Nessuno si aspettava che un discorso di fine anno, per definizione istituzionale e misurato, potesse diventare l’oggetto di una contesa politica così nervosa.
Eppure è proprio lì, nel tono pacato e nella grammatica prudente del Quirinale, che spesso si accendono le micce più rivelatrici.
Perché quando un Presidente della Repubblica parla, non sta competendo per un titolo di giornata, ma sta ricordando a tutti quale gioco si stia davvero giocando.
E quando quel richiamo non coincide con le aspettative di una parte, la delusione si trasforma rapidamente in sospetto e risentimento.
Il punto non è che Sergio Mattarella abbia “attaccato” qualcuno, perché nel suo ruolo l’attacco diretto è raro e, quando c’è, è quasi sempre implicito.
Il punto è che, nel racconto che molti avevano in testa, ci si aspettava un colpo di martello contro il governo o un avvertimento drammatico su una deriva imminente.
Invece è arrivato altro, ed è proprio quell’“altro” ad aver fatto scricchiolare una narrazione che, negli ultimi anni, è stata ripetuta fino a diventare automatica.
Quando la politica si abitua a un copione, l’imprevisto non è ciò che viene detto, ma ciò che non viene detto.

Ed è lì che molti commentatori hanno iniziato a leggere, tra le righe, un messaggio scomodo: la democrazia non si difende solo con l’indignazione, ma anche con la capacità di restare dentro le regole del pluralismo.
Il discorso presidenziale, per sua natura, tende a tenere insieme, non a separare.
E tenere insieme, in un’epoca che premia la polarizzazione, può essere percepito come un torto da chi ha costruito la propria identità sull’idea di un confine invalicabile.
La parola che ha fatto scattare il corto circuito, almeno nella lettura più politicizzata, è stata “compromesso”.
Compromesso non come resa, ma come metodo democratico, come architettura della convivenza, come memoria del fatto che la Costituzione è nata da una mediazione tra visioni inconciliabili.
Per una parte del campo progressista, però, il compromesso suona spesso come una richiesta di abbassare la guardia.
E abbassare la guardia, in un clima in cui si parla di pericoli e di allarmi, sembra quasi un invito a normalizzare ciò che viene descritto come anomalia.
Qui si innesta il primo attrito serio tra istituzione e militanza narrativa.
L’istituzione dice “teniamo insieme il Paese”, la militanza teme che “tenere insieme” significhi mettere sullo stesso piano chi ritiene legittimo e chi ritiene illegittimo.
È una paura comprensibile dal punto di vista emotivo, ma è anche il segnale di una trasformazione culturale.
Quando l’avversario non è più un avversario ma un corpo estraneo, la politica smette di essere competizione e diventa scomunica.
Il discorso di Mattarella, proprio perché richiama l’idea di comunità civile, costringe chi vive di scomuniche a spiegare perché quel richiamo dovrebbe essere sospetto.
E spiegarlo è difficile, perché l’unità nazionale non è una bandiera di parte, è un dovere costituzionale in senso ampio, soprattutto quando le fratture sociali diventano profonde.
A quel punto, la reazione non è quasi mai un dissenso sul merito, ma una critica sul sottotesto.
Si dice che il Presidente “non abbia detto abbastanza”, che “non abbia nominato”, che “non abbia ammonito” con la durezza attesa.
È un tipo di accusa curiosa, perché non contesta una frase, contesta un’assenza.
E l’assenza, in politica, è il materiale perfetto per i sospetti, perché non si può confutare con precisione.
Se tu attacchi un’assenza, puoi sempre dire che “mancava proprio quello”, e lo schema resta in piedi qualunque cosa accada.
In questo modo la discussione scivola da ciò che è stato pronunciato a ciò che ciascuno desiderava sentire.
Ed è qui che la narrazione, più che la realtà, diventa il campo di battaglia.
C’è un aspetto che rende la faccenda ancora più interessante: il Presidente non ha bisogno di confermare l’interpretazione di nessuno.
Il suo mestiere è ricordare la cornice, non scegliere un frame di parte.
Ma proprio per questo, quando la politica pretende che la cornice sia un frame, nasce la frustrazione.
Da un lato c’è chi vorrebbe un garante che punisca l’avversario.
Dall’altro c’è la logica istituzionale, che prova a evitare che ogni scontro diventi una guerra di legittimità.
La differenza sembra sottile, ma è una frattura enorme nel modo di intendere la democrazia.

