Ci sono giorni in cui la politica regionale sembra occuparsi di sanità, trasporti e bilanci, e poi ce ne sono altri in cui una Regione prova a parlare la lingua della diplomazia e il Paese si accorge di quanto siano delicati i confini tra simboli e poteri.

La vicenda che ruota attorno alla Toscana e alle iniziative attribuite al presidente Eugenio Giani sul riconoscimento dello Stato di Palestina, con annessa disputa sui simboli esposti su un palazzo istituzionale, si è trasformata in un caso nazionale perché tocca un nervo scoperto: chi decide davvero la politica estera italiana.

In teoria la risposta è semplice, perché la Costituzione e l’ordinamento assegnano allo Stato centrale la rappresentanza internazionale e le scelte di riconoscimento, mentre alle Regioni restano competenze amministrative e legislative su materie specifiche.

In pratica, però, la politica vive anche di gesti, e i gesti possono diventare esplosivi quando sembrano scavalcare gerarchie, procedure e cerimoniali.

È qui che il confronto con il governo guidato da Giorgia Meloni assume un valore che va oltre la contesa tra maggioranza e opposizione, perché entra nel terreno del rapporto tra centro e periferia, tra unità nazionale e autonomia, tra legalità formale e messaggio politico.

Nelle ore in cui il caso si accende, la Toscana diventa un palcoscenico inaspettato per un tema globale, e Firenze smette di essere soltanto la città-cartolina per tornare, almeno mediaticamente, capitale di uno scontro istituzionale.

Il nodo non è l’opinione sulla causa palestinese, su cui esistono sensibilità legittime e differenti, ma lo strumento scelto e la cornice istituzionale dentro cui quel sostegno viene collocato.

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Quando si parla di “proposta di legge regionale” per il riconoscimento di uno Stato estero, la prima reazione di molti osservatori è di incredulità, perché il riconoscimento è un atto di politica estera e la politica estera non è una competenza regionale.

Ed è proprio quell’incredulità a rendere la vicenda così potente sul piano comunicativo, perché si crea immediatamente l’idea di una Regione che entra in un campo riservato allo Stato.

Da lì, il salto alla polemica è automatico, perché se una Regione può “riconoscere” uno Stato, allora che cosa impedisce a un’altra Regione di fare scelte opposte, costruendo una politica estera a mosaico.

È un’ipotesi estrema, ma è esattamente l’ipotesi che alimenta la paura del precedente, cioè la paura che un gesto simbolico diventi un grimaldello per ridefinire i confini del potere.

Nelle ricostruzioni più dure, l’iniziativa viene descritta come una sfida diretta a Roma e alla linea dell’esecutivo, e non come un atto meramente solidaristico.

In queste letture, la Toscana non starebbe solo esprimendo un sentimento politico, ma starebbe tentando di mettere in scena un’autonomia “di fatto” su un terreno “di principio”, e la differenza tra le due cose è enorme.

Il governo, dal canto suo, ha un interesse strutturale a evitare che la rappresentanza internazionale venga percepita come divisibile, perché in politica estera la credibilità di un Paese dipende anche dall’univocità della voce.

È per questo che ogni gesto regionale che sembri andare oltre le competenze amministrative viene interpretato come un problema di catena di comando, prima ancora che come un tema di merito.

In mezzo si infilano i simboli, perché i simboli sono sempre più veloci delle norme e più forti delle spiegazioni.

Quando su un edificio istituzionale appare una bandiera legata a un conflitto internazionale, il messaggio arriva prima della nota giuridica, e arriva a tutti, anche a chi non seguirà mai l’iter di un atto in commissione.

Il punto, in Italia, non è soltanto che esistono regole e prassi sulle bandiere esponibili accanto al Tricolore e al vessillo europeo, ma che l’esposizione in sé viene letta come scelta ufficiale e non come opinione.

Ed è qui che la polemica cambia natura, perché non si discute più di una posizione politica, ma di un atto istituzionale percepito, con tutte le conseguenze di immagine che questo comporta.

La reazione del centrodestra toscano, e in particolare di esponenti di Fratelli d’Italia come Jacopo Cellai, si innesta proprio su questo punto: l’accusa non è soltanto “non siamo d’accordo”, ma “non potete farlo”.

È una critica che punta al cuore della questione, cioè alla competenza, e quando una critica si appoggia alla competenza diventa più tagliente perché si presenta come difesa delle regole, non come semplice polemica.

In questa cornice, l’iniziativa del presidente Giani viene letta da alcuni come un’operazione politica che mira a spostare il baricentro del dibattito nazionale, usando la Regione come cassa di risonanza.

C’è chi la interpreta come un tentativo di conquistare attenzione e leadership nel campo progressista su un tema altamente emotivo, proprio perché la politica estera, oggi, è diventata un luogo di identità.

C’è chi la interpreta invece come una pressione “dal basso” per spingere lo Stato centrale a fare scelte più nette, nella convinzione che l’inerzia nazionale lasci spazio solo a simboli e non a decisioni.

Qualunque sia la chiave, il risultato è lo stesso: un gesto regionale si trasforma in un confronto tra livelli di potere, e la dialettica si irrigidisce.

Il governo Meloni, in questa vicenda, non ha bisogno di “litigare” apertamente per ottenere un vantaggio politico, perché basta evocare il principio dell’unità della politica estera e della legalità delle procedure per guadagnare terreno presso un elettorato sensibile al tema dell’ordine istituzionale.

