Da Londra a Roma lo schiaffo è devastante.

Giorgia Meloni rompe il copione, mette il PD con le spalle al muro e costringe la sinistra a inseguire, senza fiato.

L’articolo del Telegraph, nella versione rimbalzata online, fa esplodere la bolla progressista e riaccende una domanda che in Italia torna ciclicamente come una febbre.

I nostri media raccontano davvero ciò che conta, o raccontano soprattutto ciò che fa comodo raccontare.

In queste ore, la narrazione che domina sui social è semplice, muscolare, perfetta per diventare virale.

LA GRANDE FUGA

Un grande quotidiano britannico avrebbe celebrato Meloni come figura di riferimento globale, mentre in Italia l’opposizione resterebbe intrappolata tra sarcasmo, minimizzazione e imbarazzo.

È un racconto che funziona perché mette insieme prestigio estero e psicodramma interno, cioè la combinazione più letale per qualsiasi partito che vive di reputazione.

Ma proprio perché è un racconto ad alto tasso di propaganda, va trattato con doppia cautela.

Un conto è dire che un articolo del Telegraph elogia Meloni, un altro è trasformare quell’elogio in una “incoronazione ufficiale del pianeta” o in una sentenza definitiva sulla politica italiana.

Il rischio, quando si usano formule come “leader mondiale dell’anno”, è che un titolo giornalistico diventi, per magia emotiva, un’investitura istituzionale che nessuno ha mai formalmente dato.

Eppure l’effetto politico non dipende dalla formalità, dipende dalla percezione.

Se un pezzo di stampa anglosassone viene percepito come una pagella internazionale, allora anche un commento diventa un’arma da campagna elettorale.

Nel mirino, inevitabilmente, finisce il Partito Democratico e, più in generale, l’area progressista che negli ultimi anni ha spesso descritto Meloni con due cornici dominanti.

La prima cornice è quella del rischio, cioè l’idea di una leader capace di portare l’Italia verso isolamento, instabilità e conflitto con l’Europa.

La seconda cornice è quella della fragilità, cioè l’idea di una premier destinata a “normalizzarsi” in fretta o a implodere sotto il peso della macchina di governo.

La narrativa social ribalta entrambe le cornici con una frase implicita che suona più o meno così.

Se perfino Londra la celebra, allora chi la demonizzava ha sbagliato tutto.

Da qui nasce lo “schiaffo internazionale”, che è prima di tutto uno schiaffo retorico, perché colpisce il punto più sensibile dell’opposizione.

Non il merito di una singola misura, ma la credibilità dell’analisi.

Il passaggio chiave di questa storia, così come viene raccontata, è l’uso del Telegraph come specchio morale.

Non è soltanto “un giornale estero che la elogia”, ma “un arbitro estero che ci giudica”.

E quando l’arbitro è estero, l’Italia reagisce sempre in modo emotivo, perché siamo un Paese che soffre di complesso d’inferiorità e di orgoglio nazionale nello stesso identico minuto.

Chi sostiene Meloni legge quell’elogio come riscatto e rivincita.

Chi le è contrario lo legge come operazione politica, marketing internazionale o scelta editoriale interessata.

In mezzo, come spesso accade, c’è la realtà che raramente sta tutta da una sola parte.

Meloni hits back at Schlein: 'He who runs away has no content'. "In Ukraine  peace is made with deterrence" - Il Sole 24 ORE

È vero che Meloni, rispetto alle previsioni più catastrofiste del 2022, ha mantenuto una continuità di governo che in Italia non è banale.

È vero anche che, al netto delle polemiche, la premier ha investito molto sul posizionamento internazionale, cercando di apparire affidabile per alleati e mercati.

Ma è altrettanto vero che la stabilità non coincide automaticamente con il successo, e che un articolo favorevole non cancella le critiche, né sostituisce un bilancio di governo fatto di dati, scelte e conseguenze.

La narrazione che circola, però, non vuole un bilancio, vuole un verdetto.

E infatti sposta il fuoco su Elly Schlein, dipingendola come una leader “sparita”, incapace di rispondere, paralizzata dal contraccolpo.

Qui bisogna essere precisi, perché “Schlein fugge” è una formula da propaganda, non una categoria di cronaca.

