Da Seul, Giorgia Meloni sceglie una linea che prova a essere insieme ferma e diplomaticamente sostenibile, e proprio per questo accende un cortocircuito politico in Italia.

Nel racconto che arriva al pubblico, la premier dice “no” a due cose che, messe insieme, pesano come macigni: la logica della forza nei rapporti internazionali e l’idea di usare i dazi come randello politico.

Sul dossier Groenlandia, il punto non è solo territoriale, perché in Europa quel nome suona come un promemoria storico: quando le grandi potenze iniziano a parlare di “annessioni” o “mire”, la stabilità si incrina prima ancora che accada qualcosa.

Meloni, a quanto riferito nelle sue dichiarazioni pubbliche, avrebbe marcato una distanza da qualunque approccio muscolare e avrebbe richiamato il diritto internazionale come cornice non negoziabile.

È una frase che, detta da un leader europeo, suona come una presa di posizione, ma detta da un leader che ha investito molto sul rapporto con Washington diventa anche una scommessa personale.

Perché la vera difficoltà, in questa fase, non è scegliere tra Europa e Stati Uniti, ma evitare che Europa e Stati Uniti si trasformino in due poli che si parlano solo a colpi di comunicati.

La premier prova a stare su un crinale che molti giudicano impossibile: contestare l’impostazione e, nello stesso tempo, difendere la struttura dell’alleanza.

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In diplomazia, questa postura ha un nome implicito: contenere lo strappo prima che diventi rottura.

Ed è qui che la partita si fa pericolosa, perché contenere uno strappo significa esporsi al sospetto di entrambi i lati.

A Washington può arrivare come un avvertimento fastidioso, perché nessun presidente ama essere “corretto” da un alleato in un passaggio pubblico.

In Europa può apparire come una prudenza eccessiva, perché in tempi di tensione la richiesta dominante è “prendere le distanze fino in fondo”, senza sfumature.

Meloni, invece, sceglie la sfumatura, e la rivendica come responsabilità.

La telefonata con Donald Trump, evocata nella narrazione politica di queste ore, diventa il simbolo di questa strategia: parlare direttamente, mettere sul tavolo il dissenso, e al tempo stesso cercare un canale per ricucire.

Il dettaglio più interessante, però, non è ciò che Meloni dice di aver detto, ma ciò che non viene detto su come l’interlocutore abbia reagito.

Quando una leader racconta di un contatto “franco” e poi resta vaga sulla risposta, il mondo politico legge tra le righe un segnale di tensione.

E in una stagione di diplomazia spettacolarizzata, anche i vuoti comunicativi diventano messaggi.

Il tema dei dazi, poi, è ancora più sensibile, perché non è geopolitica astratta, ma economia reale, imprese, export, catene di fornitura.

Dire “no” ai dazi significa parlare ai distretti produttivi italiani e, insieme, segnalare all’Europa che Roma non intende fare da spettatrice.

Ma significa anche accettare che, se la tensione commerciale dovesse crescere, l’Italia pagherebbe un prezzo immediato, e non solo in termini di consenso.

Questa scelta, proprio perché rischiosa, ha un effetto collaterale interno: costringe l’opposizione a decidere se attaccare la premier per ciò che dice o per ciò che non dice.

Ed è qui che, secondo i critici della sinistra, si sarebbe consumato lo scivolamento più evidente: l’attacco automatico, indipendente dal contenuto.

In queste ore alcune voci dell’opposizione, dal Partito Democratico all’area più radicale della coalizione progressista, hanno contestato la postura del governo accusandolo di ambiguità o subalternità.

Tra queste voci, spiccano interventi molto duri che descrivono la premier come incapace di rompere davvero con Trump e con la linea americana più aggressiva.

Il problema politico, però, è che l’opposizione finisce intrappolata in una contraddizione comunicativa: chiede fermezza assoluta e poi critica anche la fermezza quando viene espressa in forma diplomatica.

È un cortocircuito che nasce dal fatto che la sinistra italiana non ha una posizione univoca sul rapporto con gli Stati Uniti.

Una parte considera l’alleanza atlantica un pilastro da difendere anche nei momenti difficili.

Un’altra parte la vive come un vincolo da ridiscutere, e tende a leggere qualunque cautela come sudditanza.

Quando Meloni prova a distinguere tra l’America come alleato storico e la presidenza del momento come interlocutore problematico, mette il dito nella ferita più scoperta del campo progressista.

Perché il campo progressista, negli ultimi anni, ha spesso sostituito la strategia con la reazione, e la reazione con lo slogan.

Se lo slogan diventa “o con l’Europa o con Trump”, la diplomazia non è più possibile, e la politica estera si riduce a tifo.

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Ma la politica estera, soprattutto per un Paese come l’Italia, non è mai tifo, perché l’Italia vive di export, di energia, di Mediterraneo, di sicurezza collettiva, di equilibri multilaterali.

Meloni, dicendo che “la legge del più forte” non può tornare, parla a un pubblico internazionale, ma manda anche un messaggio interno: il governo vuole apparire affidabile e adulto.

Questo messaggio diventa ancora più netto quando viene pronunciato fuori dall’Europa, in un contesto asiatico dove le parole su regole e stabilità vengono ascoltate con attenzione e interesse.

Eppure, proprio perché quel messaggio è “da statista”, l’opposizione rischia di trovarsi senza la leva più facile, quella della caricatura.

