C’è un tipo di video che non informa, ipnotizza.

Entra con un sussurro, ti promette un “retroscena”, e in pochi minuti ti convince che tutto stia per crollare.

La storia del “taccuino nero” attribuito a Roberto Vannacci appartiene esattamente a questo genere narrativo.

È costruita come un thriller, ma pretende di essere cronaca.

È il punto in cui l’emozione prende il posto delle prove e la suggestione prende il posto dei fatti.

Nel racconto virale, Vannacci non sarebbe solo un autore o un personaggio politico-mediatico, ma una specie di detonatore istituzionale.

Si parla di documenti distrutti, di dossier segreti, di nomi pronti a essere “letti ad alta voce”, di panico nei palazzi, di aziende strategiche e perfino di un Quirinale dipinto come epicentro di un complotto.

È materiale ad alto voltaggio, ed è proprio per questo che va trattato con una regola semplice: ciò che è straordinario richiede verifiche straordinarie.

Quando un contenuto accusa persone e istituzioni di reati gravissimi senza portare riscontri controllabili, non sta “rivelando”, sta insinuando.

Roberto Vannacci: Phe cánh hữu Ý ve vãn tướng quân và tác giả tai tiếng | STERN.de

E l’insinuazione è una tecnica potentissima, perché ti lascia addosso una sensazione anche se non ti ha dato una prova.

La prima cosa da chiarire, dunque, è che un testo del genere non può essere letto come se fosse un verbale o un atto giudiziario.

È un copione persuasivo, progettato per creare un clima.

Quel clima è fatto di parole chiave ripetute come mantra: “documenti”, “nomi”, “prove”, “countdown”, “crollo”, “paura”, “dossier”.

Sono parole che simulano precisione, ma non la sostituiscono.

Il meccanismo è antico: ti prometto dettagli definitivi, ma li rimando sempre al “prossimo video”, alla “prossima puntata”, alla “prossima rivelazione”.

Nel frattempo ti chiedo fiducia, iscrizione, condivisione, appartenenza.

Il secondo elemento, ancora più delicato, riguarda i bersagli scelti dal racconto.

Quando si tirano in ballo il Presidente della Repubblica, ministri, aziende partecipate o strategiche e si suggeriscono “brindisi”, “mercanti d’armi”, “sparizioni di miliardi” e “distruzione di documenti”, si entra nel territorio delle accuse fattuali e potenzialmente diffamatorie.

In quello spazio, la responsabilità non è un optional, perché le parole possono fare danni reali.

Possono delegittimare istituzioni, colpire reputazioni, influenzare mercati, alimentare ostilità sociale e minare la fiducia pubblica.

E possono farlo anche se sono false o indimostrate, perché l’impatto emotivo arriva prima della smentita.

È il motivo per cui, quando si parla di “prove” e “nomi”, la domanda corretta non è “quanto è grave”, ma “dove sono”.

Dove sono i documenti consultabili.

Dove sono gli atti ufficiali, le fonti primarie, le conferme indipendenti, le contestualizzazioni che rendono verificabile un’accusa.

Se la risposta è un’altra metafora, un altro tono drammatico o un altro “fidati”, allora non siamo nel campo dell’inchiesta, ma della propaganda.

Il terzo elemento è la struttura cinematografica del racconto, che alterna palazzo e sotterranei, luci e ombre, sorrisi in tv e distruzione di carte dietro le quinte.

Questa alternanza serve a creare l’illusione di una regia nascosta.

La regia nascosta è una scorciatoia psicologica, perché trasforma la complessità in un colpevole unico.

Invece di spiegare come funzionano appalti, controlli, catene decisionali, organismi di vigilanza, responsabilità amministrative e giudiziarie, il racconto ti offre un’immagine più facile: “stanno coprendo tutto”.

È una narrazione che funziona anche senza fatti, perché qualunque assenza di prove diventa essa stessa “prova del complotto”.

È una trappola logica che si autoalimenta.

Nội dung cuốn sách của Roberto Vannacci, người được bầu vào Nghị viện châu Âu năm 2024 với đảng Liên minh, có tựa đề: "Gia đình cầu vồng không phải là điều bình thường" - Corriere.it

Poi c’è la scelta di parole come “Gladio 2.0”, che richiama un trauma storico reale per dare credibilità a una costruzione nuova e indimostrata.

È una tecnica di prestito emotivo: prendo un simbolo potente del passato e lo uso come cornice per il presente.

Così non devo dimostrare, devo evocare.

Il pubblico, una volta evocato, completa da solo ciò che non viene detto.

Questo è il cuore della comunicazione cospirazionista: non riempie i buchi, li sfrutta.

Un altro punto chiave è l’uso di aziende e luoghi reali come scenografia narrativa.

Nominare Leonardo, ENI, Libia, contratti, droni, commesse e “miliardi” produce un effetto di concretezza.

Ma la concretezza vera, in un’inchiesta seria, è fatta di date verificabili, documenti accessibili, percorsi del denaro ricostruiti, responsabilità attribuite con criteri e possibilità di replica.

