percepita come rivincita.
Ogni volta che un artista sembra prudente su un governo di destra, una parte di pubblico lo interpreta come prova di conformismo progressista.
Ogni volta che un artista critica quel governo, un’altra parte lo interpreta come coraggio civile.
Il paradosso è che la stessa frase, o la stessa non-frase, cambia valore a seconda di chi la ascolta, perché non stiamo valutando solo un contenuto ma un’appartenenza.
In questo clima, anche il confronto implicito tra Draghi e Meloni, che molti commentatori hanno trasformato in una prova di fedeltà ideologica, diventa un detonatore.
Draghi, per una parte dell’opinione pubblica, è il simbolo della competenza rassicurante e internazionale.
Meloni, per una parte dell’opinione pubblica, è il simbolo della politica identitaria che divide, e per un’altra parte è il simbolo dell’outsider che “finalmente” governa.
Quando un artista si muove tra questi simboli, qualunque preferenza suona come schieramento, e qualunque esitazione suona come paura.
È qui che la vicenda si fa interessante, perché ci obbliga a guardare non tanto a Sorrentino in quanto individuo, ma al meccanismo con cui trasformiamo gli artisti in oracoli.
Chiediamo a un regista di spiegare l’economia, la morale pubblica, la geopolitica e persino “il paese”, e poi ci scandalizziamo se prova a uscirne vivo.
Un’intervista, però, non è un atto notarile, e l’arte non è un comizio, anche quando l’artista ha idee forti e le esprime.
La cultura italiana vive da decenni una tensione irrisolta tra due aspettative opposte: da un lato l’artista deve essere libero, dall’altro deve essere anche utile, cioè deve “stare dalla parte giusta”.
Questa pretesa di utilità morale non nasce ieri, e non serve tirare in ballo complotti esterni per riconoscerlo.
Nasce dal modo in cui in Italia si è stratificata l’idea di intellettuale come coscienza critica della nazione.
È un’idea nobile, ma diventa tossica quando si trasforma in badge di accesso: se non parli come noi, non sei davvero un intellettuale.
Quando questa logica si combina con un settore che, in parte, vive anche di sostegno pubblico e di intermediazioni istituzionali, la percezione del “pizzo ideologico” trova terreno fertile.
Non perché ci sia necessariamente un padrino che telefona, ma perché i sistemi culturali funzionano per incentivi e disincentivi, spesso informali.
Un festival seleziona, una giuria premia, un critico orienta, un produttore valuta il rischio reputazionale, un editore decide dove investire, e ognuno di questi passaggi può essere influenzato da mode, reti, timori e convenienze.
Il punto non è demonizzare questi attori, perché senza selezione non esiste nemmeno un ecosistema culturale.
Il punto è riconoscere che la selezione diventa arbitrio quando i criteri estetici vengono sostituiti da criteri identitari.
Ed è in quel momento che la libertà artistica non viene vietata, ma viene resa costosa.
Molti hanno esteso questo ragionamento ad altri nomi popolari, come Checco Zalone, leggendo nelle battute e nelle reticenze il segnale di un equilibrio obbligato.
Anche qui, la tentazione è quella di trasformare la prudenza in prova, come se ogni esitazione fosse automaticamente paura.
Ma la prudenza può essere anche stanchezza, può essere disinteresse, può essere rifiuto del gioco mediatico che riduce tutto a “sei con noi o contro di noi”.
Il problema è che, nel nostro dibattito pubblico, il rifiuto del gioco viene interpretato come colpa.
Se non ti pronunci, sei complice.
Se ti pronunci, sei venduto.
Se ti pronunci con cautela, sei terrorizzato.

Questa logica è una trappola perfetta, perché rende impossibile una posizione adulta, cioè una posizione che ammetta complessità senza trasformarla in nebbia opportunista.
A rendere la trappola ancora più stretta interviene l’ecosistema digitale, che premia il frammento e punisce il contesto.
Un’intervista lunga viene scomposta in clip, una pausa diventa “micro-segnale”, una smorfia diventa “prova”, e la psicoanalisi da divano prende il posto del contenuto.
È un meccanismo che funziona benissimo per creare engagement e malissimo per capire.
E infatti il racconto che dipinge Sorrentino come un gigante ridotto a scolaretto davanti alla preside dice più sul nostro desiderio di romanzo che sulla realtà verificabile dei rapporti di potere nel cinema.
Ciò non significa che il tema sia inventato, significa che va trattato con strumenti seri, non con la lente dell’inquisizione emozionale.
Se davvero vogliamo discutere di libertà culturale, bisogna guardare ai dati strutturali: come si finanzia il cinema, come si distribuiscono i rischi, chi controlla i canali di visibilità, quali sono le condizioni materiali per lavorare.
La libertà non è solo diritto astratto, è anche infrastruttura, e senza infrastruttura il diritto resta un manifesto.
In Italia, il rapporto tra cultura e politica è sempre stato ambiguo, perché la cultura chiede autonomia ma spesso dipende da decisioni pubbliche, dirette o indirette.
