In Toscana il fine vita è tornato a essere molto più di un tema etico, perché si è trasformato in un test di potere istituzionale, di tecnica legislativa e di fiducia tra cittadini e politica.

Il presidente Eugenio Giani difende la legge regionale come un atto di “attuazione” della cornice tracciata dalla Corte costituzionale, mentre una parte del dibattito la descrive con parole opposte, parlando di testo “cucito su misura” e di forzatura politica.

La frattura non riguarda soltanto gli avversari, perché attraversa anche il campo progressista e agita il Partito Democratico, dove sensibilità diverse sul fine vita e sulla strategia istituzionale si sovrappongono senza più restare sotto traccia.

Al centro della controversia c’è una domanda semplice da enunciare e difficilissima da governare: fino a che punto una Regione può e deve intervenire in un terreno che tocca diritti fondamentali, sanità, organizzazione dei servizi e confini tra competenze regionali e statali.

Per capire perché la polemica si sia alzata così rapidamente di tono bisogna partire dal modo in cui la Toscana ha presentato la propria scelta, cioè come risposta ordinata a quanto indicato dalla Consulta sul suicidio medicalmente assistito.

Nella ricostruzione di Giani, la legge regionale non inventa un diritto dal nulla, ma prova a dare regole organizzative a situazioni già riconosciute come meritevoli di tutela, in presenza di condizioni cliniche gravissime e di un percorso sanitario verificabile.

È un argomento che punta alla sostanza, perché in un Paese dove spesso tutto resta appeso a circolari e prassi locali, l’idea di definire passaggi, tempi, responsabilità e controlli appare a molti come un tentativo di sottrarre la materia all’arbitrio.

Il punto più politico del discorso del governatore, però, è un altro: l’insistenza sul fatto che sarebbe il Parlamento il luogo più corretto per una disciplina complessiva, e che l’assenza di una legge nazionale costringe le Regioni a muoversi dentro una zona grigia.

In questa cornice, la Toscana rivendica un ruolo di avanguardia e di “punto di riferimento” per altre Regioni, sostenendo che la Corte abbia riconosciuto la possibilità di legiferare almeno sugli aspetti organizzativi e procedurali.

Ed è proprio qui che la polemica esplode, perché la parola “avanguardia” per i sostenitori significa tutela e chiarezza, mentre per i critici significa fuga in avanti e rischio di creare diritti e doveri diversi a seconda del territorio.

Quando un tema così sensibile viene territorializzato, la paura di una “lotteria geografica” diventa immediata: chi vive in una Regione avrebbe accesso a un percorso definito, chi vive altrove resterebbe in attesa o dovrebbe affrontare iter più incerti.

I critici della legge, e in parte anche critici interni al campo progressista, non contestano solo il merito etico, ma mettono in discussione la scelta di metodo, cioè l’idea che una Regione possa diventare il laboratorio principale su un punto che tocca la definizione stessa di vita, cura e autodeterminazione.

Da qui nasce l’accusa più dura sul piano politico, quella del testo “cucito su misura”, espressione che di solito viene usata per insinuare che una norma non sia pensata per l’interesse generale ma per produrre un effetto desiderato in casi specifici o per rafforzare una linea di potere.

È un’accusa pesante e, proprio perché pesante, richiede prudenza nel raccontarla, perché tra una critica legittima e un sospetto indimostrato la distanza è enorme, e nel mezzo ci sono istituzioni, operatori sanitari e famiglie che vivono drammi reali.

Detto questo, il fatto politico non è l’insinuazione in sé, ma la ragione per cui attecchisce, cioè la sensazione diffusa che il fine vita venga spesso maneggiato come bandiera identitaria invece che come architettura di garanzie.

Quando la politica parla per simboli, infatti, il cittadino teme che le regole possano cambiare con la maggioranza, con il calendario elettorale o con la pressione mediatica del momento.

E qui entra in gioco il tema della trasparenza, perché una legge sul fine vita, per essere percepita come giusta, deve essere non soltanto compatibile con i principi costituzionali, ma anche costruita in modo leggibile e controllabile.

Chi decide i passaggi clinici e amministrativi.

Chi certifica i requisiti e con quali criteri.

Quali tutele esistono per il paziente, per la famiglia e per gli operatori sanitari, inclusa la protezione da pressioni, abusi e disuguaglianze.

Se queste risposte appaiono poco chiare, la politica perde il controllo del racconto e lo cede alla sfiducia, che riempie i vuoti con interpretazioni sempre più radicali.

Giani, dal canto suo, prova a ribaltare l’accusa proprio con l’argomento della Corte, sostenendo che la Regione abbia seguito un tracciato già definito, e che le eventuali correzioni richieste dalla giurisprudenza costituzionale siano un normale processo di affinamento, non una riscrittura opportunistica.

È un punto tecnicamente importante, perché l’evoluzione di una norma dopo rilievi della Consulta può essere letta come segno di rispetto dell’ordinamento, ma può anche essere letta come segnale di fragilità politica se comunicata male.

Quando un governatore dice “stiamo adeguando la legge”, per una parte del pubblico sta dicendo “stiamo rendendo il testo più robusto”, mentre per un’altra parte sta dicendo “il testo aveva difetti, e ora lo aggiustiamo in corsa”.