Perché se il garante viene chiamato a “stare con i buoni”, allora la democrazia diventa moralismo, e il moralismo chiede sempre nuovi colpevoli.
Il discorso di fine anno, letto in controluce, ha riportato al centro un’idea che oggi sembra quasi inattuale: la Costituzione non è un’arma, è un patto.
Un patto può essere difeso con fermezza, ma non può essere difeso trasformandolo in una clava quotidiana contro metà Paese.
Qui sta la verità scomoda che molti hanno percepito senza volerla ammettere.
Se il pluralismo esiste, allora esiste anche la legittimità dell’alternanza, e l’alternanza implica che a volte governi chi non ti piace.
Dire questo non significa approvare ogni politica del governo, né minimizzare i rischi quando ci sono.
Significa però accettare che la democrazia non è la vittoria permanente della propria parte, ma la possibilità di perdere senza dichiarare illegittimo il vincitore.
Questo richiamo è esattamente ciò che destabilizza una narrazione costruita sull’emergenza costante.
L’emergenza, infatti, è utile perché mobilita, ma è anche corrosiva perché divora la fiducia nelle regole comuni.
Se tutto è emergenza, nulla lo è davvero, e alla fine la gente si anestetizza o si radicalizza.
Il Presidente, nel suo stile, tende a fare l’opposto: abbassa la temperatura, rialza la cornice, ripristina il linguaggio della responsabilità condivisa.
Per chi vive di temperatura alta, questa operazione appare come un sabotaggio.
Ma non è sabotaggio, è istituzione.
Ed è proprio qui che “la narrazione della sinistra” viene messa in difficoltà, almeno nella sua versione più televisiva e militante.
Perché quella narrazione, spesso, si regge su un binomio comodo: da una parte il presidio morale, dall’altra l’allarme democratico.
Se arriva una voce istituzionale che dice “attenzione, la democrazia è anche compromesso e partecipazione di tutti”, il binomio perde la sua semplicità.
E quando una narrazione perde semplicità, perde velocità.
La velocità è tutto nei talk show e sui social, dove il tempo è corto e l’indignazione è un formato.
In quel contesto, l’idea di compromesso viene subito sospettata di essere una resa al “normalizzare”.
E “normalizzare” è una delle parole più tossiche del dibattito recente, perché suggerisce che il male stia diventando routine.
Ma l’istituzione non sta normalizzando un governo, sta normalizzando il principio che il governo si giudica su atti, non su essenze.
Questa distinzione è la differenza tra politica adulta e politica teologica.
La politica teologica non discute provvedimenti, discute purezza e impurità.
E quando un Presidente richiama la politica alla dimensione adulta, chi parla in teologia si sente delegittimato.
Ecco perché si è parlato di “scosse”, di “tradimenti”, di “irritazioni” in certi ambienti mediatici.
Non perché Mattarella abbia cambiato parte, ma perché ha rifiutato di giocare la partita nella forma in cui gli veniva richiesta.
L’altro elemento che ha reso questo scenario inatteso è la reazione speculare.
Una parte del centrodestra ha letto il discorso come una conferma di stabilità e di legittimazione, quasi fosse un sigillo.
Anche qui c’è un errore, perché il Quirinale non distribuisce patenti di successo politico, distribuisce richiami al metodo democratico.
Ma in un clima polarizzato, ogni frase viene immediatamente arruolata.
Il risultato è che un discorso pensato per raffreddare diventa carburante per nuovi scontri, proprio perché viene interpretato come trofeo da una parte e come affronto dall’altra.
È la trasformazione più tipica della politica contemporanea: l’istituzione parla per unire, la politica ascolta per vincere.
Dentro questo cortocircuito, emerge un dato più profondo che riguarda la sinistra italiana.
Da anni, una parte del campo progressista fatica a tenere insieme due esigenze: criticare duramente il governo e, allo stesso tempo, parlare a un Paese che non si riconosce in una retorica di superiorità morale.
Quando il Presidente richiama alla partecipazione comune, quel Paese sente di essere incluso.
Quando invece si insiste sul confine tra “buoni” e “cattivi”, quel Paese sente di essere giudicato.
E l’elettore medio, quando si sente giudicato, non cambia idea, cambia canale.
La verità scomoda, dunque, non è che Mattarella “smonterebbe” qualcuno in modo esplicito.
La verità scomoda è che il suo stile istituzionale rende più difficile sostenere l’idea di un’Italia spaccata tra legittimi e illegittimi senza pagare un prezzo di credibilità.
Perché se il Capo dello Stato richiama al patto, allora chi parla di guerra permanente deve spiegare perché il patto sarebbe insufficiente.
E questa spiegazione è complicata, perché rischia di sembrare un rifiuto dell’idea stessa di comunità nazionale.
Nella politica di oggi, l’immagine più potente non è la confutazione, è l’imbarazzo.
E l’imbarazzo nasce quando una posizione, per restare coerente, deve negare qualcosa che suona ragionevole agli occhi di molti.
Dire che il compromesso è un dovere democratico suona ragionevole.
Dire che il compromesso è una colpa suona settario.
Ecco perché il dibattito successivo al discorso ha avuto spesso un tono nervoso e iperinterpretativo.

Quando non puoi attaccare il contenuto senza perdere pubblico, attacchi il contesto, il non detto, la scelta delle parole, persino la semantica.
Così si arriva a dispute su sfumature che diventano simboli, perché la politica contemporanea si aggrappa ai simboli per non dover discutere l’assenza di una strategia convincente.
Il punto finale, quello che resta quando la televisione si spegne, è molto più semplice e molto più duro.
Se l’opposizione vuole davvero sfidare il governo, deve offrire un’alternativa credibile su salari, sanità, istruzione, produttività, sicurezza, e non solo una superiorità morale che chiede applauso.
Il richiamo di Mattarella al compromesso, letto in modo adulto, non è un invito a smettere di criticare.
È un invito a criticare restando nel perimetro della convivenza democratica, cioè senza trasformare ogni avversario in un nemico ontologico.
Questa è la lezione che mette a disagio, perché chiede fatica.
Chiede di uscire dalla comfort zone della mobilitazione permanente e di tornare a fare politica come costruzione di consenso, non come gestione di indignazione.
E se la realtà fosse diversa da come è stata raccontata finora, la differenza non starebbe nel giudizio sul governo, ma nel modo in cui si prova a vincere contro il governo.
Non con l’apocalisse quotidiana, ma con la capacità di parlare a chi non ti assomiglia.
Non con l’etichetta ripetuta, ma con un progetto che regge il confronto.
Il discorso di fine anno, allora, diventa uno specchio.
Non riflette soltanto l’Italia, riflette anche il modo in cui le forze politiche si sono abituate a usare la democrazia come scena e non come metodo.
E quando uno specchio ti mostra un’abitudine, la reazione più comune non è cambiare, ma arrabbiarsi con lo specchio.
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