Un leader può non commentare subito un articolo estero, può scegliere di non alimentare l’onda, può essere impegnato su altre priorità politiche, e nessuna di queste cose prova di per sé un collasso.

Ma in politica la comunicazione è sostanza, e la sostanza è anche il tempismo.

Se un partito non riempie lo spazio, lo spazio viene riempito contro di lui.

Ed è esattamente ciò che la macchina social sta facendo con il Nazareno, trasformando ogni esitazione in una scena di panico e ogni dichiarazione prudente in una prova di debolezza.

La parte più interessante di questo scontro, infatti, non è l’elogio in sé, ma la guerra per imporre la cornice interpretativa.

La destra, e l’area che sostiene Meloni, sta provando a fissare una narrazione chiara.

Meloni è ormai un punto di riferimento, l’opposizione è rimasta al teatrino, l’Italia è tornata centrale.

La sinistra, dall’altra parte, rischia di rispondere in modo difensivo, cioè contestando il prestigio del giornale, ironizzando sul titolo, o riducendo tutto a propaganda conservatrice.

Il problema di una risposta così è che non parla al cittadino che vuole capire se la propria vita è migliorata o peggiorata.

Parla solo al proprio pubblico, e lo rassicura, ma non conquista nessuno.

La narrazione progressista, per reggere, dovrebbe fare una cosa più difficile.

Dovrebbe spostare la discussione dalle etichette al merito, cioè dire quali scelte contesta, con quali alternative, e con quali numeri.

Perché se lo scontro resta sul terreno “Meloni grande all’estero, sinistra piccola in Italia”, allora il match lo vince sempre chi ha il vento emotivo a favore.

Il tema su cui questa storia si carica di significati è la politica migratoria, che nel racconto social diventa il capolavoro strategico del governo.

Si cita spesso il cosiddetto “modello” con paesi terzi, si parla di deterrenza, di controllo, di fine del caos, e si aggiunge un ingrediente che fa esplodere la polemica.

I soldi.

Quando il discorso diventa “accoglienza come business”, il confronto smette di essere tecnico e diventa morale, perché suggerisce che chi criticava Meloni difendesse interessi economici, non princìpi.

È una generalizzazione potente ma scivolosa, perché il mondo dell’accoglienza è un ecosistema vasto dove convivono inefficienze, casi virtuosi, sprechi, lavoro serio e, talvolta, anche scandali.

Ridurre tutto a un unico “stagno da prosciugare” può essere utile per la propaganda, ma non basta per governare bene né per controllare davvero la spesa.

Allo stesso modo, presentare qualsiasi politica di controllo come “disumana” rischia di essere una risposta ideologica speculare, che non affronta la domanda di sicurezza e gestione che molti cittadini pongono.

Il motivo per cui il Telegraph, o qualunque testata internazionale, può trovare interessante Meloni non è necessariamente l’adesione ai suoi valori.

Spesso è il fatto che l’Italia, storicamente percepita come instabile, mostra continuità, e la continuità è una merce rara in Europa.

In una fase in cui Francia e Germania hanno attraversato turbolenze politiche e sociali, un governo italiano che dura e che parla con voce unica può apparire più influente di quanto saremmo abituati a pensare.

Questo è un dato di percezione geopolitica che non richiede alcuna idolatria per essere compreso.

La questione, semmai, è come quell’influenza venga usata e a vantaggio di chi.

Perché la centralità internazionale è utile se si traduce in risultati misurabili per il Paese, non se resta un trofeo comunicativo.

C’è poi il capitolo Stati Uniti, che nel racconto virale diventa il colpo di teatro definitivo.

L’idea che un rapporto privilegiato con un leader americano cambi “tutto”, che ribalti i tavoli europei e che renda l’Italia un ponte unico.

È una narrazione seducente perché restituisce all’Italia un ruolo da protagonista, ma andrebbe maneggiata con realismo, perché la diplomazia non funziona come una telefonata che consacra un regno.

Le relazioni internazionali sono interessi, equilibri, dossier, e spesso anche compromessi silenziosi che non finiscono nei video.

Ciò non toglie che, per Meloni, la dimensione internazionale sia stata un asset comunicativo e politico di prim’ordine.

Ogni immagine con i leader globali, ogni vertice, ogni incontro bilaterale serve a costruire una cosa semplice ma decisiva.