La Toscana, al contrario, può guadagnare consenso in una parte di opinione pubblica che chiede posizioni più nette sul Medio Oriente e che vede nella prudenza statale una forma di complicità o di ambiguità.

È una dinamica perfetta per la polarizzazione, perché entrambe le parti possono presentarsi come difensori di un valore non negoziabile, l’una delle regole e della credibilità internazionale, l’altra dei diritti e della giustizia.

Il rischio, però, è che a forza di gridare “valori” si perda il controllo degli strumenti, e gli strumenti sono ciò che distingue un Paese funzionante da una somma di tifoserie.

Se davvero l’iniziativa regionale dovesse spingersi oltre il terreno simbolico e approdare a un conflitto formale di attribuzione, si entrerebbe in un’area dove a decidere non sono più i comunicati ma le carte, e le carte, spesso, sono implacabili.

Il punto di equilibrio in un sistema autonomistico come quello italiano è sempre lo stesso: le Regioni possono muoversi, ma non possono sostituirsi allo Stato nelle funzioni che definiscono l’unità giuridica e internazionale del Paese.

Per questo la vicenda diventa più di una polemica, perché mette in scena la tentazione ricorrente della politica italiana, quella di usare la forma per fare sostanza, o viceversa, e di confondere una bandiera con una decisione.

In un clima del genere anche la rimozione o la scomparsa di un simbolo, quando avviene, viene letta come resa o come imposizione, e quindi alimenta ulteriormente il racconto della “guerra fredda” tra Firenze e Roma.

Il problema non è stabilire chi abbia “chiamato” chi o quale ufficio abbia suggerito prudenza, perché senza atti e conferme si resta nel campo delle insinuazioni, ma riconoscere che il sistema istituzionale reagisce sempre quando percepisce un superamento della soglia.

E la soglia, qui, è la credibilità dello Stato come soggetto unico nei rapporti internazionali.

Sul piano politico interno, la storia funziona anche come una lente sul Partito Democratico, perché la colloca dentro un dilemma: sostenere iniziative ad alto valore simbolico e rischio istituzionale, oppure prendere le distanze e sembrare timido su un tema su cui una parte della base chiede coraggio.

Nel frattempo, Meloni può giocare su un campo più comodo, quello della responsabilità di governo, dicendo in sostanza che la politica estera non si fa per bandiere ma per atti ufficiali, e che gli atti ufficiali devono essere uno, non venti.

È una posizione che, indipendentemente dal giudizio sul merito della linea internazionale dell’esecutivo, appare coerente con l’architettura dello Stato.

Ciò non significa che l’energia morale del tema possa essere archiviata con un richiamo alle competenze, perché la politica estera non è solo diritto, è anche etica, e l’etica chiede voce.

Il punto è chi ha titolo a trasformare quella voce in gesto istituzionale, e con quale livello di legittimazione.

In questo cortocircuito si inserisce la critica più popolare e più cinica, quella secondo cui la Regione dovrebbe concentrarsi su sanità, infrastrutture, lavoro e servizi, e non su atti destinati a restare simbolici o contestabili.

È una critica che può essere strumentale, ma non è irrilevante, perché molti cittadini valutano le istituzioni per ciò che risolve, non per ciò che rappresenta.

E quando una Regione mette al centro un tema globale, inevitabilmente qualcuno dirà che lo fa per distrarre da problemi locali, anche se l’intenzione fosse opposta.

Il risultato finale è che la causa palestinese rischia di diventare, nel dibattito italiano, non un impegno di politica estera nazionale, ma una pedina nel gioco di posizionamento interno.

E questa è la trappola più amara: trasformare un conflitto reale, con vittime reali, in una guerra di narrazioni domestiche.

Se c’è una lezione istituzionale da trarre, è che l’autonomia regionale è una risorsa quando innova servizi e avvicina decisioni ai cittadini, ma diventa un problema quando si traveste da sovranità internazionale.

Se c’è una lezione politica, è che la forza dei simboli richiede responsabilità doppia, perché un simbolo non resta mai neutro, e un palazzo pubblico non è mai un profilo social.

La domanda che resta sul tavolo, al netto delle iperboli, non è se la Toscana “possa” cambiare la mappa del Medio Oriente, perché non può, ma se questa vicenda spingerà lo Stato a chiarire meglio i confini e, soprattutto, a dire con più trasparenza quale sia la linea italiana e quali atti intenda compiere davvero.

Perché finché la politica nazionale resta ambigua o prudente, il territorio continuerà a cercare scorciatoie simboliche, e finché il territorio userà scorciatoie simboliche, Roma continuerà a reagire invocando competenze.

È un circolo che produce rumore e non produce soluzione, e il rumore, in un Paese già stanco, diventa rapidamente sfiducia.

Se davvero si vuole evitare che la “guerra di potere” diventi un precedente pericoloso, l’unica via è riportare tutto su due binari chiari: lo Stato faccia la politica estera con atti nazionali e con scelte leggibili, e le Regioni facciano politica nel loro perimetro senza trasformare il perimetro in una sfida.

In caso contrario, ogni bandiera diventerà un referendum, ogni palazzo un teatro, e ogni conflitto internazionale una miccia perfetta per spaccare l’Italia in piccole capitali emotive.

Questo non cambierebbe gli equilibri del mondo, ma potrebbe cambiare, in peggio, gli equilibri nazionali.

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