Un elenco di suggestioni, invece, è solo un modo di far sembrare vero ciò che non è dimostrato.

Ed è qui che si capisce il punto centrale: questi contenuti non cercano trasparenza, cercano adesione.

Vogliono che tu senta di essere tra i pochi che “hanno capito”.

Ti offrono la gratificazione di stare dalla parte della verità contro la massa ingenua.

È una gratificazione emotiva fortissima, soprattutto in un periodo in cui molte persone si sentono tradite, impoverite o ignorate.

Quando la fiducia nel sistema è bassa, qualunque racconto di corruzione totale trova terreno fertile.

Eppure, proprio perché il terreno è fertile, servono strumenti di igiene informativa più severi del solito.

Se davvero esistessero prove di reati gravi nella gestione della Difesa o nelle filiere industriali, il canale corretto non sarebbe un monologo apocalittico.

Sarebbero esposti circostanziati, procure competenti, Corte dei conti, organismi di controllo parlamentare, audit, atti formali e possibilità di contraddittorio.

Le istituzioni possono essere lente, imperfette, persino fallibili, ma la differenza tra denuncia e insinuazione resta decisiva.

La denuncia circostanzia e si assume la responsabilità della verificabilità.

L’insinuazione colpisce e si nasconde dietro l’ambiguità.

C’è poi un ulteriore aspetto che rende questi testi contagiosi: la fusione di linguaggio “popolare” e riferimenti “alti”.

Passare dal buffet di provincia al Quirinale, dai “mercanti d’armi” ai mercati finanziari, dagli “analisti” alle “stanze segrete”, serve a dare l’idea che tutto sia collegato.

“È tutto collegato” è la frase implicita più seducente, perché ti fa sentire che finalmente il caos ha una spiegazione.

Ma il mondo reale non funziona così spesso, e quando lo fa richiede prove, non solo collegamenti narrativi.

Un racconto può essere coerente e falso allo stesso tempo.

La coerenza è una proprietà della scrittura, non della realtà.

In una democrazia, la realtà pubblica non si fonda sul carisma del narratore, ma sulla controllabilità delle affermazioni.

È anche importante ricordare che evocare “nomi” senza farli, o prometterli “tra poco”, è un trucco per mantenere tensione senza esporsi a verifiche.

Se fai nomi, devi portare elementi.

Se non li fai, puoi restare in una zona grigia che massimizza l’impatto e minimizza la responsabilità.

E nel frattempo, però, l’ombra gettata su intere istituzioni resta nell’aria.

Questo è uno dei danni più subdoli: non serve convincere tutti, basta intossicare il clima.

Quando il clima è intossicato, ogni smentita diventa “copertura” e ogni silenzio diventa “conferma”.

La comunicazione si trasforma in guerra di percezioni, e la verità diventa un accessorio.

Se si vuole davvero parlare di trasparenza in Difesa e nelle industrie strategiche, esistono domande serie che meritano spazio.

Quanto costa un programma, quali sono i criteri di scelta, quali benefici industriali rientrano nel Paese, come si gestiscono le esportazioni, quali controlli anti-corruzione sono attivi, quali conflitti d’interesse vengono prevenuti.

Queste domande sono complesse, ma sono l’unico modo per proteggere sia la sicurezza nazionale sia i soldi pubblici.

Sostituirle con un racconto di “crollo imminente” può fare audience, ma non produce controllo democratico.

Produce solo sfiducia indiscriminata, che è il carburante perfetto per chi vuole il caos.

Nel frattempo, chi viene chiamato in causa senza prova subisce un processo mediatico senza garanzie.

E anche questo è un tema democratico, perché lo Stato di diritto non serve solo a punire i colpevoli, serve a non distruggere gli innocenti.

Il risultato di queste narrazioni è spesso paradossale: si dice di combattere un sistema opaco, ma si finisce per rendere più opaca la discussione pubblica.

Si sostituisce la verifica con l’indignazione e la responsabilità con il sospetto permanente.

La verità, invece, quando arriva, raramente ha bisogno di trombe apocalittiche.

Di solito arriva con documenti, firme, date, riscontri e lavoro paziente.

Questo non significa che i sistemi di potere siano sempre puliti o che le istituzioni siano immuni da scandali.

Significa che accusare richiede rigore, perché il rigore è l’unica arma che non si ritorce contro chi la usa.

Perciò, davanti a un testo che parla di “prove esplosive” e “nomi coinvolti” ma non offre elementi verificabili, l’atteggiamento più adulto non è l’entusiasmo né il disprezzo.

È la sospensione del giudizio fino alla comparsa di riscontri controllabili.

È pretendere fonti, contesto e responsabilità.

È distinguere tra indignazione legittima e manipolazione emotiva.

Il silenzio evocato da questi racconti non è il rumore di un sistema che trattiene il fiato.

Molto più spesso è il rumore di un algoritmo che sta lavorando, perché l’ansia trattiene l’attenzione meglio di qualunque notizia.

E quando l’attenzione diventa il premio, la realtà diventa solo una comparsa.

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