Questo genera inevitabilmente un sospetto reciproco: gli artisti temono l’ingerenza, i politici temono di finanziare chi li disprezza, il pubblico teme che tutto sia una partita tra caste.
Dentro questa triangolazione, ogni frase su Meloni o su Draghi viene letta come segnale di appartenenza, non come opinione contingente.
E allora l’intervista diventa un referendum, e il referendum pretende fedeltà, non pensiero.
A complicare ulteriormente le cose c’è l’uso strumentale dei numeri economici come arma narrativa.
Si cita lo spread per santificare o demolire un governo, come se fosse un voto morale e non un indicatore influenzato da contesti internazionali, politiche monetarie, aspettative dei mercati e dinamiche europee.
Si cita la crescita o l’occupazione come prova assoluta di bontà o malvagità, ignorando che molte variabili sono ereditarie, cioè dipendono da cicli e scelte precedenti.
In questa guerra di simboli, l’artista che prova a dire qualcosa rischia di essere usato come trofeo: se elogia Draghi è “servo dei salotti”, se non condanna Meloni è “sdoganatore”.
Qualunque parola diventa munizione, e chi crea opere finisce per essere trattato come un deputato non eletto.
La verità che fa male, se vogliamo chiamarla così, è che l’Italia sta perdendo la capacità di separare tre piani che andrebbero distinti: il giudizio estetico su un’opera, la valutazione morale di un artista, e l’utilità politica di una dichiarazione.
Quando questi piani collassano, l’arte smette di essere spazio di ambiguità e diventa spazio di allineamento.
E l’ambiguità, in arte, non è codardia, è spesso profondità, perché racconta esseri umani che non sono mai monocolore.
Se tutto deve essere dichiarazione, allora l’opera non respira, e resta soltanto la postura.
Non è un caso che il discorso pubblico sia pieno di parole come “élite”, “pensiero unico”, “censura”, “sistema”, perché sono concetti che spiegano tutto senza dover dimostrare troppo.
Sono categorie comode, e proprio per questo vanno maneggiate con cura, perché possono descrivere dinamiche reali ma possono anche trasformarsi in scorciatoie paranoiche.
La critica legittima al conformismo culturale non dovrebbe scivolare nella fantasia di una regia unica onnipotente, perché le società moderne sono più caotiche e più banali di così.
Molto spesso non c’è un complotto, c’è un incentivo.
E un incentivo ripetuto per anni può produrre lo stesso effetto di un ordine, con la differenza che nessuno se ne assume la responsabilità.
Se la vicenda Sorrentino ha un merito, è quello di aver riaperto questa discussione con forza, costringendo molti a esporsi.
C’è chi difende il regista e dice che pretendere da lui una sentenza politica sia una forma di bullismo mediatico.
C’è chi lo attacca e dice che la vaghezza sia complicità con un establishment culturale che seleziona sempre gli stessi e premia sempre le stesse sensibilità.
C’è chi, più semplicemente, vede in tutto questo l’ennesima dimostrazione che in Italia non riusciamo più a parlare di politica senza trasformarla in guerra civile simbolica.
In questa guerra civile simbolica, ogni intervista diventa processo e ogni processo diventa spettacolo.
E lo spettacolo, inevitabilmente, chiede un colpevole, perché senza colpevole non c’è climax.

Ma se vogliamo davvero più libertà nella cultura, la soluzione non è cercare colpevoli nel linguaggio del sospetto, bensì costruire regole e pratiche che riducano la dipendenza da reti chiuse e aumentino il pluralismo reale.
Il pluralismo non è avere due tifoserie che si insultano, è avere più possibilità concrete di produrre, distribuire, criticare e far circolare opere senza dover chiedere il permesso a una sola tribù.
Ed è qui che la questione torna politica nel senso più serio: non chi ha detto cosa su Meloni, ma come rendere l’ecosistema culturale meno fragile, meno ricattabile, meno prigioniero del reputazionalismo.
Perché quando un settore vive nell’ansia di essere “cancellato”, finisce per diventare conformista anche quando si proclama ribelle.
E quando un settore vive nell’ansia di essere “strumentalizzato”, finisce per diventare evasivo anche quando avrebbe cose intelligenti da dire.
La frase, o la non-frase, attribuita a Sorrentino ha acceso la miccia perché tocca un nervo scoperto: l’idea che l’Italia sia un paese dove parlare costa.
Non sempre costa in tribunale, non sempre costa in censura formale, ma spesso costa in relazioni, in opportunità, in accessi, in inviti, in premi, in narrazioni.
Questo costo è reale anche quando non è codificato, ed è proprio per questo che è difficile da discutere senza scadere nella caricatura.
La sfida, allora, non è decidere se Sorrentino “ha paura” o “è furbo”, perché questa psicologia da telespettatore non cambia nulla.
La sfida è pretendere che la cultura torni a essere un luogo dove si può sbagliare senza essere sepolti, dissentire senza essere scomunicati, parlare senza dover recitare una parte.
Se non facciamo questo salto, continueremo a interpretare le pause come confessioni e le interviste come interrogatori, e a quel punto non servirà più nessun censore, perché ci penseremo da soli.
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