La stessa frase, in un clima polarizzato, produce due verità emotive opposte.

Il Partito Democratico vive questa tensione in modo amplificato, perché tiene insieme culture diverse, tra chi considera prioritario garantire autodeterminazione e chi teme che la regionalizzazione del fine vita spinga il tema dentro una logica di scontro permanente.

In più, nel PD il tema non è mai solo morale o sanitario, perché diventa anche una scelta di identità politica, soprattutto in una stagione in cui i partiti cercano di ricostruire un rapporto con elettori che chiedono concretezza e non solo principi.

Se il PD difende la legge senza distinguo, rischia di apparire come forza che “spinge” su un tema divisivo senza accompagnarlo con una strategia nazionale.

Se il PD si spacca pubblicamente, rischia di apparire incapace di governare le proprie differenze e di trasformare un tema di diritti in una competizione interna.

In questo senso la Toscana diventa un microcosmo del dilemma italiano: quando lo Stato non decide, qualcuno decide al posto suo, e quel qualcuno finisce per pagare un prezzo politico enorme, qualunque cosa faccia.

Il governo nazionale, chiamato in causa nella dichiarazione di Giani, resta il convitato di pietra della vicenda, perché l’assenza di una legge parlamentare sul fine vita alimenta l’idea che la materia venga lasciata a sentenze, iniziative regionali e contenziosi.

Questa dinamica produce due effetti simultanei e contraddittori: da un lato spinge le istituzioni locali a “fare”, dall’altro rende ogni iniziativa locale più vulnerabile a ricorsi, accuse di illegittimità e conflitti di attribuzione.

Il risultato è un circuito che non si chiude mai, dove la politica scarica sulla giustizia, la giustizia delimita senza poter progettare, e le Regioni provano a organizzare servizi dentro confini che vengono ridiscussi.

Nel frattempo, la parte più fragile della catena resta sempre la stessa: le persone in condizioni cliniche gravissime, che non vivono il fine vita come un dibattito astratto ma come tempo che stringe, dolore che aumenta, dipendenza che pesa.

È qui che la discussione dovrebbe recuperare sobrietà, perché la qualità di una democrazia si misura anche dal modo in cui discute della vulnerabilità senza trasformarla in trofeo.

Una legge sul fine vita, per essere credibile, deve essere costruita per resistere a due tentazioni opposte: la tentazione di semplificare fino a rendere tutto “automatico”, e la tentazione di complicare fino a rendere tutto impossibile.

La prima tentazione spaventa chi teme derive, abusi e scorciatoie.

La seconda tentazione spaventa chi teme l’ipocrisia, cioè il riconoscere un principio ma impedirne l’esercizio attraverso ostacoli procedurali.

Quando Giani dice che la Toscana vuole essere riferimento e che altre Regioni potrebbero legiferare, sta toccando un nervo istituzionale decisivo: l’Italia accetta davvero che su diritti così delicati si apra una stagione di pluralismo territoriale, o vuole una disciplina unica nazionale.

Se la risposta è una disciplina unica, allora il Parlamento deve assumersi la responsabilità di scriverla, invece di lasciare che siano i territori e le sentenze a comporre pezzi di un mosaico incompleto.

Se la risposta è il pluralismo regionale, allora bisogna ammettere che nasceranno differenze, e bisogna costruire strumenti per evitare che queste differenze diventino disuguaglianze ingiuste.

La polemica sul “testo cucito su misura” è, in fondo, un modo brutale di porre un’esigenza legittima: chi controlla il potere quando il potere scrive regole su materie in cui la vita reale è così esposta e irreversibile.

La risposta non può essere il tifo, perché il tifo aumenta il rumore e riduce le garanzie.

La risposta deve stare nella trasparenza dei passaggi, nella tracciabilità delle decisioni, nella chiarezza delle competenze e nella possibilità di controllo democratico, anche da parte delle opposizioni e della società civile.

Se la Toscana vuole davvero essere “avanguardia”, la sua vera forza non sarà nella velocità con cui legifera, ma nella qualità con cui rende ogni scelta verificabile, motivata e protetta da arbitrii.

Se il governo nazionale vuole evitare che il tema esploda in un conflitto permanente tra Regioni e Stato, la via più netta è assumersi la responsabilità politica che finora è stata rinviata.

E se il PD vuole evitare che questa vicenda lo spacchi, deve scegliere un linguaggio che tenga insieme principi e prudenza, evitando di trattare la complessità come un intralcio invece che come una garanzia.

La Toscana oggi è in una “zona rossa” non perché la democrazia sia sospesa, ma perché la democrazia è costretta a misurarsi con un confine in cui diritto, medicina e coscienza si sfiorano senza mai sovrapporsi del tutto.

Quando le regole sembrano piegarsi agli uomini, la fiducia traballa.

Quando gli uomini sembrano piegarsi alle regole, la politica respira.

La partita vera, al di là dei titoli urlati, è costruire una disciplina che non lasci sole le persone e non lasci soli nemmeno i medici, e che non trasformi il fine vita in un’arma di propaganda.

Se la politica non trova questo equilibrio, continueremo a chiamare “scandalo” ciò che spesso è soprattutto un vuoto di decisione nazionale, pagato con conflitti locali sempre più aspri e con un costo umano che nessun talk show riesce a raccontare fino in fondo.

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