C’è un’immagine che, più di qualsiasi editoriale, riassume la stagione del dibattito pubblico italiano: una sedia vuota che dondola sotto i riflettori dopo l’uscita di scena dell’ospite.
Non è solo spettacolo, non è solo carattere, non è solo “rissa da talk” come se ne vedono a cadenza regolare.
È un simbolo, perché nel momento in cui l’ospite si alza e se ne va, il programma non perde soltanto un interlocutore, perde la sua promessa implicita: che lì dentro si stia facendo informazione.
Nel racconto che sta circolando, Vittorio Feltri strappa il microfono, lancia un insulto, esce, e Bianca Berlinguer resta a parlare con il vuoto.
La rete, come sempre, si avventa sulla scena più semplice da consumare: il gesto, il tono, la faccia, la clip.
Il problema è che la clip divora tutto il resto, e la televisione contemporanea vive di questa digestione rapida: prendi un conflitto, comprimilo in quindici secondi, servilo caldo, e chiamalo “realtà”.
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In questo meccanismo, la fuga non è un incidente, è un formato, perché la fuga produce un effetto che nessuna argomentazione produce: una cesura netta, un prima e un dopo.
E quando c’è un prima e un dopo, scatta la narrazione automatica: qualcuno ha vinto, qualcuno ha perso, qualcuno ha “smascherato” qualcuno.
Ma una sedia vuota, a ben guardarla, non dice chi ha vinto.
Dice che il dialogo è stato sostituito da un gioco di posizionamento, dove la posta non è capire ma dominare il frame.
Feltri, con la sua figura polarizzante, funziona da detonatore perfetto perché è un personaggio che non entra mai in studio per “conversare”.
Entra per imprimere una postura, per lasciare una frase, per consolidare una tribù.
Berlinguer, a sua volta, è una conduttrice costruita per reggere l’urto e tenere la linea del programma, cioè per garantire che la puntata resti un prodotto governabile.
Quando questi due ruoli si scontrano, la collisione è quasi prevista, e la sorpresa non è che ci sia stata tensione, ma che continuiamo a trattarla come un’eccezione invece che come la regola.
La domanda vera non è “chi ha insultato chi”, perché l’insulto è la superficie più redditizia.
La domanda vera è perché lo studio televisivo sia diventato il luogo in cui la politica si semplifica fino a diventare tifoseria, e la tifoseria si traveste da morale.
La sedia vuota diventa allora un oggetto politico, perché mostra ciò che manca: lo spazio di responsabilità tra domanda e risposta.
Quando un ospite se ne va, interrompe il patto che rende possibile l’informazione, e l’informazione viene sostituita dalla reazione.
La reazione è sempre più facile della comprensione, e infatti vola.
Dentro questa dinamica nasce anche l’altra parte del racconto, quella più problematica, che tenta di collegare la rissa televisiva a un “silenzio del governo” su eventi geopolitici enormi.
Qui serve una precisazione netta, perché la credibilità non si costruisce con l’intensità, ma con i fatti verificabili.
Se si parla di un presunto “blitz” a Caracas o di operazioni militari attribuite a leader stranieri, siamo su un terreno in cui le ricostruzioni circolanti possono essere imprecise, manipolate o del tutto infondate.
In un ecosistema informativo saturo, la geopolitica è il campo preferito della fantasia politica, perché è lontana, complessa, e quindi perfetta per essere trasformata in romanzo.
Questo non significa che i governi non debbano spiegare, né che il silenzio istituzionale sia sempre neutrale.
Significa che, prima di costruire un’accusa, bisogna distinguere tra ciò che è accaduto, ciò che è stato detto che è accaduto, e ciò che si vorrebbe che fosse accaduto per far tornare una trama.
Il salto dalla sedia vuota al “segreto custodito dietro le luci blu” è seducente, perché promette al pubblico una cosa che oggi vale più dell’informazione: il senso di essere iniziati, di vedere dietro il velo.
Ma quel senso, spesso, è una trappola, perché la verità non è un colpo di scena, è un lavoro noioso.
E proprio il lavoro noioso è ciò che la televisione generalista fatica a sostenere quando deve competere con piattaforme che vivono di accelerazione e indignazione.
Il punto, quindi, non è negare che esistano pressioni, interessi, imbarazzi e limiti editoriali.
Esistono, eccome, e chiunque abbia frequentato un palinsesto sa che ogni programma ha confini non sempre dichiarati, scelte di scaletta, equilibri interni, telefonate, sensibilità.
Il punto è capire che questo non avviene soltanto “perché qualcuno chiama da Palazzo Chigi”, come suggeriscono certe narrazioni muscolari.
Avviene anche per motivi più banali e più potenti: gli ascolti, gli sponsor, la reputazione della rete, la paura delle querele, la dipendenza dal conflitto come carburante.
Una rissa è economica, perché costa poco e rende molto.

Un’inchiesta è cara, perché costa molto e rende tardi, e spesso fa arrabbiare chi ha la capacità di restituire il colpo.
Quando un talk show sceglie sistematicamente l’attrito invece della spiegazione, non sta sempre obbedendo a un ordine politico.
Sta spesso obbedendo a un incentivo industriale.
Ed è questa la “verità nascosta” più scomoda, perché non ha un cattivo unico, non ha un nome da mettere in copertina, non ha un colpevole comodo.