L’impressione che l’Italia non sia più un problema, ma un interlocutore.

Ed è questa impressione che manda in crisi la narrazione progressista più “automatica”, quella che dipingeva il governo come inevitabilmente isolato.

Se l’isolamento non si vede, la critica deve cambiare linguaggio, altrimenti appare come un disco rotto.

Arriviamo così al punto più politico di tutti, quello che in realtà spiega perché questa storia faccia così male al PD.

Un partito di opposizione può permettersi di sbagliare una previsione, ma non può permettersi di fondare la propria identità su una previsione sbagliata ripetuta per anni.

Se l’opposizione ha investito troppo nel racconto del “crollo imminente”, ogni mese di stabilità del governo diventa, automaticamente, un boomerang.

E quando arriva un articolo estero che elogia la premier, quel boomerang torna con più velocità, perché sembra arrivare “da fuori”, quindi sembra più credibile agli occhi di chi non si fida più dei media italiani.

Questo spiega anche la componente emotiva del “silenzio delle redazioni” evocata dalla narrativa social.

Non è necessario che ci sia un complotto, basta che ci sia un’agenda editoriale diversa, una scelta di gerarchia delle notizie, o semplicemente il fatto che un riconoscimento giornalistico non sia, di per sé, un evento istituzionale.

Ma la rete interpreta la selezione come censura, perché oggi la sfiducia è talmente alta che qualsiasi filtro viene letto come manipolazione.

Il risultato è un corto circuito continuo, dove ogni parte accusa l’altra di mentire, e intanto la discussione pubblica si impoverisce.

Se davvero questa vicenda “rompe la narrazione progressista”, non lo fa perché un giornale britannico è infallibile.

Lo fa perché evidenzia un problema strategico dell’opposizione: la difficoltà di attaccare il governo sul terreno dei risultati percepiti senza scivolare nell’insulto o nel moralismo.

In pratica, se il governo appare stabile e riconosciuto, l’opposizione deve essere più competente, più concreta, più rapida.

E qui si gioca la partita dei prossimi mesi, non nei titoli urlati.

Il PD e Schlein, se vogliono evitare di restare intrappolati in questa cornice, devono decidere se combattere Meloni come personaggio o come governo.

Combatterla come personaggio significa inseguire ogni frase, ogni simbolo, ogni gesto, con un vantaggio minimo e un rischio enorme di apparire ossessivi.

Combatterla come governo significa scegliere tre o quattro priorità materiali, salariale, sanità, scuola, produttività, casa, e costruire un’alternativa leggibile, ripetibile, verificabile.

Dall’altro lato, Meloni e il suo campo sanno che l’elogio internazionale è un carburante perfetto, ma anche un rischio di euforia.

Perché l’euforia porta a scambiare la reputazione per consenso eterno, e il consenso eterno non esiste, soprattutto in un Paese con memoria breve e problemi lunghi.

Se il governo userà questa “incoronazione” come prova che tutto va bene, prima o poi si scontrerà con la realtà delle difficoltà quotidiane che nessun articolo può cancellare.

Resta quindi un dato che vale più di mille clip: la politica italiana è entrata in una fase in cui la legittimazione estera conta moltissimo nell’immaginario nazionale.

E chi riesce a presentarsi come credibile fuori dai confini guadagna punti anche dentro, spesso a prescindere dai dettagli.

Questo è il vero schiaffo, non solo al PD, ma al modo in cui l’Italia discute di se stessa.

Perché se abbiamo bisogno di Londra per capire Roma, allora il problema non è solo di un partito, è di un’intera cultura politica che ha perso la capacità di valutare con freddezza e senza tifo.

La narrazione progressista, oggi, non va in frantumi perché esiste un articolo favorevole a Meloni.

Va in frantumi se non riesce più a convincere chi non è già convinto, e se continua a parlare come se il Paese fosse lo stesso di dieci anni fa.

E la narrazione meloniana non trionfa perché un quotidiano la elogia.

Trionfa se riesce a trasformare quella reputazione in risultati, e se riesce a evitare che la centralità internazionale diventi solo un poster appeso in salotto.

Questo, più di ogni “schiaffo”, è il punto che farà male o bene all’Italia nei prossimi anni.

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