Ci sono polemiche che nascono da un’inchiesta, e polemiche che nascono da come quell’inchiesta viene raccontata prima ancora di andare in onda.

Nel caso che sta incendiando social e talk, il cuore della storia non è solo “Report contro Vannacci”, ma la guerra preventiva sul significato stesso della parola inchiesta.

Da una parte c’è chi vede nel giornalismo investigativo un presidio necessario, soprattutto quando si parla di potere, reti di relazione e trasparenza.

Dall’altra c’è chi interpreta certe puntate come “inchieste a teorema”, cioè costruite per incastrare un bersaglio e non per verificare fatti con pazienza.

In mezzo, come spesso accade, c’è un pubblico stanco, che vuole capire ma finisce travolto da titoli urlati, clip spezzettate e interpretazioni militanti.

Il nuovo episodio che alimenta questo scontro ruota attorno a un video in cui Roberto Vannacci racconta un’interlocuzione con un giornalista di Report, anticipando i temi che, a suo dire, sarebbero stati trattati.

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Il tono è quello della contro-narrazione: non attesa, non prudenza, non “vediamo cosa esce”, ma un rovesciamento immediato del tavolo.

Vannacci non si limita a dire “risponderò punto per punto”, ma prova a svuotare l’impianto prima ancora che venga presentato al pubblico.

È una strategia comunicativa che in tempi di polarizzazione funziona benissimo, perché costringe chi ascolta a scegliere subito da che parte stare, senza aspettare i dettagli.

La frase che ha fatto il giro delle bacheche è quella che paragona la massoneria a un’associazione micologica, con il seguito che ha il sapore della battuta pronta: i cercatori di funghi non dicono dove trovano i porcini.

Detta così, la battuta fa quello che la satira fa da sempre: riduce un tema potenzialmente opaco a un’immagine quotidiana e quasi buffa.

Ed è proprio questo il punto che ha trasformato una discussione su trasparenza e relazioni in un caso politico-mediatico, perché l’ironia, quando è azzeccata, diventa un coltello.

Non confuta una domanda, ma la derubrica a pretesto.

Non chiarisce un fatto, ma suggerisce che il fatto stesso non meriti serietà.

Secondo il racconto offerto da Vannacci nel video, l’ipotetica inchiesta toccherebbe almeno tre filoni principali.

Il primo riguarda alcune associazioni a lui collegate o vicine, presentate dai critici come veicoli per “finanziare chissà cosa”, mentre lui le descrive come realtà che vivono di risorse necessarie alla loro sopravvivenza e alle attività associative.

Il secondo filone riguarda la sua collocazione politica e il rapporto con la Lega, con la ricorrente voce che lo vorrebbe pronto a uscire e “farsi un partito”, voce che lui respinge rivendicando continuità e fedeltà alla linea scelta.

Il terzo filone, il più delicato e il più ricorrente nel dibattito pubblico, è quello delle etichette identitarie, a partire dall’accusa o insinuazione di contiguità con il fascismo, che Vannacci dice di non riconoscersi addosso e di affrontare solo quando incalzato da domande giornalistiche.

E infine c’è lo “scoop dell’anno”, come lo definisce con sarcasmo, quello sulla massoneria, trattato nel video come un nulla di fatto trasformato in caso.

Qui l’argomento che propone è semplice: posso conoscere massoni come posso conoscere chirurghi, ma questo non mi rende né massone né chirurgo.

Il sottotesto è ancora più chiaro: le domande, così formulate, non cercano una prova, cercano un sospetto.

È un messaggio che attecchisce perché tante persone hanno ormai una relazione emotiva, non informativa, con la politica.

Quando il pubblico sente “massoneria”, non pensa solo a un’associazione, pensa a potere nascosto, influenze, opacità, e quindi a un timore archetipico.

Quando lo stesso pubblico sente “cercatori di funghi”, pensa a una scena familiare, quasi comica, e quel timore si sgonfia in una risata.

In altre parole, la battuta non serve solo a strappare un sorriso.

Serve a cambiare cornice, cioè a spostare la discussione da “c’è qualcosa da chiarire” a “state facendo una caricatura”.

Per chi sostiene Vannacci, questa mossa è vista come la prova di un controllo totale della scena.

Non reagisce in difesa, ma attacca la credibilità dell’accusa, trasformandola in un boomerang.

Per chi difende il lavoro di Report, invece, quel tipo di ironia viene interpretato come una fuga laterale, perché la trasparenza non si risolve ridendo, e certe reti di relazione non si chiariscono con una metafora gastronomica.

Il punto, per questo secondo pubblico, è che un’inchiesta non accusa per forza, ma pone domande, ricostruisce contesti, mette in fila elementi, e lascia al cittadino la valutazione.

In questa collisione, la parola “inchiesta” diventa essa stessa un campo di battaglia.

Per alcuni è un presidio democratico, per altri è un’arma politica travestita da informazione.