Il sistema non ha bisogno di censurare se riesce a saturare, e la saturazione è il trucco più efficace dell’epoca.
Ti do talmente tante crisi in forma di rissa che non hai più la forza di seguire quella crisi che richiede studio, contesto e continuità.
In questo senso la scena della fuga di Feltri è perfetta, perché assorbe attenzione e la trasforma in schieramento: con chi stai, con chi urla o con chi resta.
Ma il cittadino, a rigor di logica, dovrebbe stare altrove: dovrebbe stare con le domande che non si risolvono a colpi di epiteti.
E invece viene risucchiato nel teatrino, perché il teatrino dà una gratificazione immediata: sentirsi parte di un lato.
Qui entra in gioco anche la retorica del “bavaglio” e delle riforme sulla giustizia e sull’informazione, che nel testo che circola viene presentata come un’operazione calcolata coperta dal fumo della rissa.
Anche su questo, la cosa seria è separare due piani: il piano della critica legittima e il piano dell’allarme apocalittico.
È legittimo discutere, con durezza e precisione, di intercettazioni, pubblicabilità, garanzie, diritto di cronaca, tutela degli indagati e interesse pubblico.
È legittimo temere che una modifica normativa restringa spazi di informazione, così come è legittimo sostenere che certe pratiche mediatiche siano degenerazioni.
Quello che non aiuta è trasformare ogni riforma in un “colpo di stato morbido”, perché l’inflazione di parole estreme produce assuefazione e, alla lunga, indebolisce proprio le denunce fondate.
Se tutto è “bavaglio”, niente lo è più quando davvero serve chiamarlo così.
Il meccanismo mediatico, però, spinge esattamente in quella direzione, perché l’estremo è condivisibile e il complesso no.
È qui che Feltri e Berlinguer, al di là delle persone, diventano due funzioni della stessa macchina: la polarizzazione come prodotto.
Il pubblico pensa di assistere a un duello morale, ma spesso sta consumando una merce: indignazione contro cinismo, regole contro forza, principi contro pancia.
E più la merce è netta, più è vendibile.
La sedia vuota, allora, non è soltanto l’uscita di un ospite.
È la metafora di una conversazione pubblica che si interrompe sempre nel punto in cui dovrebbe cominciare: quando servirebbero dati, contesto, responsabilità delle parole.
È il momento in cui la politica internazionale dovrebbe essere spiegata senza trasformarla in tifo da stadio, e invece viene ridotta a “chi sta con chi”.
È il momento in cui la politica interna dovrebbe essere discussa con serietà, e invece viene appoggiata a una rissa perché la rissa garantisce presenza.
Se davvero esiste un “nome scomodo che porta dritto a Palazzo Chigi”, il modo più serio per cercarlo non è il sospetto generico.
È ricostruire catene di decisioni verificabili: chi ha scelto gli ospiti, quali temi erano in scaletta, cosa è stato tagliato, quali dichiarazioni ufficiali esistono, quali no, e perché.
La trasparenza non nasce dal tono, nasce dall’architettura delle prove.
E questo è ciò che manca nella narrazione sensazionalistica: il salto dalla percezione alla dimostrazione viene sostituito dal ritmo.
Il ritmo, però, non è verità.
È solo velocità.
Nel frattempo, il danno culturale è reale e quotidiano: il cittadino viene allenato a reagire, non a capire.
Viene allenato a scegliere un nemico, non a seguire un processo.
Viene allenato a riconoscere una faccia, non a ricostruire un fatto.

Quando poi arriva una questione difficile, che sia una crisi internazionale o una riforma della giustizia, il cittadino non ha più strumenti, ha solo riflessi condizionati.
E i riflessi condizionati sono l’oro di chi vuole governare l’attenzione, qualunque sia il colore politico.
Per questo la scena più importante, in realtà, non è quella dell’insulto, né quella della fuga, né quella del microfono strappato.
La scena più importante è ciò che succede dopo, quando lo studio riparte come se nulla fosse e la discussione si richiude dentro i binari del “momento virale”.
Lì si capisce che la sedia vuota non è un incidente, ma un modello: si può abbandonare il ragionamento, tanto l’attenzione resterà attaccata al gesto.
Se c’è una lezione utile da prendere da questa vicenda, è che la televisione non è più solo un mezzo che racconta la politica.
È un ambiente che la plasma, perché decide che cosa è dicibile e in quale formato è digeribile.
E quando la politica accetta quel formato senza opporre alternative, finisce per parlare come il mezzo, non come la realtà.
La sedia vuota, in questo senso, non è il posto del cittadino “espulso”.
È il posto del cittadino sostituito, perché al suo posto resta un consumatore di rissa.
Recuperare quel posto non significa “stare con Feltri” o “stare con Berlinguer”, che è l’inganno perfetto del teatrino.
Significa pretendere che, dopo la clip, arrivi il contesto, e che dopo il contesto arrivino le responsabilità, e che dopo le responsabilità arrivi la verifica.
Finché ci accontentiamo della fuga come contenuto e dell’insulto come argomento, ogni sedia vuota continuerà a dondolare come un metronomo.
E continuerà a segnare il tempo di una democrazia che urla molto, ma capisce troppo poco.
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