Quando l’avversario si presenta come mediatore e non come incendiario, l’attacco deve essere più sofisticato, altrimenti appare pregiudiziale.

Ed è qui che, nella narrazione più critica verso il PD, emergerebbe la “povertà politica”: l’incapacità di riconoscere un passaggio utile al Paese pur restando avversari.

La politica italiana soffre da tempo di una malattia precisa: la competizione permanente, che rende impossibile dire “qui ha ragione” senza temere di perdere identità.

Ma nelle crisi internazionali la competizione permanente è un lusso che costa caro, perché indebolisce la posizione del Paese mentre all’estero si misurano rapporti di forza.

Se l’Italia appare divisa su tutto, anche sulle scelte minime di postura, il potere negoziale si assottiglia.

In questo senso, la scelta di Meloni di esporsi pubblicamente contro dazi e forzature territoriali produce un effetto paradossale: rafforza la sua immagine esterna e, contemporaneamente, intensifica l’aggressività interna.

Il “panico” di cui parlano i commentatori non è necessariamente paura personale, ma paura di essere tagliati fuori dalla narrazione.

Quando un governo riesce a occupare il terreno del realismo e della responsabilità, l’opposizione teme di restare confinata alla protesta, e reagisce alzando i toni.

Il rischio, però, è che alzare i toni sostituisca l’argomento, e che l’argomento sostituito diventi un boomerang.

Accusare una premier di essere subalterna mentre la stessa premier dichiara dissenso su dazi e annessioni suona, a molti elettori, come un riflesso automatico più che come un’analisi.

E quando l’elettore percepisce il riflesso automatico, inizia a dubitare della solidità del progetto alternativo.

Perché un progetto alternativo, in politica estera, non può essere fatto solo di indignazione, deve essere fatto di priorità, alleanze, strumenti, tempi.

Dire “l’Europa deve reagire con un’offensiva diplomatica mai vista” è una frase efficace, ma resta vaga se non si spiega come, con quali partner, e con quali concessioni.

In un mondo in cui ogni Stato difende i propri interessi, le “offensive diplomatiche” non sono moralismi amplificati, sono negoziazioni dure e spesso impopolari.

Meloni, dal canto suo, prova a trasformare una posizione potenzialmente scomoda in un vantaggio strategico: presentarsi come ponte.

Il ponte, però, non è un luogo comodo, perché prende colpi da entrambe le sponde e deve reggere il peso del traffico.

Se Trump sceglie la linea del muro, il ponte diventa un bersaglio.

Se l’Europa sceglie la linea della contrapposizione totale, il ponte diventa sospetto.

E l’Italia, storicamente, paga sempre un prezzo quando viene spinta a scegliere tra fedeltà atlantica e coesione europea.

Proprio per questo, la scelta più razionale non è urlare, ma mantenere canali, proteggere i margini, e negoziare senza perdere la faccia.

È facile scambiare questa postura per ambiguità, ma spesso è l’unica postura che evita danni immediati.

Nel dibattito di queste ore, la Groenlandia è diventata anche un simbolo di una trasformazione più ampia: la competizione globale che entra nelle mappe del Nord, nelle rotte artiche, nelle risorse, nella sicurezza.

Quando quel simbolo viene usato per costruire uno scontro interno, il rischio è trasformare un tema strategico in un’arma di propaganda.

La propaganda, però, dura un ciclo mediatico, mentre le conseguenze delle scelte strategiche durano anni.

Il punto più serio, quindi, non è decidere chi “vince” tra Meloni e il PD in questa giornata, ma capire cosa convenga all’Italia nei prossimi mesi.

Conviene evitare una guerra commerciale che colpirebbe settori già esposti.

Conviene difendere il diritto internazionale senza trasformarlo in un sermone, perché i sermoni non fermano le crisi.

Conviene tenere l’Europa coesa, perché senza coesione l’Europa non negozia, subisce.

Conviene tenere aperto il canale americano, perché qualunque architettura di sicurezza europea, oggi, non può prescindere da Washington.

Meloni, con il suo “no” ai dazi e alla logica della forza, prova a posizionarsi dentro questa quadrupla convenienza, sapendo che non è una posizione priva di rischi.

L’opposizione, se vuole essere credibile, dovrebbe rispondere sullo stesso terreno, e cioè con una strategia alternativa che dica come proteggere imprese, alleanze e regole senza cadere né nel servilismo né nella rottura teatrale.

Quando invece la risposta si riduce a etichette e accuse ripetute, il campo progressista appare più interessato a colpire che a governare, e questo è ciò che molti definiscono “auto-smascheramento”.

La politica italiana non è povera quando litiga, perché litigare è normale, ed è persino sano.

La politica italiana diventa povera quando non sa più distinguere tra un dissenso utile e un dissenso performativo, tra una critica che costruisce e una critica che recita.

In un momento in cui il mondo si riallinea e le tensioni commerciali possono cambiare il destino di interi settori industriali, la recita è un lusso che nessuno può permettersi.

Se questa vicenda resterà un episodio o diventerà un precedente dipenderà da un fattore semplice: la capacità dell’Italia di parlare con voce adulta senza perdere la schiena dritta.

Per ora, da Seul, il segnale lanciato è chiaro: Roma prova a difendere l’interesse nazionale senza rompere l’architettura occidentale, e questa è una partita che richiede più sostanza che rumore.

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