E quando si arriva a questo livello di sospetto reciproco, i fatti faticano a passare, perché ognuno valuta la notizia non per ciò che dice, ma per chi la dice.

È il meccanismo della delegittimazione preventiva, che è esattamente ciò che fa funzionare la strategia comunicativa di “anticipare i risultati” prima della messa in onda.

Se convinci il tuo pubblico che tutto sarà una macchinazione, qualunque elemento venga presentato dopo verrà letto come conferma della macchinazione.

Allo stesso tempo, se convinci il tuo pubblico che il bersaglio “ha sempre qualcosa da nascondere”, qualunque battuta diventerà “la prova” di un tentativo di sviare.

Nessuno ascolta più per capire, tutti ascoltano per vincere.

Ed è qui che il caso smette di essere “Vannacci contro Report” e diventa un sintomo del nostro ecosistema mediatico.

Le trasmissioni investigative, per loro natura, lavorano spesso con tempi lunghi, documenti, verifiche e montaggio.

Il web, per sua natura, lavora con tempi corti, clip, reazioni, schieramenti istantanei.

Quando questi due mondi si scontrano, vince quasi sempre quello più veloce, non quello più accurato.

Una battuta, se è memorabile, può schiacciare dieci pagine di ricostruzione.

Ed è comprensibile: l’essere umano ricorda immagini e frasi, non faldoni e note a piè di pagina.

Il rischio, però, è che la politica diventi sempre più una competizione tra frasi vincenti, e sempre meno una discussione sui nodi reali.

Nel caso specifico, la domanda seria che resta sul tavolo non è se la battuta sia stata “geniale” o “fuori luogo”.

La domanda seria è cosa dovrebbe contare di più, il diritto del giornalismo di fare domande scomode o il diritto del cittadino a non essere trascinato in sospetti senza fondamento.

La risposta, in democrazia, non può essere una sola delle due.

Servono entrambe, perché senza domande scomode il potere si allarga, e senza rigore probatorio la reputazione diventa un bersaglio facile.

Per questo la discussione sulla massoneria, al netto delle tifoserie, dovrebbe essere affrontata con un criterio semplice: quali fatti ci sono, quali collegamenti sono documentati, quali interpretazioni sono legittime, quali sono solo suggestioni.

Altrimenti si resta nel teatro, dove ogni parte recita il copione che preferisce.

Vannacci recita, o almeno interpreta, il ruolo dell’uomo braccato da un certo circuito mediatico e politico, che risponde con ironia e durezza perché “non ha nulla da nascondere”.

Report, nella percezione dei suoi sostenitori, interpreta il ruolo del cane da guardia, che non si fa intimidire dalla popolarità di un personaggio e scava proprio dove il personaggio vorrebbe ridere e passare oltre.

Il pubblico, come sempre, non assiste: partecipa.

Commenta, condivide, taglia, rilancia, e in questo rilancio modifica la sostanza più della sostanza stessa.

È così che un frammento come “i porcini” diventa più importante del tema originario, perché è più facile da ripetere e più divertente da usare come randello.

Ma mentre ci si divide sul randello, i problemi di fondo restano lì, intatti, e nessuno li affronta con la stessa energia.

Che cosa significa, oggi, trasparenza nella politica e nei suoi dintorni.

Che cosa significa conflitto di interessi, che cosa significa rete di influenza, che cosa significa responsabilità pubblica quando si costruisce consenso con la sfida permanente.

E anche che cosa significa giornalismo responsabile in un Paese dove la fiducia è fragile e dove ogni inchiesta viene automaticamente letta come una manovra.

Se questo caso continuerà a far discutere, non sarà perché ha risolto qualcosa.

Sarà perché offre a ciascuno un’identità comoda.

O sei con “la franchezza che smaschera”, o sei con “l’inchiesta che controlla”.

È una scelta facile, e proprio per questo è seducente.

La parte difficile sarebbe pretendere entrambe le cose, cioè franchezza e controllo, ironia e documenti, battute e verifiche.

In un mondo ideale, la battuta sui funghi resterebbe quello che è, una trovata comunicativa, e poi inizierebbe la parte adulta della discussione, quella in cui si guardano carte, fatti e smentite con lo stesso rigore.

Nel mondo reale, invece, spesso accade il contrario: la battuta chiude la discussione, perché mette fine al desiderio di approfondire.

E quando si spegne il desiderio di approfondire, resta solo il tifo, che è rumoroso, ma non illumina.

Il caso “massoni o porcini”, al netto dell’iperbole, ci dice questo: oggi la verità pubblica non è solo una questione di cosa sia vero, ma di cosa sia raccontabile in modo efficace.

Chi controlla il racconto controlla la percezione, e la percezione, in politica, vale quanto una legge non scritta.

Per questo la polemica non finirà presto, perché non riguarda un dettaglio, ma il rapporto tra potere, media e pubblico in un’Italia che si guarda allo specchio e non si riconosce più.

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